Nicola Tufano presenta Caro dimenticatoio al Campania Libri Festival: un romanzo sulla memoria, sull’identità e sul rischio di cancellare ciò che ci ha costruiti.
Billy Mind ha diciotto anni quando trova in fondo a un vecchio baule un diario chiamato Il mio dimenticatoio. Il suo potere sembra inizialmente una promessa: ciò che viene affidato alle pagine scompare non soltanto dalla carta, ma anche dalla memoria. In Caro dimenticatoio Nicola Tufano trasforma così un desiderio profondamente umano — liberarsi dei ricordi che fanno male — nel punto di partenza di una riflessione molto più inquieta sull’identità. Il diario, infatti, comincia a restituire a Billy le confessioni di altre persone, caricandolo di colpe e segreti che non gli appartengono, fino alla scoperta di un progetto che considera la memoria un peso da eliminare. Il romanzo di SBS Edizioni sarà presentato al Campania Libri Festival in un appuntamento in sala il 1° ottobre, dalle 20 alle 20.50, distinto dalle presentazioni organizzate allo stand.
Billy crede inizialmente di poter usare il dimenticatoio per liberarsi da ciò che gli fa male, ma cancellare un ricordo significa inevitabilmente modificare anche la persona che quel ricordo ha contribuito a costruire. Nel concepire il diario, Lei è partito più dal desiderio umano di dimenticare oppure dalla paura di ciò che potremmo diventare se avessimo davvero il potere di farlo?
In realtà, io non sono partito dall’idea che dimenticare sia un male. La dimenticanza è un processo del tutto naturale, senza il quale noi non potremmo vivere. Nessuno può vivere senza dimenticare. Per la salute della nostra mente, è necessario che alcuni ricordi siano rimossi, quando ritenuti non più utili. Mi sovviene un famoso racconto di Josè Louis Burges, “Funes el memorioso”, nel quale un uomo incapace di dimenticare qualunque cosa finisce per morire schiacciato dal peso insostenibile della sua memoria.
Quindi, dimenticare è salutare, anzi salvifico per la nostra anima. Ma bisogna considerare che noi non dimentichiamo mai volontariamente. Anzi, se decidiamo di dimenticare qualcosa non ci riusciamo. dimenticare è un atto involontario e naturale. Il dimenticatoio è dentro di noi, ed è necessario che ci sia. Diversa cosa è la dimenticanza che ci viene imposta dal di fuori di noi, anzi dall’alto. Ovvero da un modello economico e sociale che penalizza e svaluta la memoria come fosse un inutile orpello.
Il meccanismo diventa ancora più perturbante quando Billy non si limita a perdere i propri ricordi, ma comincia a ricevere confessioni, colpe e rimorsi appartenenti ad altri. In questo modo il ragazzo finisce quasi per custodire una memoria che non ha vissuto. Che cosa le interessava esplorare attraverso questo capovolgimento: il peso del segreto, la responsabilità verso gli altri o l’idea che nessuna memoria sia davvero soltanto individuale?
Proprio così. I dimenticatoi incominciano a disfunzionare e rigurgitano ricordi e confessioni appartenenti ad altre persone. Questo capovolgimento è emblematico di ciò che accade quando si passi dalla dimensione individuale a quella collettiva. Questo modello culturale che ci vuole privi di memoria, ci vuole anche isolati, come delle monadi capaci di esperire solo la funzione del consumo. Recuperare la memoria significa riscoprire la dimensione sociale dell’individuo, la sua collocazione nella storia. L’individualismo e l’isolamento sono tratti caratterizzanti della società dei consumi, nella quale il consumatore viene concepito come individualità pura, destituita di una dimensione e funzione sociale.
Nel romanzo esiste un progetto che considera la memoria un ingombro da eliminare. Qui il fantastico entra direttamente in una riflessione sulla società contemporanea, sulla manipolazione e sulla possibilità di vivere consumando continuamente presente e dimenticando il passato. È questo il punto nel quale Caro dimenticatoio smette di essere soltanto la storia di Billy e diventa anche una domanda rivolta al nostro tempo? Sarà uno dei temi centrali dell’incontro in sala a Napoli?
Si, è proprio questa la suggestione che vorrei che passasse. La vicenda di Billy, dei dimenticatoi, è naturalmente un espediente narrativo per veicolare una riflessione sulla società contemporanea. Dobbiamo recuperare la nostra memoria come valore imprescindibile, poiché essa è il fondamento di ogni possibile pensiero critico. Dobbiamo cominciare a pensare a delle vere e proprie palestre per la mente. A degli strumenti da ideare ed adottare, allo scopo di invertire una deriva, che oggi sembra inesorabile, verso lo strutturarsi di un pensiero omologato, che non concepisce il pensare altrimenti.









