Lele G, una confessione senza volto

Smisurata confessione di Lele G arriva al Campania Libri Festival: un romanzo anonimo, inquieto e immersivo tra ossessione, violenza e Napoli.

In Smisurata confessione non esiste la distanza rassicurante dell’osservatore. La voce narrante trascina direttamente dentro una mente attraversata da ossessione, desiderio deviato, violenza e progressiva perdita del limite. Lele G costruisce il romanzo attraverso sequenze dominate dall’io, dalla reiterazione e da una pressione verbale che non cerca né assoluzione né complicità. Anche Napoli partecipa a questa deriva: il golfo, la città e i suoi spazi diventano contemporaneamente territorio fisico e paesaggio mentale, luogo di attrazione e decomposizione.

A rendere ancora più particolare il progetto è la scelta dell’autore di restare anonimo, riassunta da una formula volutamente ambigua: “Forse perché è la sua confessione, forse è stato uno spettatore…”. Pubblicato da SBS Edizioni, il romanzo sarà presente al Campania Libri Festival; la presenza dello stesso Lele G e un eventuale incontro con il pubblico non sono al momento confermati, proprio in ragione dell’anonimato mantenuto dall’autore.

Il titolo promette una “confessione”, ma nel romanzo confessare non significa liberarsi dal peso di ciò che è accaduto: significa piuttosto esporsi, continuare a raccontare e trascinare chi legge dentro una mente che ha progressivamente smarrito il limite. Perché ha scelto la forma della confessione se non voleva concedere al narratore né assoluzione né catarsi?

Cosa abbia provato il protagonista a confessarsi non sta a voi giudicare. Voi giudicherete ciò che provate voi.

Napoli e il golfo non rimangono sullo sfondo, ma sembrano partecipare alla stessa alterazione percettiva della voce narrante. Quanto è importante che una storia così chiusa dentro l’ossessione di un individuo si svolga invece in una città fortemente riconoscibile, stratificata e continuamente esposta allo sguardo?

Amo pensare che la Napoli che ho vissuto e descritto sia riconoscibile per chi ci vive, e vive storie persino più interessanti della mia.

Lei ha scelto di non associare un’identità pubblica a questo libro. È inevitabile, quindi, che l’anonimato modifichi anche la lettura della “confessione”: non sapere chi parla rende quella voce più universale oppure ancora più inquietante, perché impedisce al lettore di collocarla a distanza dentro una biografia precisa?

La scelta dell’anonimato non è un vezzo. Sento viva la necessità che il libro sia amato o non amato per ciò che è, non per chi lo scrive. Difetto che ha troppa della editoria (e del pubblico). Grazie a SBS per l’opportunità e la visione.