Chiara Domeniconi, dentro la nebbia: memoria, perdita e territori in un libro fuori dagli schemi
Con Nebbia, scritto insieme a Federico Cricchio, Chiara Domeniconi cambia radicalmente territorio rispetto a molta della sua produzione precedente. Il volume difficilmente può essere racchiuso in un’unica definizione: memoir, saggio narrativo, storia locale e riflessione civile convivono in un percorso che attraversa Modena, Riolunato, il cimitero di San Cataldo, la pianura padana, la montagna e l’Irlanda. Al centro ci sono la memoria, il lutto, il suicidio e il tentativo di interrogare ciò che resta senza affidarsi a spiegazioni consolatorie. E poi c’è la nebbia, elemento atmosferico ma soprattutto materia simbolica: nasconde, attenua i contorni e, nello stesso tempo, collega persone, ricordi e luoghi. Pubblicato da SBS Edizioni, Nebbia sarà presentato il 1° ottobre alle 18 allo stand dell’editore al Campania Libri Festival.
Rispetto ai suoi lavori precedenti, Nebbia rappresenta uno scarto evidente: non è propriamente un romanzo, non è soltanto autobiografia e non è neppure un saggio tradizionale. Che cosa chiedeva questo libro alla sua scrittura che le opere precedenti non le avevano mai chiesto?
Chiedeva una struttura nuova, adatta a argomenti vari e variegati pur uniti tra loro. Un linguaggio morbido nei punti più duri e un filo rosso che collegasse il tutto. La nebbia.
La nebbia attraversa fisicamente alcuni territori del libro, ma diventa anche una condizione della memoria e del dolore. Che cos’è realmente la “nebbia” del titolo? È ciò che impedisce di vedere oppure, paradossalmente, ciò che permette di avvicinarsi gradualmente a qualcosa che sarebbe troppo doloroso osservare nella sua interezza?
La nebbia del titolo è acqua che va dappertutto, come la vita e la morte. Il pensiero, la volontà di fare che è nelle possibilità “divine” dell’uomo. La nebbia non è un ostacolo, è protezione della memoria, è rivelazione del ricordo. E’ continuità oltre la fine, passaggio della staffetta tra il chi c’è e chi non c’è più per continuare l’esperienza.
Questo è un lavoro a quattro mani con Federico Cricchio e nasce dall’incontro di esperienze e sensibilità differenti. Come avete trasformato memorie personali, luoghi, lutti e domande intime in un racconto condiviso capace di parlare anche a chi non conosce le vostre storie? E quanto sarà importante portare proprio questa dimensione di confronto nell’incontro del 1° ottobre a Napoli?
Condividendo. Parlando. Ascoltando. E poi ci conosciamo da quarant’anni, abbiamo entrambi perso il padre a undici anni, questo ci accomuna. Sarà importantissimo perché tratta argomenti a noi cari ma credo a tutti, come il lutto, la memoria. Molti tabù da sconfiggere, la morte che fa paura, le cose incompiute che ci fanno sentire falliti. Un bel confronto tra “umani”.









