Andare a Canossa – prima parte

Andare a Canossa – prima parte

Andare a Canossa – prima parte –

Conosciamo tutti il modo di dire “andare a Canossa”, nel significato di compiere un atto di sottomissione e pentimento. Sappiamo anche che la fraseologia trae origine da un evento storico che vide protagonisti un papa e un sovrano. Probabilmente però pochi sanno che l’espressione venne coniata nel 1800 da Otto von Bismarck. Cosa accadde di preciso?

 

Il fatto si colloca al castello di Canossa, nell’enclave parmense, sede di una potentissima signoria sorta verso la metà del 1100. Oggi, dell’imponente maniero rimane poco, ma al tempo costituiva il fulcro di una fitta rete fortificata che controllava un territorio così esteso da consentire ai suoi titolari di venir annoverati nei ranghi dell’aristocrazia imperiale. Il domino seguiva il corso del Po e si apriva fino a raggiungere Bologna e la Toscana meridionale: un’area di importanza strategica per gli itinerari alla volta di Roma, governata dalla contessa Matilde, figlia del marchese di Toscana Bonifacio di Canossa e di Beatrice di Lorena.

 

Nell’inverno 1076-1077, Enrico IV di Germania (non ancora formalmente imperatore) superò le Alpi innevate e fece improvvisa apparizione nella Pianura Padana. Lungi da lui vantare scopi militari, la sua posizione era ben differente da chi si prepara ad assediare una fortezza nemica.

 

Il 24 gennaio 1076, Enrico aveva presieduto il sinodo episcopale di Worms, dove Gregorio VII era stato giudicato e deposto per tradimento reale e oltraggio ai vescovi tedeschi. Ciò per il fatto che nel 1075, a seguito del disprezzo manifestato dai presuli di Germania contro i legati pontifici inviati a controllare l’andamento delle locali questioni, la Sede Apostolica aveva reagito al disconoscimento della sua autorità con una raffica di scomuniche e non ratificando l’investitura di Enrico IV.

 

La risposta tedesca fu la condanna del Papa, il quale non si fece intimorire: scomunicò e depose il re – sciogliendo i feudatari cattolici dal giuramento di fedeltà nei suoi confronti – convocò a Roma numerosi ecclesiastici di quella nazione; scomunicò i vescovi della Lombardia e Sigfrido di Magonza. Inutile dire che in Germania simili provvedimenti furono accolti con plauso: Enrico IV non era particolarmente amato, come dimostrano gli scontri ripetuti con le grandi classi aristocratiche e la duplice ribellione in Sassonia, la seconda appoggiata da Rodolfo di Svevia, Bertoldo di Carinzia e Guelfo di Baviera.

 

Dunque, Enrico IV, privato del fedele sostegno dei suoi elettori, si presento al Castello di Canossa, ove Matilde aveva offerto ospitalità al Papa e all’Abate Ugo di Cluny, ancora più influente dello stesso pontefice e padrino del sovrano tedesco. La teatralità del gesto reale fu palese: per tre giorni, Enrico IV attese sotto le mura, a piedi nudi nella neve, prostrato al suolo, in dimesso atteggiamento penitenziale: intendeva dimostrare pubblicamente il profondo rimorso per i comportamenti infamanti verso l’inviolabile sacra persona del Papa e il proprio spirito dilaniato nella contrizione. Di fronte a uno pseudo-ravvedimento, avvenuto “al cospetto dell’Europa”, l’astuto Gregorio VII, il 28 gennaio 1077, riammise la smarrita pecorella alla piena comunione con la Santo Romana Chiesa.

 

Cari amici che mi seguite, pensate che l’umiliazione reale venga storicamente ascritta come il trionfo dalla politica pontificia? Se avete la pazienza di aspettare qualche giorno, vi spiegherò quanto siete distanti dalla verità.

 

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