Miei amati nipoti ….. ovvero Papi nepotisti

Miei amati nipoti ….. ovvero Papi nepotisti

Miei amati nipoti ….. ovvero Papi nepotisti – Proseguendo il viaggio nella chiesa medievale, ritengo interessante parlarvi del diffuso fenomeno del c.d. “nepotismo”. Tale analisi tuttavia, per risultare storicamente corretta, necessita di alcune premesse cui dedico l’articolo di esordio.

 

A partire dal sec. XII tutte le cariche ecclesiastiche dovevano accompagnarsi all’esistenza di un “beneficio”, una rendita derivante da beni fondiari. Non soltanto per gli alti prelati, anche per i parroci ed i curati di campagna: lo scopo consisteva nel garantir loro un’autonoma vita dignitosa, che non fosse a carico degli organismi direttivi o delle comunità; e al contempo tenesse i chierici lontani da attività illecite o poco dignitose per l’abito.

 

In principio, i titolari di rendite ne fruivano solo se davvero svolgevano i compiti connessi alla concessione; ed essa avveniva a livello locale, sia in ordine alla nomina episcopale sia del più umile pastore di una chiesetta sperduta. Con il tempo, la Curia Romana e il Pontefice si vennero arrogando il potere di effettuare dette scelte, esautorando di fatto il popolo e le assemblee del posto; inoltre, iniziarono a conferire benefici staccati dal reale adempimento dei compiti, consentendo così che in un soggetto unico si cumulassero più rendite. Ed ecco che nel secolo successivo gli amici e i parenti del Papa e dei cardinali si industriarono in questa corsa a capitalizzare privilegi economici in vari luoghi del mondo cattolico.

 

Un significativo caso: il canonico vaticano Pietro Conti, grazie alla parentela con Papa Innocenzo III, divenne canonico di altre nove basiliche sparse in territorio inglese e francese; sempre in Francia, si fece nominare “preposto” e fece incetta dei benefici di un buon numero di  chiese rurali nel basso Lazio. Godeva di una somma annua di circa 1.000 fiorini, quando un discreta villa capitolina si acquistava con appena 100.

 

Ci desta meraviglia scoprire che un parlamentare, un pubblico amministratore abbia intascato denaro per favorire una lobby di potere; ci stracciamo le vesti alla notizia che un politico sia collegato finanziariamente a un gruppo imprenditoriale o che il nome di un dirigente delle forze di sicurezza venga risultato iscritto nel libro-paga di una cosca mafiosa. Non scandalizziamoci più del dovuto.

 

Nel 1312, il sovrano di Francia beneficò il card. Pietro Colonna con un vitalizio annuale di 3.000 fiorini; il re d’Inghilterra aveva tra i suoi stipendiati numerosi porporati, affinche tutelassero a Roma gli interessi britannici; gli Ordini religiosi sovvenzionavano i cardinali con elargizioni annuali dai 2.000 ai 3.000 fiorini, perche garantissero loro i privilegi monastici. Addirittura, nel 1216, la città di Perugia, al fine di ottenere dal tribunale pontificio una sentenza favorevole nella causa contro Gubbio, deliberò di corrispondere a sei cardinali “fidati” la considerevole somma di 800 fiorini ciascuno. E la lista potrebbe continuare. Anche i papi sborsavano ingenti cifre e lucrose rendite agli influenti curiali, per garantirsene l’appoggio e scoraggiarne il dissenso.

 

Ovviamente, se tutto fosse “rimasto in famiglia” non vi sarebbe stata dispersione di patrimoni: questo è uno dei motivi per cui le alte cariche della Curia Romana e delle sedi cardinalizie furono di preferenza accordate ai parenti più stretti del successore di Pietro.

 

Una riflessione. Nei primi anni del sec. XIV, Lamberto di Huy sostenne che un papa di manica stretta con i familiari andasse bollato quale “disumano”. E il Concilio Lateranense V del 1504 sancì la legittimità dell’operato pontificio di beneficiare i parenti. Oggi riteniamo che ciò sia un chiaro sintomo di corruzione, fame di potere, disordine spirituale: e invece stiamo pronunciando un giudizio errato, emesso in base a un nostro metro di valutazione etico-sociale che non corrisponde a quello medievale.

 

Muovendo dal presupposto che ognuno dovesse seguire una norma morale, i teologi del tempo ampliarono il significato del concetto romano di “pietas”, ossia rispetto di Dio e della patria. Il favore verso familiari e concittadini fu pertanto ritenuto una positiva inclinazione dettata dalla legge di natura e, come tale, da annoverarsi tra le virtù.

Nella nostra società – in teoria fondata sul principio meritocratico ma, tangibilmente sostenuta dall’individualismo esasperato – è difficile accettare che, sfrondata dalle esagerazioni e dagli abusi, la famiglia possa rimanere il principale valore per i singoli

soggetti.

 

Nei prossimi numeri approfondiremo il tema, entrando in un dettaglio che attirerà la vostra concentrazione.

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