D.In.Ge.Cc.O: dalla terra al consumismo digitale

“Bacanadera” è stato un ascolto che ha saputo regalarmi il gusto perverso della dicotomia, dove il suono digitale incontrava la terra degli uomini e un significato alto di spiritualità. Oggi “Bacanadera Butterfly”, sua evoluzioni filosofica e di suono, prende quella stessa terra e la codifica dentro le trame dell’uomo moderno… anzi forse (sempre per come piace me di leggere tra le righe) sono proprio le connessioni a farsi digitali. Ed il presupposto è decisamente ghiotto e ricco di assist importanti per transitare con Gianluca Dingecco – in arte D.In.Ge.Cc.O – dentro argomenti sociali che in fondo, moda o non moda, resta sempre utile poterli fare… il risultato è una intervista lunga, scomoda da leggere anche perché ricca, densa (anzi obesa) di una critica e di una fotografia alta della vita che viviamo. A voi la scelta… anche perché è da poco uscito il suo nuovo singolo “Caballero Sin Miedo”.

Il nuovo suono di Dingecco sembra accogliere tutto quel che c’è nel grande capitalismo. Parliamo dunque di produzione: come nasce “Bacanadera Butterfly”?
Se c’è una delle possibili chiave di lettura di tutta la mia produzione la troverei nel tentativo di mettere in luce tutte le contraddizioni della nostra epoca e del nostro modo di vivere quest’ultima stagione del capitalismo così come lo conosciamo. È ormai appurato, e non sono io a dirlo ma rinomati sociologi ed economisti, che l’occidente deve trovare un’altra strada per garantire al mondo civilizzato la propria sopravvivenza. La risposta è sicuramente nel dare vita ad un’economia che punti al “low profit” e che sia solidale, in grado cioè di accorciare le distanze tra le minoranze straordinariamente ricche e quelle fette di popolazione, sempre più in crescita, che vivono sulla soglia della povertà.
Sono stato sempre convinto che per fare questo passo ci sia bisogno di una presa di coscienza culturale. Questa deve necessariamente passare attraverso il recupero o la riscoperta della dimensione spirituale dell’esistenza. La musica è sicuramente un canale che ci avvicina a questa dimensione, forse uno dei più potenti ed efficaci. Dare importanza a ciò che non è visibile e tangibile e per forza “utile” nell’accezione moderna e, appunto, tipica del capitalismo spinato agli eccessi, ci fa recuperare una lettura dell’esistenza che da tempo abbiamo perduto. Il tentativo è quello di comprendere che il nostro scopo nella vita non è accumulare ricchezza materiale ma bensì arricchire la nostra umanità, per migliorare il nostro rapporto con il prossimo e con il mondo in cui viviamo. “Bacanadera Butterfly” nasce quindi con queste premesse. Mentre “Bacanadera” era metaforicamente la presa di coscienza di dover superare “la notte dello spirito”, per dirla con le parole del grandissimo mistico Giovanni Della Croce, “Bacanadera Butterfly” si sviluppa in un percorso sonoro e musicale che vuole raccontare le difficoltà che nascono dopo il risveglio e la consapevolezza che è necessario un nostro mutamento interiore, una nostra evoluzione proprio nell’approccio con l’esistenza e la vita di tutti i giorni.

Personalmente stai tornando alle origini o ti stai lasciando prendere dal futuro?
Per vocazione naturale ho sempre guardato al futuro. Però ti posso dire che questo non significa non guardarsi indietro, anzi. Io credo che per gettare lo sguardo verso il futuro sia necessario anche riuscire a guardare al passato, capire ciò che si è stati e da dove si viene.
Questo aiuta a comprendere qual’è stato il proprio cammino e aiuta a comprendere meglio anche quale potrebbe essere il nostro cammino futuro.
È una questione di consapevolezza , di percezione del proprio divenire. È un discorso che vale soprattutto se parliamo della propria evoluzione interiore ma può essere rapportato ad ogni cosa, anche alla propria evoluzione artistica o creativa chiaramente.
In generale credo che l’umanità stessa deve sapere tornare a dare valore alle proprie origini, a leggere il proprio passato, per poter guardare avanti e non ripetere sempre gli stessi errori.
È un processo difficile, molto difficile, soprattutto in quest’era. Paradossalmente è molto più difficile comprendere il passato e guardare indietro che vivere con lo sguardo rivolto verso il futuro.


E dunque questo disco parla di quel che sarai o è un luogo che visiti come fossi un turista?
Molto bella questa immagine di un luogo che si visita come un turista. Contiene in se una sorta di visione psichedelica dell’esistenza, se mi concedi il termine. Ma in fondo, ogni tipo di creatività, non è forse tipicamente costituita da luoghi che si visitano da turista? Ma c’è modo e modo di fare il turista. Nell’accezione negativa o, per meglio dire, più superficiale, turista è colui che lo fa con la consapevolezza di volersi solamente prendere una pausa dalla propria vita ordinaria. Nel senso più positivo è colui che, invece, vuole vivere luoghi e paesaggi diversi, culture alternative alla propria, a quella nella quale è cresciuto e che gli è più familiare e vuole farlo con questo desiderio di sviluppare una propria crescita interiore. Essere turista è una necessità dell’anima per quanto mi riguarda. E credo che si può essere dei turisti anche leggendo un libro o, appunto, ascoltando un bel disco se si ha l’apertura mentale giusta, la capacità di voler comprendere ciò che non conosciamo. Se devo rispondere alla tua domanda se questo disco parla di quello che sarà, posso risponderti che, sicuramente, farà parte di me in futuro e che quindi rappresenterà anche quello che sarò, insieme a tanto altro. Di certo è un disco che parla del presente, che ha radici nel passato e che vuole gettare uno sguardo verso il futuro.

È sottile il suono di questo disco. Non mi arriva come arrogante in cerca di modi percussivi e ritmi accattivanti. Ci sono ma sono sottili. E non so se ti piace questa mia chiave di lettura… di questa mia impressione più che altro…
Si mi piace questa tua chiave di lettura perché credo che sia molto attinente al messaggio complessivo, musicale e sonoro, che ho voluto consegnare a questo lavoro.
Il primo “Bacanadera” era certamente più incalzante e dinamico, a livello di sonorità e ritmi, “Banacadera Butterfly” è invece più introspettivo e quindi, per certi versi, più accomodante. È il frutto di un’esperienza in cui disillusione e speranza prendono corpo in un accavallarsi di sonorità, ritmi ed atmosfere che sembrano come ormai acquisite, fatte proprie, dopo l’esperienza del primo “Bacanadera”. Credo che i due lavori si completino e si mescolino insieme in modo molto naturale.
Vivere un’esperienza e cercare di raccontare quello che ti ha lasciato, sintetizzerei così questo divenire tra i due lavori. In fondo ciò che mi ha sempre interessato nel fare musica, è lasciare una scia evocativa, capace di immergere l’ascoltatore nel mio immaginifico e la mia sensibilità musicale. Questo ultimo disco è stato il frutto di un lavoro “sottile”, come dici tu, da un punto di vista compositivo e della ricerca di ritmi e suoni, senza andare all’ossessiva ricerca di soluzioni ritmiche troppo impegnative. Si sviluppa in un contesto che potremmo definire più classico, con tutte le accezioni possibili del caso.

E tra questi due modi di pensare “Bacanadera”? Chi è la resa e chi invece la rivoluzione?
Io credo che non ci sia una resa in nessuna delle due produzioni sebbene potrebbe sembrare che il secondo “Bacanadera” possa rappresentare un risveglio e una disillusione rispetto ad una rivoluzione e un cambiamento radicale che invece emerge e veniva auspicato nel primo disco; anzi, forse è proprio la consapevolezza che per vivere un vero cambiamento è necessario avere i piedi per terra, essere consapevole dei propri limiti e delle difficoltà di pretendere un’inversione di rotta immediata e traumatica, che da forza a quella “disillusione carica di speranza”, di cui parlavo prima. La vera rivoluzione che un individuo si può permettere, è forse proprio quella che di fare un passo per volta, per migliorarsi, per aprire la propria mente al prossimo, per non chiudersi in una apatica, immutabile visione sia del mondo che lo circonda che della propria esistenza.

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