“Volevo solo cucinare” è un progetto letterario che si muove su un equilibrio delicato tra autobiografia e racconto di formazione, mantenendo sempre un tono diretto, a tratti spigoloso, ma sorprendentemente autentico.
La forza del libro non risiede tanto nella trama in senso classico, quanto nella capacità di restituire un’esperienza concreta, vissuta e spesso fisicamente percepibile. Fin dalle prime pagine emerge un rapporto quasi viscerale con il lavoro, con ambienti che non vengono mai idealizzati, ma mostrati per ciò che sono. In passaggi come quello ambientato ne “L’Elite”, dove “significava quindi morire di freddo”, si percepisce chiaramente una dimensione quasi fisica della fatica, che si trasforma in elemento narrativo e non semplice contorno.
Questo approccio ricorda, per certi versi, una scrittura alla Bukowski, ma meno cinica e più orientata alla ricerca personale. Il linguaggio è diretto, spesso crudo, e non cerca mai di addolcire la realtà. Questo è uno dei punti più forti del libro, perché costruisce una credibilità immediata.
Non si ha mai la sensazione di trovarsi davanti a una narrazione costruita, ma piuttosto a un flusso di coscienza che segue l’esperienza senza filtri. Anche nei momenti più tesi, come quelli legati alle dinamiche lavorative o ai rapporti con i colleghi, emerge una lucidità che rende il racconto credibile. Interessante anche il modo in cui il protagonista si muove all’interno dei contesti sociali, spesso partendo da una posizione marginale per poi conquistare uno spazio.

Il rispetto non arriva mai gratuitamente, ma si costruisce attraverso la resistenza e la capacità di restare. Il libro non cerca mai di essere rassicurante, e questo è un valore.
Non c’è una morale esplicita, ma una continua tensione tra errore e crescita, tra frustrazione e determinazione.
Il risultato è un racconto che non si lascia consumare velocemente, ma resta addosso, anche per il modo in cui alterna momenti di tensione a riflessioni più intime.
È un testo che si rivolge a chi cerca autenticità più che costruzione narrativa, esperienza più che struttura. E proprio in questo sta la sua identità più forte.









