Viscerale, una mostra che racchiude nel titolo l’intenzione

Entrare in una mostra intitolata Viscerale, a Milano fino al 18 marzo, significa accettare una promessa implicita: quella di un’arte che non si limita a essere osservata, ma che chiede di essere percepita più profondamente. Non solo con lo sguardo, ma con tutto ciò che nello spettatore reagisce in modo immediato e quasi istintivo.

La parola stessa suggerisce un rapporto diretto con il corpo, con quella dimensione dell’esperienza che precede spesso l’interpretazione razionale. In un tempo dominato dalla rapidità delle immagini e dallo scorrimento continuo sugli schermi, un progetto espositivo che richiama il viscerale appare quasi come una scelta controcorrente. Significa rallentare, restituire peso alle immagini e alla materia, riportare l’arte a una dimensione di presenza reale.

La mostra riunisce sei artisti — Felipe Cardeña, Paolo Cassarà, Vetra Cerulli, AscanioCuba, Ali Hassoun e Zep — che, pur muovendosi in linguaggi molto diversi, condividono un punto di contatto: la volontà di trasformare l’opera in un luogo di tensione, dove identità, corpo e memoria entrano in dialogo.

Le opere di Ali Hassoun aprono una riflessione sulle identità in movimento e sui cortocircuiti culturali del nostro tempo. In Venus Al Kharaq la figura della Venere classica — simbolo della bellezza ideale occidentale — convive con una montagna di abiti multicolori. Gli indumenti, accumulati come tracce di vite e storie, evocano il tema delle migrazioni e della memoria culturale. Anche nell’altra opera in mostra il contrasto è evidente: tre donne chine su una gigantesca banconota dollaro occupano il primo piano, il denaro diventa una superficie monumentale che interroga il rapporto tra valore economico e valore umano.

Ali Hassoun, omaggio a Kostabi

Un registro completamente diverso emerge nelle opere di Vetra Cerulli, dove il viscerale si manifesta in modo più silenzioso ma altrettanto intenso. I suoi ritratti sono dipinti su supporti cuciti ai bordi: la tela appare quasi suturata, trasformando la superficie del quadro in una sorta di pelle artificiale. Le cuciture evocano allo stesso tempo protezione e vulnerabilità, suggerendo quanto ogni identità sia esposta e delicata.

La ricerca di Paolo Cassarà si concentra invece sul rapporto tra essere umano e tecnologia. La scultura Cyborg Cop mette in scena uno scontro tra manifestanti e una figura robotica che ricorda un poliziotto-soldato del futuro. L’immagine parla di un presente già attraversato dall’intelligenza artificiale, dalla robotica e dalle trasformazioni del corpo umano attraverso la tecnologia

Se Cassarà guarda al futuro tecnologico, Felipe Cardeña costruisce invece un universo visivo esplosivo e stratificato. Le sue opere sono attraversate da colori intensi, motivi ornamentali e iconografie che mescolano riferimenti sacri, pop e tropicali. L’effetto è quello di una proliferazione visiva che sembra non lasciare spazio al vuoto

Nel lavoro di Zep il viscerale assume una dimensione apertamente politica. Il corpo diventa superficie di rivendicazione e memoria. La frase “Somos las nietas de las brujas que no pudiste quemar” attraversa le sue immagini come una dichiarazione di resistenza. Il linguaggio visivo si avvicina alla grafica urbana e alla cultura della protesta: linee nette, contrasti decisi, figure che guardano lo spettatore in modo diretto. Non c’è distanza tra immagine e messaggio. L’opera diventa uno spazio di presa di posizione.

Zep, Bruja

La mostra si chiude con il lavoro di AscanioCuba, che con La mia prima cena a Milano trasforma un episodio personale in una scena complessa e stratificata. L’iconografia dell’Ultima Cena viene reinterpretata in un contesto urbano contemporaneo, attraversato da scritte, impalcature e frammenti di vita quotidiana. Corpi, parole e segni si sovrappongono, creando un racconto visivo dove sacro e contemporaneo convivono nello stesso spazio.

All’interno di Viscerale, curata da Paola Martino e Alessandro Baffigi,  ogni artista contribuisce a costruire un’esperienza che va oltre la semplice contemplazione estetica. Le opere non cercano neutralità né distanza. Propongono invece un incontro diretto, talvolta inquieto, sempre intenso.

 

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