“Niente” non è una sottrazione, ma un varco. Nel nuovo singolo di Valentina Indelicato, quella parola – così quotidiana, così spesso abusata per allontanare ciò che fa paura – si trasforma in un territorio intimo, denso, stratificato. Il brano indaga ciò che resta dietro i “non è niente”, dietro i sospiri trattenuti e dietro tutte quelle emozioni che non trovano il coraggio di dirsi apertamente. Valentina esplora questo spazio invisibile con delicatezza e lucidità, restituendo un’immagine sorprendente: il “niente” non è un vuoto, ma un corpo. Un peso gentile che si muove tra pelle, pensieri e memoria, chiedendo solo di essere riconosciuto.
Con una scrittura sensoriale, fatta di immagini soffuse e contrasti sottili, l’artista mette a fuoco la fragilità nascosta nei gesti minimi, nei silenzi che sembrano innocui ma raccontano più di qualunque parola. “Niente” diventa un invito a smettere di trattenere, a lasciare che ciò che sembra piccolo si consumi e si riveli, fino a mostrarsi per ciò che è davvero: autenticità, verità, presenza.
Per Oltre le Colonne, Valentina accompagna lettrici e lettori dentro questo viaggio di ascolto e svelamento, dove il non detto prende finalmente voce.
Nel brano trasformi il “niente” in un luogo pieno di significato: qual è stato il momento in cui hai capito che quella parola nascondeva un mondo interiore?
L’ho capito una mattina di aprile come tante altre. Sentivo l’esigenza di voler buttare fuori delle emozioni, dei pensieri, così ho preso il mio quadernetto e la mia matita e mi sono seduta davanti a un foglio bianco. Una volta lì, però, quelle parole non volevano uscire, e al loro posto il ‘niente’. Così, mi sono resa improvvisamente conto di quante volte il ‘niente’ sia solo un’etichetta apparentemente vuota, abusata, impiegata per evitare spiegazioni che sarebbero molto più di ‘niente’.
Quando dici “ho parlato con il mio niente”, qual è la prima risposta che hai ricevuto da quella parte più silenziosa di te?
La mia prima risposta è stata quasi un sussurro: “ci sono”. Non mi ha dato soluzioni o verità immediate, ma mi ha fatto capire che quel ‘niente’ non era lì per consumarmi dentro, ma per guidarmi a guardare ciò che stavo ignorando. Non arrivano mai in modo diretto: si fanno scoprire lentamente. Ma proprio per questo, sono le più sincere e le più autentiche.
Nel tuo percorso artistico, quanto è difficile dare voce alle emozioni che non si mostrano subito?
Credo sia molto difficile, sempre. Sono le emozioni più timide, più silenziose, che hanno un peso specifico nella propria vita, sebbene spesso possano passare inosservate. Quando le prendi per mano, ogni volta, è come aprire una nuova porta interiore verso qualcosa di sé che non si conosce.
C’è un’emozione che hai sempre faticato a nominare e che in “Niente” sei finalmente riuscita a esprimere?
Sì, la mia sensibilità. Spesso un po’ trattenuta, nascosta dietro tanti “fa niente”, “non è niente”. In realtà è la parte più vera di me, quella senza filtri, che sente tutto in profondità. Con “Niente” le ho dato un nome, le ho dato spazio: l’ho riconosciuta come forza, e non come limite.
Cosa speri che chi ascolta riconosca del proprio “niente” attraverso questo brano?
Spero che “Niente” possa essere una calda carezza per chi si tiene tutto addosso, per chi tiene le parole tra le dita aspettando che scivolino via. Non tutti i vuoti sono tali, e non tutti sono da riempire e capire, ma solo da accettare: alcuni esistono per guardarsi dentro, per respirare, per capire chi siamo davvero.









