Nel nuovo singolo Up and Down, Ornella Sabia trasforma il saliscendi emotivo della vita contemporanea in un racconto lucido e ironico. Tra ansia da iperconnessione, routine grottesche e momenti di smarrimento, l’artista evita il melodramma e sceglie una malinconia intelligente, capace di osservare senza giudicare.
Nell’intervista a Oltre le Colonne, Sabia parla della caduta e della risalita come parti inseparabili dello stesso movimento, dell’importanza dei suoi spazi intimi per scrivere e del contrasto tra il rigore in studio e la libertà del live. A chiudere, un’immagine vivida: una scala mobile a Termini, un trenino giallo, una ricerca di “perle blu” che non si trovano. Un piccolo viaggio che è già tutta la sua musica.
Ti riconosci nel continuo saliscendi tra lucidità e confusione che accompagna la vita contemporanea?
Certo. Siamo tutti nevrotici, è un dato di fatto. Anche la persona più integra ed equilibrata, a volte, si sente schiacciata dal ritmo della modernità e non parlo solo degli impegni quotidiani che ognuno di noi può avere. Parlo anche di quell’ansia sottile che ci vuole sempre iperconnessi, la mania del controllo dello smartphone.
Cosa ti interessa di più raccontare di questa altalena interiore: il momento della caduta o quello della risalita?
Senza la tua domanda non potrebbe esserci questa risposta. E da una risposta, si può sempre generare una domanda. Giochi di parole a parte, m’ interessano entrambe perché sono strettamente connesse: senza la caduta, non può esserci risalita.
Come riesci a mantenere l’equilibrio tra malinconia e leggerezza senza cadere né nel dramma né nella superficialità?
È proprio una mia caratteristica e mi fa piacere tu l’abbia notata. Non mi sono mai piaciuti i melodrammi. Oggi è pieno di gente che piange sui social, in tv, ovunque. Non c’è niente di male, chiariamo, però lo si fa per attirare l’attenzione e questo mi dà ai nervi. Le fragilità vanno molto di moda, attualmente. I miei testi sono malinconici, ma hanno sempre un filo d’ironia. Nella prima strofa di Up and Down parlo di disperazione e poco dopo do l’immagine, attuale e un po’ alienata, di una che mentre cammina guarda l’app contapassi perché le interessa raggiungere il traguardo dei diecimila che si era prefissata. Un po’ grottesco, no?
Hai una routine o un luogo concreto in cui riesci a ritrovare la calma per scrivere?
La mia stanza a casa dei miei genitori.
Quanto spazio lasci all’improvvisazione quando registri o interpreti un pezzo?
Se devo registrare la versione ufficiale di un brano, nessuna. Studio tutta la dinamica prima. Nelle versioni live, moltissimo spazio.
Se dovessi trasformare “Up and Down” in un’immagine, quale sarebbe?
Sono a Termini, riemergo dalla metro tramite la scala mobile, sono in superficie, esco, vado in via Giolitti, prendo il trenino giallo. Ci salgo. Dopo un simpatico viaggio immersa in una composita folla, in cui cerco queste famose “perle blu” e non le trovo, arrivo alla fermata Filarete. Scendo.









