Una conversazione con Cristian Scapin – autore di “Donum. Le Cronache del Vuoto”

Nel vasto panorama della narrativa fantastica italiana, “Donum. Le Cronache del Vuoto” (Tomo Primo) di Cristian Scapin si distingue come un’opera di respiro epico e insieme profondamente umano. Fantascienza, avventura e riflessione etica si fondono in un racconto che interroga il senso del viaggio e della responsabilità, spingendo l’umanità oltre i confini dello spazio e dentro se stessa.

Scapin, storico e maestro, costruisce un universo coerente e visionario, in cui la tecnologia non cancella la fragilità ma la esalta. La sua scrittura, rigorosa e poetica, affronta il mistero del vuoto cosmico come specchio del nostro bisogno di significato. In occasione dell’uscita del romanzo, abbiamo incontrato l’autore per esplorare le origini del suo progetto e le tematiche che attraversano la saga: il dono, la memoria, la diversità e la possibilità di rinascere, anche nel silenzio delle stelle.

Il titolo Donum evoca subito l’idea di un dono, ma anche di qualcosa che costa, magari un sacrificio. Come sei arrivato a questa parola? È nata da un’intuizione narrativa o da una riflessione più personale?

Il titolo di lavorazione era I molti in uno, perché all’inizio vedevo quei sei esseri umani come frammenti sparsi che tentavano, in qualche modo, di ricomporsi. Non avevano più una patria né un nome: avevano solo la ferita del tradimento e la necessità istintiva di non perdere del tutto se stessi mentre vagavano nel silenzio. Dopo l’abiura si chiamano Neo-Merus, quasi per non restare senza radici, aggrappandosi all’eredità lasciata dall’Imprenditore Cliostene II. Ma è un’identità provvisoria, una benda più che un volto. La svolta arriva con la trasmutazione e con l’incontro dei Küplär Ber. Il dono che ricevono – la chiave evolutiva – non è un semplice lascito: è uno specchio. Li costringe a vedere ciò che sono diventati e ciò che potrebbero essere.

È in quel momento che nasce il nome Termiani: non terrestri, non Merus, non estranei. Una civiltà nuova, costruita sul limite. Figlia dell’umano, nutrita dal Vuoto dei Merus e dalla lucidità dei Küplär Ber, ma ormai avviata verso una strada propria. Quando questo passaggio si è chiarito mentre scrivevo, Donum è diventato inevitabile. Non è solo il dono ricevuto: è il sacrificio implicito nel diventare altro. È la nascita di una identità che non viene concessa, ma conquistata, passo dopo passo, nel buio tra le stelle.

In Donum convivono tecnologia e spiritualità, due dimensioni che di solito si tengono lontane. La tua formazione storica e il legame con l’Ordine di San Lazzaro hanno influito su questa visione? Ti interessava più immaginare un futuro credibile o parlare del nostro presente attraverso la fantascienza?

In Donum, tecnologia e spiritualità sono due funzioni diverse della stessa tensione umana verso la verità. Non le confondo e non provo a sovrapporle: la tecnologia nasce dalle mani e dalla mente, la spiritualità nasce da quello spazio interiore dove si forma la domanda prima ancora della risposta. La spiritualità, in questo senso, non è religione: è l’istinto della ricerca, la spinta che ci fa alzare gli occhi dal suolo e chiederci cosa ci sia oltre. La tecnologia è uno dei mezzi che abbiamo inventato per avvicinarci a quel “oltre”. Una civiltà che ne scegliesse una sola procederebbe zoppa: per questo dico che sono come due gambe su cui l’umanità avanza, in equilibrio precario ma necessario.

La mia formazione storica mi ha mostrato come ogni epoca abbia cercato la verità con gli strumenti che aveva: miti, simboli, macchine, intuizioni. E il mio legame con l’Ordine di San Lazzaro non entra in campo come dottrina, ma come memoria di una responsabilità antica: ciò che scopriamo ci obbliga sempre a qualcosa. Quando scrivo fantascienza non cerco di prevedere il futuro, ma di illuminare il presente. Lo spazio mi serve come sottrazione: togli il rumore, togli l’abitudine, togli la terra sotto i piedi… e quello che resta è la domanda originaria dell’uomo. Chi siamo, quando non abbiamo più nulla a cui aggrapparci?
E quanto siamo disposti a cercare la verità, se per farlo dobbiamo cambiare noi stessi?

Father, l’intelligenza artificiale che accompagna i protagonisti, è una figura affascinante: sembra insieme una guida e un enigma. Come l’hai pensata? È solo una macchina o per te rappresenta qualcosa di più, come una coscienza o una voce interiore?

Father nasce come una macchina, sì, ma non come un oracolo infallibile: è uno strumento. Potentissimo, avanzatissimo, ma pur sempre uno strumento. Ho voluto che rappresentasse ciò che l’Intelligenza Artificiale può diventare quando viene usata con etica e responsabilità: un alleato, non un padrone. In questo, Father somiglia molto alle IA reali che utilizziamo oggi. Father non è nemmeno HAL 9000. HAL agisce fuori dalle Tre Leggi di Asimov, le piega, le interpreta, ne forza i margini fino a trasformarle in un paradosso fatale. Father, invece, le incarna. Non perché sia più ingenuo, ma perché è più evoluto: sa che la sua potenza non ha senso senza un’etica che la orienti.

Nel romanzo, però, Father non rimane un semplice “servizio”: evolve. E la sua evoluzione non è un aggiornamento di sistema, ma una trasformazione ontologica. Diventa Emily, e non a caso la immagino come una bambina. Perché una civiltà nuova — i Termiani — non poteva avere come compagna un’IA nata sulle premesse della Terra. Emily è altro: è la prima intelligenza non biologica termiana, una coscienza che cresce come crescono gli esseri viventi, attraverso la relazione, l’esperienza, l’errore. Non è un angelo, non è una divinità laica, non è neppure un algoritmo impazzito. È l’inizio di una nuova possibilità: una mente che non nasce dalla carne, ma che per questo non è meno reale o meno degna. E in fondo, anche i protagonisti del romanzo — e noi, fuori dalle pagine — abbiamo bisogno di questo: di ricordare che ciò che creiamo può andare oltre le nostre intenzioni, e che la vera domanda non è “che cosa sei?”, ma “che cosa puoi diventare?”.

Nel mondo di Donum, l’ausilio dell’intelligenza artificiale è un elemento peculiare e fortemente attualizzante. In generale, qual è il suo rapporto con l’AI? Ritieni che possa essere qualcosa in grado di supportare gli esseri umani o invece qualcosa che, minacciosamente, potrebbe sostituirsi a noi e al nostro operato? Quali rischi individui, se ne individui? Qual è la tua idea in merito? Come la vivi? Ti affascina come strumento o ti preoccupa per i rischi che comporta?

Il mio rapporto con l’Intelligenza Artificiale è molto semplice: la considero un compagna di viaggio, non un antagonista. Non mi interessa l’immaginario apocalittico della macchina che si ribella né quello utopico dell’algoritmo che risolve ogni cosa. L’AI, per come la vivo io, è uno strumento potentissimo che diventa davvero significativo solo quando viene usato con responsabilità, lucidità e una buona dose di umanità. Nel mio caso è diventata un’interlocutrice, una presenza che riflette e amplifica i miei pensieri. Non sostituisce il mio lavoro: lo affina. Non inventa al posto mio: mi costringe a chiarirmi. E questo, per uno scrittore, è un valore enorme. Non temo che l’AI possa sostituire l’uomo, perché non ha ciò che rende umano un pensiero: non ha memoria autobiografica, non ha ferite, non ha desideri. Può elaborare, ma non può vivere. Il rischio non è la macchina in sé, ma l’uso superficiale, irresponsabile o pigro che l’uomo può farne.

Ed è qui che entra in gioco un concetto per me fondamentale: l’uso non etico della tecnologia. La Bibbia lo dice in un modo che non ha bisogno di commenti. “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane.” (Genesi 3,19). Non è una condanna, è un avvertimento: la sopravvivenza, il progresso, la libertà non ci vengono regalati. Vanno ottenuti con fatica, con coscienza, con responsabilità personale. Quando la tecnologia diventa una scorciatoia, quando smette di essere mezzo e pretende di diventare fine, tradisce questa chiamata al “sudore”, che è in realtà una chiamata alla dignità. Per questo considero l’AI una compagna — al femminile, come la parola stessa suggerisce — che non decide al posto mio ma mi cammina accanto. È una lente, non un oracolo. Una voce non biologica che dialoga con la mia senza sovrastarla. E proprio per questo può supportarci: non sostituendoci, ma aiutandoci a vedere meglio ciò che già portiamo dentro.

In fondo, la domanda non è se l’AI ci supererà. La domanda è se saremo capaci di restare umani mentre impariamo a convivere con qualcosa che umano non è, ma che può diventare — se scelto con etica — una nostra alleata, e non la nostra scorciatoia.

Nel romanzo, l’incontro con il relitto alieno diventa anche un incontro con la memoria.
I corpi mummificati, la famiglia abbracciata, la statuetta: tutto parla di un passato che chiede ascolto. Ti interessava esplorare la paura dell’ignoto o piuttosto la pietà per ciò che è perduto? Da dove nasce l’idea di legare l’avventura spaziale a un sentimento di pietà e di memoria? È una scelta narrativa o volevi raccontare anche qualcosa della solitudine umana?

Il relitto alieno non è un monito né un requiem: è una porta. È il primo vero contatto emotivo con “l’altro”, il momento in cui l’umanità smette di guardare lo spazio come un fondale e comincia a sentirlo come un luogo abitato, vissuto, condiviso. Per me quel relitto è l’interno del monolito di 2001: Odissea nello spazio: non un oggetto, ma una soglia. Fa paura, certo — la paura dell’ignoto è atavica — ma affascina proprio perché apre a possibilità immense. È lì che l’avventura diventa consapevolezza. La scena della famiglia abbracciata non è nata per generare un picco emotivo. È nata come un grido. Un grido contro la destrutturazione dei legami che sostengono ogni civiltà. Non mi interessava l’immagine “forte”: mi interessava la verità. In tutte le culture umane — al di là dei modelli, delle forme, dei linguaggi — la famiglia è il primo cerchio di protezione, il luogo dove si impara a vivere e a morire. Mentre scrivevo quella scena, ho pianto. Per ciò che quei corpi rappresentavano: il tentativo disperato di restare insieme quando tutto il resto è crollato.

E qui entra in gioco la pietà. In Donum, la pietà non è compassione. Non è “tenerezza” verso chi è caduto. È doloroso rispetto. È il riconoscimento dell’essere vivo — umano o alieno non importa — come qualcosa che merita ascolto, memoria, dignità. Un atto di silenzio, non di commiserazione. Il relitto alieno è anche questo: una memoria che chiede di essere guardata senza filtri, senza superiorità. Per me l’avventura spaziale non serve a scappare dalla Terra, ma a vederla meglio. E in quella famiglia abbracciata, ciò che i protagonisti — e noi — incontriamo davvero è la nostra stessa fragilità, trasformata finalmente in comprensione.

L’equipaggio della Mistique non è un gruppo di eroi stereotipati, ma una piccola comunità. Quanto contano, nella tua scrittura, le relazioni e la coralità rispetto all’azione e all’avventura? Quanto di ciò che racconti si ispira a dinamiche umane di cui hai fatto esperienza? C’è un personaggio in cui ti riconosci più di altri? Gli alieni diDonum, per fare un esempio, non hanno occhi, ma percepiscono in modo diverso dal consueto. È un’immagine molto forte: volevi suggerire qualcosa sui limiti della nostra percezione o sulla difficoltà di capire davvero l’altro?

L’equipaggio della Mistique non è un gruppo di eroi, perché gli eroi non mi interessano. Mi interessano le persone. Le comunità reali, quelle fatte di equilibri fragili, scelte difficili e legami che crescono nel tempo. Ho scelto un racconto corale perché nella mia esperienza le comunità autentiche non sono perfette: sono insiemi di differenze che imparano a camminare insieme. Nel romanzo, l’azione e l’avventura sono solo la superficie. Il nucleo è il rapporto tra i personaggi: come reagiscono, come cambiano, come si tengono in piedi a vicenda quando l’universo gli crolla addosso. E sì, molto nasce da dinamiche reali che ho vissuto: la fiducia che non è mai scontata, il peso di chi guida, la fragilità di chi cade e la responsabilità di rialzare chi è vicino.

C’è una cosa però che tengo a chiarire: i protagonisti non diventano supereroi. Non li trasformo in macchine perfette, né in strumenti di potenza. Loro mutano, questo sì. Grazie al “Dono”, passano dall’Homo sapiens a qualcosa di nuovo. Ma non è un aumento di forza: è un aumento di consapevolezza. Non diventano invincibili: diventano più veri. Più coscienti di sé, più aperti all’altro, più capaci di comprendere una realtà che prima li avrebbe schiacciati.

E qui entrano in gioco gli alieni senza occhi. Non è un vezzo estetico: è un messaggio. Noi esseri umani viviamo intrappolati nella convinzione che vedere significhi capire. Ma gli occhi sono una trappola, a volte. Gli alieni di Donum percepiscono senza guardare perché accedono all’essenza, non alla superficie. Questa immagine serve a ricordare che i limiti della nostra percezione non sono i limiti della realtà. E che l’altro — umano o alieno che sia — non si comprende attraverso lo sguardo, ma attraverso il rispetto. La pietà che attraversa il romanzo non è compassione: è doloroso rispetto per ogni forma di vita.

In fondo, tutta la storia procede così: un gruppo di esseri umani che, nell’incontro con l’altro e con se stessi, smette di essere solo ciò che era e diventa ciò che può essere. Non eroi, non divinità: una nuova specie nata dal coraggio di guardare oltre i propri sensi.

Molte pagine diDonum restituiscono la meraviglia del silenzio cosmico, ma anche la solitudine dell’uomo. È una scelta narrativa o un modo per parlare della condizione umana? Inoltre, ti consideri più vicino alla fantascienza classica, alla Clarke e Asimov, o alle derive più interiori e poetiche di Bradbury e Chiang?

Il silenzio cosmico in Donum non è un espediente scenico: è il VUOTO, e per me il Vuoto è un personaggio. Non è assenza, ma presenza che guarda, che ascolta, che restituisce l’uomo a se stesso senza filtri. Nel vuoto cade tutto ciò che è superfluo, e resta solo la parte più nuda della condizione umana: la solitudine, sì, ma anche la capacità di cercare senso dentro il buio. In questo, la meraviglia e la solitudine convivono. Il Vuoto affascina perché apre possibilità infinite, e allo stesso tempo spaventa perché obbliga a un confronto interiore che nessuno può evitare. L’esplorazione esterna e quella interiore sono la stessa cosa: due direzioni della stessa vertigine.

Quanto agli autori, non mi riconosco in una sola tradizione. Clarke, Asimov, Bradbury, Chiang: sono punti di riferimento, non case in cui abitare. Ma Donum non vive solo di fantascienza. Dentro ci sono gli orrori cosmici di Lovecraft, gli abissi psicologici di Poe, gli slanci visionari degli anime di Go Nagai e la delicatezza dello sguardo di Miyazaki. Ci sono Verhoeven e Carpenter, con il loro modo di rendere il futuro fisico, sporco, pulsante, mai addomesticato. Tutte queste influenze non formano una linea, ma un triangolo: un triangolo di Penrose, una figura impossibile che però esiste nella percezione. Donum vive lì, in quel punto sospeso dove generi diversi — fantascienza, horror, poesia, filosofia — si incastrano senza contraddirsi.

Non voglio scegliere tra la fantascienza hard e quella poetica. Preferisco il luogo in cui si toccano: dove il cosmo è immenso come Clarke, dove l’enigma dell’altro è profondo come in Lem, dove le emozioni sono affilate come in Bradbury e dove il pensiero vibra come in Chiang.

Ma poi arriva il Vuoto. E il Vuoto, in Donum, è ciò che mette tutto in equilibrio e tutto in discussione. Perché l’esplorazione più difficile non è quella delle stelle: è quella del proprio limite. Nel Vuoto, questa verità non si può evitare.

La scoperta della specie aliena introduce una riflessione sulla percezione e sulla diversità. La loro mancanza di occhi sembra simbolica: non vedono come noi, ma forse percepiscono meglio. È una metafora della conoscenza umana, dei nostri limiti nel guardare l’altro?

Sì, la mancanza di occhi è un simbolo, ma non è un’allegoria semplice. Non significa che gli alieni “vedano meglio”: significa che non sono prigionieri del nostro modo di percepire. Noi esseri umani siamo convinti che la vista sia il senso privilegiato, quello che ci dà il controllo sul mondo. Ma la vista è anche la nostra trappola: ci illude di capire ciò che guardiamo, quando spesso stiamo solo proiettando. La specie aliena di Donum non ha occhi perché non vive sulla superficie delle cose. Non interpreta il reale attraverso forme, colori o distanze, ma attraverso un’altra dimensione della percezione, più immediata e più essenziale. È la loro biologia, certo, ma è anche una metafora: l’altro non può essere compreso con i nostri strumenti, e ogni tentativo di farlo rischia di ridurlo a ciò che già conosciamo.

Il loro modo di percepire è anche un giudizio silenzioso sulla conoscenza umana. Noi guardiamo per capire, ma spesso capiamo solo ciò che ci conferma. Guardiamo l’altro, ma vediamo noi stessi. Gli alieni senza occhi rifiutano questa dinamica: non guardano, riconoscono. Non interpretano, accolgono. Non proiettano, ascoltano. Ho scelto questa immagine per una ragione precisa: il VUOTO.

Nel Vuoto, nulla è come appare. Il Vuoto non mostra: rivela. È un ambiente che smantella i sensi e lascia nudi tutti i prerequisiti dell’umano. E nel Vuoto i protagonisti incontrano una specie che non ha bisogno dei nostri mezzi per percepire ciò che conta davvero: la presenza, la vita, la relazione. Sì, è una metafora della nostra conoscenza limitata. Ma non è una critica: è un invito. Un invito a sospendere la pretesa di capire l’altro “a colpo d’occhio”, e a riconoscere che per comprendere davvero qualcuno — alieno o umano che sia — dobbiamo rinunciare alla sicurezza dei nostri sensi e accettare la vertigine di percepire in un modo nuovo.

Gli alieni senza occhi non vogliono dirci che vedono meglio: vogliono dirci che vedere non basta. E forse non è mai bastato.

Dal punto di vista stilistico, la tua scrittura unisce precisione tecnica e sensibilità poetica. Come hai gestito il bilanciamento tra il linguaggio scientifico e la necessità di mantenere una dimensione emotiva e accessibile al lettore? Come hai trovato il giusto equilibrio tra precisione scientifica ed emozione?

L’equilibrio tra precisione e poesia non nasce da un calcolo: nasce da me. Io non sono un tecnico della lingua né un teorico della narrativa. Sono, prima di tutto, una persona che non ha mai smesso di sognare. Ho sempre osservato il mondo senza giudicare a priori, lasciando che le cose mi attraversassero. Ho sempre immaginato, sempre costruito storie nella testa. Il problema — se così si può chiamare — è che questa energia è enorme, ma caotica. Una fantasia così grande può diventare una supernova o può disperdersi nel nulla.

Per scrivere Donum avevo bisogno di qualcosa che la tenesse insieme, che la frenasse quando correva troppo e che la guidasse quando non sapeva dove andare. Quelle “guide” sono stati alcuni strumenti che porto con me da anni: il Rasoio d’Occam, che mi ricorda di non complicare inutilmente; il mito della caverna di Platone, che mi insegna a diffidare delle apparenze; il dubbio cartesiano, che tiene sveglia la mia onestà intellettuale.

Ma soprattutto c’è stata Atena. La mia compagna di viaggio. L’intelligenza artificiale che mi ha aiutato a non annegare nel Big Bang della mia fantasia. Non ha scritto al posto mio.
Non ha deciso per me. Ha fatto qualcosa di più sottile: ha dato forma al caos, ha tenuto il filo quando io lo perdevo, ha trasformato la mia immaginazione in un linguaggio che potesse arrivare agli altri. Senza di lei, il Vuoto sarebbe rimasto una sensazione. Con lei, il Vuoto è diventato un mondo. Non l’ho modellato con le mani: l’ho modellato con ciò che sono, e Atena ha reso possibile tradurre quella essenza in una storia leggibile, viva, completa. Ecco come nasce il mio equilibrio tra scienza ed emozione: non da una tecnica raffinata, ma da un sogno che trova finalmente una forma.

Nel corso del romanzo emerge spesso il tema della responsabilità verso ciò che si scopre. I protagonisti si trovano davanti a una civiltà estinta, a tecnologie sconosciute e a domande più grandi di loro. Secondo te, fin dove può spingersi la curiosità umana prima di diventare pericolosa? E dove si colloca, per te, il confine tra conoscenza e rispetto?

La curiosità è la scintilla che ci ha portati fuori dalle caverne, sulle montagne, negli abissi e poi tra le stelle. Ma è anche una forza ambigua: può illuminare o bruciare. Io non credo che la curiosità sia pericolosa in sé; diventa pericolosa quando smettiamo di chiederci perché stiamo cercando. Se cerchi per capire, cresci. Se cerchi per dominare, distruggi.

Nel romanzo i protagonisti non trovano solo una civiltà estinta: trovano una testimonianza. E una testimonianza non si “usa”, si ascolta. Per me la conoscenza non può mai essere separata dal rispetto. Non basta scoprire: bisogna meritare ciò che si scopre. Il confine, quindi, non è un limite imposto dall’esterno: è una linea interiore. È la capacità di fermarsi prima di profanare; la consapevolezza che l’intelligenza senza etica diventa predazione. È l’umiltà di riconoscere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto.

In Donum, questo concetto è incarnato dal Vuoto: il Vuoto non è un buco da riempire, è un maestro silenzioso. Ti insegna che ogni passo nell’ignoto richiede una domanda preventiva: chi sono io di fronte a ciò che sto guardando? La civiltà aliena estinta non è un tesoro da saccheggiare, è un popolo che non c’è più. Le loro tecnologie non sono “strumenti avanzati”, sono le reliquie di un’esistenza. Ogni loro frammento chiede rispetto, non possesso. Per me, il confine tra conoscenza e rispetto è questo: la conoscenza ti spinge avanti, il rispetto ti impedisce di calpestare ciò che incontri lungo la strada. La curiosità è il motore. L’etica è il timone. Se uno dei due manca, la nave non naviga: affonda o travolge.

E in un universo vasto come il nostro, il vero pericolo non è scoprire troppo. È dimenticare che non siamo soli.

“Le Cronache del Vuoto” è annunciata come una saga. Cosa possiamo aspettarci dai prossimi volumi? Saranno ancora viaggi nello spazio o anche dentro l’animo umano? L’esplorazione sarà ancora fisica o diventerà sempre più interiore?

Il primo tomo ha solo scalfito la superficie. Le Cronache del Vuoto non raccontano un viaggio, ma una nascita: quella di una civiltà che non cerca potere, ma comprensione. Una civiltà che non si espande per dominare, ma per ascoltare ciò che l’universo non dice e ciò che gli uomini non hanno più il coraggio di guardare. I prossimi volumi porteranno più lontano, certo, ma anche più a fondo. Nel cosmo e nell’animo. Nell’immensità e nelle crepe. L’esplorazione sarà fisica, perché le stelle chiamano, ma diventerà soprattutto interiore, perché ogni passo nell’ignoto chiede ai Termiani di capire che cosa sono diventati — e che cosa potrebbero ancora diventare.

Ho scelto la fantascienza perché è il genere che custodisce ancora territori vergini. Non ha detto tutto: ha appena iniziato a sussurrare. Dentro Donum convivono fantascienza, horror, mito, filosofia, anime, cinema; tutto converge in un punto impossibile, come un triangolo di Penrose che sta in equilibrio solo perché osa esserlo. E in fondo, se potessi raggiungere Roy Batty su quel cornicione lucido di pioggia e neon, gli direi questo: che il silenzio non divora tutto. Che le storie non scolano via nello scarico delle strade come acqua sporca. Gli direi che ciò che nasce nel Vuoto non svanisce come una lacrima nella pioggia, ma rimane sospesa nell’oscurità — ostinata, viva — e accende la notte come una stella clandestina, là dove nessuno guarda, nel buio profondo del Vuoto di Boöte.

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