TUM – “Dark Side of the Minigolf”: un disco fuori posto in un paese senza folk

C’è qualcosa di profondamente affascinante e sottilmente paradossale nel nuovo disco di TUM, “Dark Side of the Minigolf”. Un album che si muove libero e sfrontato nel territorio del folk più obliquo, più indie, più trasversale; un territorio che in Italia, a ben vedere, quasi non esiste più. O meglio: esiste a brandelli, in piccole nicchie, in progetti solitari e semi-invisibili. Ma di una vera scena folk – genuina, strutturata, riconoscibile – si sono perse da anni le tracce. Proprio per questo, il disco di TUM arriva come un oggetto alieno che si incastra là dove nessuno stava guardando.

Un disco che parla una lingua diversa — in ogni senso

La scelta dell’inglese è coerente con molte delle influenze che il disco porta in sé: dal folk psichedelico d’oltreoceano alle traiettorie più intime dei cantautori nord-europei. Ma è anche un’arma a doppio taglio. In un panorama discografico dominato da un flusso incessante di uscite internazionali, “Dark Side of the Minigolf” rischia di disperdersi nella massa: una gemma che brilla ma non abbastanza forte da imporsi sul rumore di fondo delle playlist globali.

Forse, proprio perché il folk in Italia non ha una casa, cantarlo in italiano avrebbe dato al disco una dimensione ancora più necessaria. Sarebbe stato un atto politico e culturale: prendere un genere poco frequentato e dargli finalmente un volto nazionale, un’identità, una lingua che lo riporta “a terra”. E chissà: forse avrebbe permesso a chi non conosce TUM di fermarsi un attimo, di capire che quel suono così morbido e malinconico appartiene anche a loro.

Un immaginario intimo e bizzarro

Il titolo, “Dark Side of the Minigolf”, racchiude tutto lo spirito del progetto: ironico, complice, vagamente nostalgico, sempre un po’ fuori fuoco. Un minigolf è un luogo di passaggi, di ricordi d’infanzia, di goffi tentativi. Metterci un “dark side” è come dire che anche nelle piccole cose si nasconde un mondo. E questo disco lo esplora con grazia, con voce bassa, con arrangiamenti che prediligono l’ombra al clamore.

Una piccola anomalia preziosa

In un’Italia musicale che appiattisce tutto nella categoria amorfa dell’indie-pop, TUM sceglie una strada rischiosa ma sincera. “Dark Side of the Minigolf” è un disco che non cerca appartenenze, e proprio per questo è difficile da intercettare. Ma forse è esattamente il suo pregio: un oggetto non allineato, che contribuisce – anche involontariamente – a riaprire un discorso sul folk che qui da noi è rimasto sospeso.

Un disco che avrebbe potuto essere più incisivo in italiano, certo. Ma che anche così, con la sua gentilezza fragile e la sua ironia elegante, merita di essere ascoltato con attenzione. Perché in un paese che ha smesso di coltivare il folk, qualcuno che prova a farlo comunque è già una storia importante.

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