Transizioni. La nuova mostra di Carla Pugliano

Con Transizioni, la sua nuova mostra personale, Carla Pugliano ci conduce in un nuovo capitolo della sua ricerca artistica, in cui la materia assume una nuova centralità e il linguaggio pittorico si rinnova attraverso una dimensione più libera e istintiva.

Ne abbiamo parlato in una breve intervista, con l’intento di offrire al pubblico un primo approfondimento sui temi della mostra e accompagnarne la lettura attraverso le parole dell’artista.

In occasione della mostra personale Transizioni, ospitata presso il Museo Diocesano e Capitolare di Terni, abbiamo deciso di avviare un colloquio diretto con Carla Pugliano per approfondire dall’interno alcuni passaggi chiave della sua ricerca più recente.

Il progetto espositivo presenta una nuova serie di opere che accompagna un’evoluzione del linguaggio verso una dimensione più libera e materica, in cui il gesto e la stratificazione diventano strumenti centrali di costruzione dell’immagine e di racconto interiore.

Le domande che seguono nascono dal desiderio di entrare nel processo creativo dell’artista e di restituire il modo in cui questa nuova fase si sta formando e definendo nel tempo, tra esperienza e  pratica.

Un dialogo che si inserisce nel percorso della mostra e ne accompagna la lettura da una prospettiva più ravvicinata e personale.

Locandina Mostra Personale Carla Pugliano

In “Transizioni” hai scelto di abbandonare la figura per approdare a una dimensione pienamente astratta. Cosa ha determinato questa svolta così netta nel tuo linguaggio?

Più che un abbandono della figura, che non ho alcuna intenzione di accantonare, parlerei di un’evoluzione naturale. La figurazione è stata uno strumento attraverso cui raccontare l’interiorità dell’essere umano, ma anche un modo per esercitare la mia tecnica nella costruzione dei volumi e degli incarnati. Poi è nata l’esigenza di andare oltre l’immagine, per avvicinarmi a quella purezza che la materia e l’istinto riescono a restituirmi.

L’immediatezza del gesto crea oggi dentro di me un equilibrio tra la pazienza della tecnica e l’impeto dell’irrazionalità. L’informale rappresenta per me l’ignoto, l’imprevisto e l’accettazione dell’incertezza. È un modo per attraversare uno sconvolgimento emotivo improvviso e lasciare che l’opera trovi la sua compiutezza prima che quel sentimento si consumi. È un’esperienza potente, adrenalinica. Non so davvero cosa accadrà e non posso averne il controllo, come a ricordarmi che la vita stessa non si lascia mai domare del tutto.

A questo si aggiunge lo studio dei materiali, dei tempi di essiccazione e della tenuta delle superfici. Non esistono formule magiche e questo comporta inevitabilmente anche momenti di fallimento. Le sfide mi agitano sempre, ma sono proprio quei timori a diventare la mia forza. Ogni volta che sento di aver raggiunto una stabilità, nasce in me il desiderio di superarla. Credo che sia proprio questa tensione continua ad alimentare la mia ricerca artistica, così come accade nella vita.

“Transizioni” rappresenta questo passaggio. Non una rottura con il passato, ma il naturale approdo di un percorso che progressivamente si è liberato dei vincoli del visibile per concentrarsi sull’essenza.

Mostra personale Transizioni - Carla Pugliano, MNuseo Diocesano e Capitolare Terni

Senza il riferimento figurativo, il centro della tua ricerca sembra spostarsi completamente su materia, gesto e stratificazione. Cosa racconta oggi, per te, l’astrazione che prima passava anche attraverso il corpo e l’immagine?

L’astrazione mi consente di esprimere emozioni e stati interiori senza il filtro del riconoscibile. Mi permette di concentrarmi completamente sull’atto creativo, quell’attimo in cui la tela diventa chiara e si compone attraverso un dialogo profondo con la parte più intima e istintiva di me.

Il gesto è il vero protagonista di questo processo e la materia e il colore ne diventano il prolungamento, ne raccolgono l’energia, lo assecondano e lo mettono alla prova. È da questa relazione che la tela prende forma e ogni stratificazione custodisce nei miei lavori la memoria di ciò che è accaduto sulla superficie e soprattutto nella mia anima. Nulla viene davvero cancellato, ogni colatura, ogni emozione, ogni deposito materico si sedimenta e continua a intrecciarsi con ciò che verrà dopo. Con la figura tradizionale questo accadeva in misura minore, perché inevitabilmente il mio sguardo veniva attratto dal soggetto rappresentato. Quando ho cominciato a immergere volti e corpi in un contesto astratto, la parte più complessa era proprio lo sfondo, perché non controllabile da subito, ma da comporre in modo diretto e imprevedibile.

Per me il gesto pittorico appartiene a un tempo preciso, destinato però a richiudersi. Lo immagino come un portale da attraversare per entrare nel proprio mondo interiore, ma non sempre è accessibile. Per sua natura è effimero e bisogna saper cogliere quell’istante, affinché il segno rimanga diretto, viscerale e possa prendere forma.

Segue poi una fase di rilettura silenziosa, quasi di ascolto dell’opera stessa. Solo prendendo distanza riesco a comprenderla davvero, ed è sempre sorprendente osservare le interpretazioni di chi la incontra: spesso restituiscono significati che neppure io avevo pienamente intuito.

La figura resta una parte importante del mio lavoro e non sento il desiderio di abbandonarla. Entrambe le dimensioni mi abitano, quella figurativa e quella informale, perché rappresentano due modi diversi ma complementari di esprimermi. È proprio il dialogo continuo, talvolta armonico e talvolta conflittuale, tra queste due forme espressive che, nel loro equilibrio precario, riflette con maggiore autenticità la mia natura.

Transizioni - Mostra personale Carla Pugliano presso Museo Diocesano e Capitolare Terni 3 - 12 Luglio 2026

In questo stesso periodo ti trovi a vivere il Museo Diocesano e Capitolare di Terni in una doppia veste, con una mostra personale e al tempo stesso come curatrice di una collettiva. Cosa cambia nel tuo sguardo quando sei dentro lo spazio come artista e quando invece lo abiti come curatrice, e cosa succede quando queste due prospettive finiscono per sovrapporsi e contaminarsi?

Sono due ruoli differenti, ma complementari. Quando espongo entro in una dimensione intima e  anche più fragile. È il luogo in cui la mia interiorità, le mie incertezze e la mia ricerca trovano una forma concreta. Questa mostra ha per me un significato particolare, perché segna la nascita di una nuova poetica, sviluppata nell’arco di meno di un anno, ma maturata attraverso un percorso introspettivo molto più lungo. È un passaggio che mi emoziona profondamente.

Anche la curatela la sento profondamente. Più che “curatrice”, mi piace pensare di essere semplicemente un’artista che mette a disposizione esperienza e sensibilità al servizio di altri, perché conosco bene cosa significhi affidare una parte di sé e desiderare che venga accolta con rispetto, ascolto e attenzione. Tutto è nato quasi naturalmente dopo l’apertura della mia galleria. Fin dall’inizio ho nutrito il desiderio di contaminare il mio spazio con visioni diverse, con le emozioni di altri artisti. Ad ogni progetto si crea sempre una magia nuova, difficile da spiegare a parole. C’è poi un altro aspetto che considero prezioso: il confronto umano. In questo ruolo ho la fortuna di condividere idee, dubbi, emozioni con persone che parlano, ciascuna a modo proprio, il linguaggio dell’arte.

Per questo le due prospettive finiscono inevitabilmente per contaminarsi. Essere pittrice mi rende più empatica nell’accogliere il lavoro degli altri, mentre l’esperienza della curatela mi offre continuamente nuovi punti di vista che arricchiscono anche il mio modo di dipingere.

Oggi, avere l’opportunità di curare una mostra collettiva in un contesto prestigioso come il Museo Diocesano e Capitolare di Terni è un grande onore. Ho affrontato questa esperienza con attenzione e delicatezza e prima di tutto come artista. Per me prendersi cura di una mostra significa accogliere, custodire e mettere in relazione poetiche differenti, affinché possano convivere senza perdere la propria identità. Quando mi è stato affidato questo incarico ho provato anche un po’ di timore, ma il desiderio di mettermi alla prova è stato più forte. Ho accettato con entusiasmo, sostenuta dalla competenza e dalla professionalità del team di Start Edizioni, da cui ho imparato moltissimo, non solo sul piano professionale, ma anche su quello umano. Ho trovato grande coerenza, serietà e un profondo rispetto per ogni persona coinvolta. Avere l’occasione di conoscere anche il lavoro che c’è dietro ogni progetto mi ha fatto capire quanta dedizione, attenzione e responsabilità richieda. È stata un’esperienza che mi ha dato una prospettiva nuova sul mondo dell’arte e mi ha ricordato quanto ci sia ancora da apprendere. Credo che l’umiltà e il lavoro costante siano elementi fondamentali per crescere prima ancora che come artista, come persona.

È un anno che sto vivendo con un’intensità particolare. Non ho mai avuto un rapporto semplice con il tempo, ma questa immersione totale nell’arte mi dà la sensazione di poterlo dilatare, rendendolo più ricco e  più pieno.

 

Il Critico d'Arte Daniele Radini Tedeschi con l'artista Carla Pugliano

In occasione dell’inaugurazione sarà presente anche il contributo critico di Daniele Radini Tedeschi. Che valore ha per te questo dialogo critico più strutturato e continuativo nella lettura del tuo lavoro e nella sua evoluzione?

Per me il valore più grande di questo dialogo sta proprio nella continuità. Trovo importante avere uno sguardo esterno che mi aiuti a leggere più a fondo il mio percorso. A volte ci sono aspetti del lavoro che chi crea percepisce solo in modo intuitivo e che diventano più chiari grazie al confronto. La critica, quando è sincera e costruttiva, non cambia la direzione del lavoro, che deve restare libera e istintiva, ma aiuta a comprenderlo meglio.

Daniele Radini Tedeschi aveva già accompagnato una mia precedente mostra, prevalentemente figurativa, offrendomi una lettura che ho sentito particolarmente significativa e che considero ancora oggi un importante spunto di riflessione. Ritrovarci in questa mia personale, davanti a una fase completamente nuova della mia ricerca, rende questo momento ancora più significativo. Mi piace l’idea che sia lo stesso sguardo critico a posarsi sulla mia evoluzione nel tempo, perché solo così è possibile coglierne davvero le trasformazioni, ma anche ciò che, nonostante tutto, rimane.

Mi confronterò ancora con la sua lettura con curiosità e apertura totale, certa che saprà mettere in luce i punti di forza del mio lavoro, ma soprattutto gli aspetti sui quali posso continuare a crescere.  È questo, per me, il senso più prezioso di una critica autentica.

 

 

Giuseppina Irene Groccia
www.lartechemipiace.com