Con Astrazioni Sociali, Dario Pellegrino si inserisce in quella linea di poesia contemporanea che non cerca effetti di superficie né compiacimenti linguistici, ma prova a interrogare il presente attraverso un confronto continuo tra interiorità e realtà condivisa.
Il libro si muove lungo una tensione costante: da un lato la necessità di dare forma a un’esperienza personale, dall’altro il bisogno di misurarsi con un tempo che appare instabile, talvolta opaco. La scrittura sceglie di non urlare. Procede per immagini, per scarti, per domande che rimangono aperte. Non c’è la pretesa di offrire soluzioni, ma piuttosto quella di sostare nelle crepe: nel dubbio, nell’attesa, nella percezione di un cambiamento che non sempre coincide con un miglioramento. L’astrazione diventa così uno strumento di messa a fuoco, non una fuga; il riferimento al “sociale” non è dichiarazione ideologica, ma consapevolezza che ogni inquietudine individuale è inscritta in un contesto più ampio. La raccolta restituisce il profilo di una voce che alterna densità e sottrazione, slancio e misura. Si avverte una volontà di equilibrio: tra radicamento e distanza, tra appartenenza e osservazione critica. La parola poetica non si chiude in una dimensione privata, ma resta esposta, attraversata da ciò che accade fuori.
L’intervista che segue nasce dal desiderio di entrare in questo spazio di tensione: comprendere come si costruisce un libro che tiene insieme visione e concretezza, quale rapporto esista tra esperienza quotidiana e scrittura, e in che modo un autore scelga di confrontarsi con il proprio tempo senza cedere né al pessimismo né all’enfasi. Abbiamo cercato di attraversare i nodi tematici del libro — natura, identità, attesa, disincanto — ma anche di illuminare il processo creativo e le scelte formali che ne sostengono l’equilibrio.
Il titolo Astrazioni Sociali accosta due termini che sembrano appartenere a sfere differenti: l’astrazione rimanda alla riflessione filosofica e alla dimensione interiore, mentre il sociale richiama la concretezza del vivere collettivo. Come nasce questa scelta? È stata una sintesi arrivata alla fine del lavoro o rappresentava già dall’inizio la direzione che volevi dare alla silloge?
L’idea di dare questo titolo al libro mi è giunta a metà del percorso di stesura, quando il componimento iniziava a prendere forma. Dato che alcune delle poesie toccano e vertono su temi filosofici (non sempre volontariamente) ho cercato di imprimere un significato che le rappresentasse a pieno, come quello del processo di “Astrazione Sociale”, in cui gli individui isolano caratteristiche comuni da esperienze personali per elaborare concetti universali. Tutto ciò accadeva in un contesto storico limitante per l’essere umano, il lockdown, questo ha dato maggiore estensione alla completezza dell’opera.
La natura attraversa l’intera raccolta: ulivi secolari, mare, vento, rondini, albe e tramonti diventano immagini ricorrenti. Che ruolo svolge questo paesaggio nella tua scrittura? È un elemento autobiografico legato alla tua terra oppure un codice simbolico attraverso cui racconti inquietudini più universali?
Gli scenari paesaggistici che si susseguono abbracciano tutta l’opera, sono il fondamento base della mia poesia. Sicuramente sono elementi legati alla mia terra che fanno da sfondo al vissuto quotidiano e al contempo li ho elevati a simboli carichi di senso universale: l’ulivo secolare come organismo che ha raggiunto la propria entelechia; il mare ed il vento come fenomeni primordiali alla base di ogni moto; la migrazione delle rondini, l’alba ed il tramonto come eventi ciclici che trascinano con se riposte speranze e fallaci illusioni.
In molte poesie si avverte una tensione costante tra speranza e disincanto, tra desiderio di rinnovamento e consapevolezza della fragilità contemporanea. Questa oscillazione rispecchia una tua visione del presente storico oppure è il frutto di un percorso personale che hai attraversato durante la composizione del libro?
È stato proprio il momento storico che stiamo affrontando a spingermi a scrivere, ad intercettare quel sentimento conteso tra curiosità dell’inesplorato e riluttanza ad abbandonare marcescibili sicurezze, in precario equilibrio su un filo sottile.
La silloge sembra muoversi da un registro più lirico e simbolico verso una dimensione più concreta e urbana, culminando in Broken Dreams. Hai costruito consapevolmente questa progressione interna, quasi narrativa, oppure la struttura si è definita in modo spontaneo durante la selezione e l’ordine dei testi? Come lavori sulla forma? Parti da un flusso istintivo che poi rivedi e ceselli, oppure costruisci i testi con un’idea strutturale precisa fin dall’inizio?
Ho scritto Broken Dreams al ritorno da un viaggio itinerante nell’Ovest degli Stati Uniti. La situazione umana che mi son trovato davanti sin da subito è stata agghiacciante. La causa di questo sgomento è la diffusione del Fentanyl nelle città americane, che ha ridotto le persone che ne fanno uso a corpi penzolanti sulle proprie gambe, in uno stato quasi vegetativo. L’impatto con questa realtà è stato così forte che ho composto il testo di getto riportandolo in prima persona. Ho intenzionalmente concluso l’opera con questa poesia poiché distaccandosi dallo stile formale delle altre, volevo far leva per un futuro lavoro. La maggior parte dei componimenti li realizzo a più riprese, partendo a volte da un concetto fulmineo da cui man mano prende vita il testo che modello a secondo delle opportunità di pensiero del momento.
Concentrandoci sulla genesi e il concepimento dell’opera, quando hai pensato di cominciare a scrivere? Com’è venuta l’idea di pubblicare Astrazioni Sociali? E ancora… come ti relazioni all’atto pratico della scrittura? C’è un momento particolare in cui preferisci scrivere? Raccontaci, insomma, come nascono le tue poesie: se esordiscono dal caos e dalla confusione, o dall’ordine e l’organizzazione.
Ho cominciato a mettere nero su bianco quando mi sono trasferito nella casa dove vivo tuttora, in un periodo in cui ho potuto dedicare più tempo alla fase di riflessione e successivamente di scrittura. Il tutto è partito per caso quando, come sostengo io “è stata la scrittura a cercare me”, senza prefissarmi degli obiettivi, l’idea di pubblicare il libro è subentrata in un secondo momento verso la parte finale di composizione, per dare un senso pratico al lavoro svolto.
I concetti più intuitivi mi sovvengono di notte, così provo ad imprimerli nella memoria visiva, facendoli scorrere sulle pareti della camera e la mattina seguente mi precipito a comporre per non tralasciare alcuna parola. E poi un po’ alla volta ci torno su, meditando su ciò che nel frattempo accade nel mondo esterno, come fossi uno spettatore, rimanendo confinato nel mio studio da cui volgo lo sguardo al di fuori del balcone quasi a trovare maggiore profondità nello spazio aperto dell’immaginazione.
Come emerge dalla tua biografia, il tuo lavoro (e la tua vita, in generale) ti mette quotidianamente a contatto con persone provenienti da contesti culturali differenti, spesso solo di passaggio. Quanto incide questa esperienza sul tuo modo di osservare l’umanità e di tradurre in poesia temi come identità, alienazione o appartenenza?
Anche questo è un tema che percorro nella mia poetica ed ha lasciato un segno profondo nella mia esperienza lavorativa, perché la mia professione è pur vista con un ruolo ambivalente: molti ospiti che ho avuto hanno lasciato scientemente sul bancone della reception frammenti del loro vissuto, a volte gioiosi ma spesso anche tragici, il che mi ha portato alla conclusione che in quanto umani, siamo fragili. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno o di qualcosa e la condivisione di esperienze rappresenta senza ombra di dubbio un buon punto di partenza di un percorso. Con alcuni di loro, ho stretto legami di amicizia vera.

Il tema dell’attesa ricorre più volte nella raccolta, associato a immagini di cambiamento e di passaggio stagionale. Per te l’attesa è una condizione esistenziale permanente, una forma di speranza che si rinnova, oppure una prova che mette alla luce la nostra vulnerabilità?
L’attesa rappresenta quel fenomeno elaborativo a cui segue il momento proficuo, il tempo della raccolta, in senso lato il “carpe diem”: in essa sono custodite le speranze, i cambiamenti e le aspettative senza però corrergli dietro, è necessario saper pazientare in una società che ci spinge ad ottenere tutto e subito per paura di sentirci ultimi della fila.
Le tue poesie contengono numerose domande esplicite, quasi fossero un dialogo aperto con il lettore. Scrivere significa per te cercare risposte, oppure riconoscere la complessità del reale senza pretendere di scioglierla? Che spazio ha il dubbio nel tuo processo creativo?
Nel mio percorso di scrittura non ho mai preteso di cercare risposte definitive né di fornirle. Probabilmente a volte ero sul punto di farlo, ma bastava guardare l’insieme delle cose da un angolatura diversa per realizzare che questa era una fugace illusione. L’opera del resto si fonda sull’accettazione di tante verità: è sufficiente averne appena due per concedersi il beneficio del dubbio, consideriamolo su scala globale e così ci accorgiamo che è praticamente impossibile non accettare la complessità del reale.
In alcuni componimenti, per esempio Alla città di Maglie, il legame con il territorio emerge in modo più diretto. Che rapporto hai con la tua terra d’origine? È un punto di radicamento stabile o una realtà che osservi anche con sguardo critico, alla luce delle trasformazioni sociali contemporanee?
C’è un passaggio importante in un verso in particolare che recita: “Oh Terra mia……tanto cara quanto ostile….”; queste parole racchiudono perfettamente il senso che ho voluto attribuire al mio territorio, descrivendolo a volte come fonte di ispirazione marcandone però anche gli aspetti critici, vedendolo allontanarsi poco a poco dai cambiamenti sociali e culturali che impone il tempo. Oltretutto i viaggi mi hanno aiutato a comprendere culture differenti perché credo che più si conoscono altri luoghi più si scava a fondo delle proprie radici.
Dopo la pubblicazione di Astrazioni Sociali, come percepisci l’evoluzione della tua voce poetica? Senti l’esigenza di approfondire ulteriormente la dimensione sociale, di rendere la scrittura più essenziale e diretta, oppure di esplorare nuovi registri stilistici e tematici? Stai già pensando ai nuovi progetti?
L’evoluzione che si trova a fronteggiare ogni scrittore, lo porta ad una profonda analisi interiore. Quello che non vuol rischiare di correre è ripetersi in un futuro progetto senza però snaturarsi a causa di esigenze esterne. Nel mio caso posso dire di aver già intrapreso il percorso di una nuova realizzazione che affronterà tematiche più dirette e concrete cercando di non dimenticare da dove è partita la mia impronta.
Il Premio della Giuria al Premio Milano International 2025 ha rappresentato un riconoscimento importante per il tuo percorso. Che significato ha avuto, per te, questo traguardo? È stato soprattutto un’emozione personale, una conferma del lavoro svolto, oppure uno stimolo a rimetterti in discussione? In che modo un premio incide — se incide — sulla percezione che hai della tua scrittura e sulla responsabilità nei confronti dei lettori?
Ricevere un riconoscimento fa sempre piacere. Questo Premio è arrivato a pochi mesi dalla pubblicazione del libro quindi mi ha preso un po’ alla sprovvista nel senso positivo del termine. Quindi è stato molto emozionante per me ma allo stesso tempo è stato un motivo in più per spingermi a mandare avanti il mio lavoro sentendo sopra una certa responsabilità nei confronti di chi si potrà imbattere nei miei versi.
Per concludere: se potessi definire con soli tre aggettivi la tua poesia, quali sarebbero?
Introspettiva, sfaccettata, caustica.









