Ci sono brani che prendono forma attraverso un progetto preciso e altri che nascono da una sensazione fisica, impossibile da ignorare. Per Tony Fortunato, “She” è iniziata con un’energia incalzante, simile alla vibrazione di uno speaker acceso ad alto volume, capace di suggerire immediatamente il movimento e il carattere dell’intera composizione.
Da quella prima spinta istintiva è iniziato un lavoro minuzioso sui suoni, sugli arrangiamenti e sulle diverse sfumature della produzione. La struttura prevalentemente organica del singolo si intreccia con sintetizzatori ed effetti elettronici, tra cui un particolare timbro che richiama una tromba trasformata attraverso una sensibilità contemporanea.
Il percorso non è stato privo di difficoltà. Affidare per la prima volta la fase conclusiva del mix e del mastering a un professionista esterno ha significato per l’artista rinunciare a una parte del controllo, imparando a osservare il proprio lavoro da una prospettiva differente.
Tony Fortunato ci racconta la ricerca del suono definitivo di “She”, il rapporto tra ispirazione e perfezionismo e la necessità di restare fedeli alla propria identità in un panorama musicale sempre più affollato.
Qual è stata la prima immagine che hai avuto in mente mentre costruivi “She”?
Più che un’immagine visiva vera e propria, direi che si è trattato di una sensazione. Un’energia incalzante, quel groove che ti spinge a battere il piede e tenere il ritmo senza esserne consapevole. Se proprio dovessi tradurre quella sensazione in un’immagine, sarebbe quella di uno speaker che vibra e pulsa ad alto volume. Mi sono lasciato guidare interamente da questa vibrazione e dal ritmo, e attorno a quella spinta si è poi sviluppato tutto il resto del brano.
C’è stato un momento della produzione che si è rivelato particolarmente complesso?
La risposta è un sì secco: la fase di mix e master! È stato in assoluto il primo brano che ho affidato a un professionista esterno. Essendo abituato a gestire io stesso tutta la post-produzione e ad avere il pieno controllo su ogni singola sfumatura, direi che è stato un passaggio quasi traumatico! 😂
Non ho ancora figli, ma per assurdo lo paragonerei al momento in cui lasci il tuo bambino per la prima volta all’asilo: sai che è in buone mani ed è affidato a dei professionisti, ma non sai esattamente cosa gli capiterà… qualsiasi loro gesto, anche se fatto con estrema cura, ti sembra all’inizio strano o non del tutto “tuo”. Sai come lo lasci, ma non sai come lo ritrovi! 😂 Alla fine sono rimasto soddisfatto al 100% del risultato finale, ma, usando un eufemismo, direi che per il mio bisogno di controllo è stata un’agonia!
Quanto tempo hai dedicato alla ricerca del suono definitivo?
A dire il vero, per questo brano è filato tutto molto liscio: è stato uno di quei momenti d’ispirazione in cui ti ritrovi ad avere sotto mano esattamente ciò che ti serve al momento giusto. La scelta più ricercata è stata probabilmente l’effetto del synth nei versi, che richiama il timbro di una tromba ma con spiccate venature elettroniche.
Per il resto, al di là dei sintetizzatori e di qualche leggero effetto sulle chitarre, la struttura è molto organica. A dispetto della ricchezza che traspare dal risultato finale, si tratta di un suono molto “naturale”, nato da scelte di arrangiamento mirate e da un ottimo lavoro di mix. A questo proposito, ci tengo a specificare che io curo sempre la primissima fase del mix per impostare la direzione artistica del brano, mentre la rifinitura e il lavoro grosso sul master finale restano nelle mani dei sound engineer.
Sei una persona che modifica continuamente un brano o sai fermarti al momento giusto?
Sono decisamente una persona che ritoccherebbe e modificherebbe i dettagli di un brano all’infinito! Per me una canzone non sarebbe mai davvero “finita” se non mi imponessi di distaccarmene con forza e lasciarla andare. Ho dovuto imparare a sforzarmi per fermarmi nel momento che ritengo essere quello giusto. Senza questo atteggiamento credo che non avrei mai pubblicato nulla: imparare a “mollare la presa” è stata una virtù fondamentale ed essenziale che ho appreso col tempo, e che tra l’altro mi sta tornando utilissima anche in molti ambiti della vita quotidiana.
Il tuo lavoro dimostra una grande attenzione ai dettagli sonori. Quanto conta per te la ricerca rispetto all’istinto?
L’istinto è fondamentale per buttare giù l’idea iniziale, mentre la ricerca serve a definirne tutti i dettagli. Una cosa alimenta l’altra e non esisterebbe il risultato finale senza entrambe. Per me l’istinto è essenziale perché ti dà il punto di partenza da cui iniziare a fare ricerca, mentre la ricerca è ciò che ti permette di curare e definire ogni singola sfumatura. Senza l’uno non c’è l’altra.
Quanto è difficile trovare una propria identità musicale in un panorama così competitivo?
Credo che se si rimane fedeli a se stessi e alla propria visione non sia affatto difficile, anzi: la musica diventa il naturale prolungamento della propria personalità. Nel mio caso, avendo influenze diametralmente opposte, per me è del tutto naturale spaziare tra più mondi sonori e non limitarmi a un solo genere. Essere fedele a me stesso significa proprio assecondare questa mia natura.
Diventa difficile quando ci si sforza di compiacere tutti o ci si snatura per rincorrere le tendenze. Io credo che rimanendo autentici si trovi sempre chi ti apprezza davvero: anche se trovi una sola persona che si rivede in quello che fai, quella soddisfazione è così forte che tutti i numeri dell’industria musicale perdono valore.
Qual è la soddisfazione più grande che ti ha lasciato questo progetto?
La soddisfazione più grande, quando si conclude un brano o un intero progetto, è la consapevolezza che, nonostante tutte le difficoltà, sei riuscito a fare esattamente ciò che sentivi. Hai portato una parte di te nel mondo, esponendoti e mostrandoti vulnerabile.
La musica è qualcosa che partoriamo direttamente dal nostro essere, dalla nostra personalità e dalle nostre idee. È un modo per mettersi “nudi” di fronte agli altri, condividendo i sentimenti più profondi, le debolezze e tutto ciò che spesso ci teniamo dentro. Chi fa musica veicola al pubblico la propria parte più intima, ed è qui che entra in gioco una grande responsabilità: quella di diffondere bellezza e fare attenzione ai messaggi che si trasmettono. Quando un pubblico si lega a te è estremamente ricettivo, e per me la cosa più importante rimane far stare bene le persone, facendole sentire comprese, accettate e meno sole attraverso le parole e le note.









