San Urbano alla Caffarella

San Urbano alla Caffarella – Nell’area della villa di Tiberio Erode Attico, in via della Caffarella, sorge un monumento conosciuto con il nome di Tempio del Dio Redicolo, il dio del ritorno.

Fu attribuito a questa divinità poiché, secondo la leggenda, proprio in quel punto il dio avrebbe dissuaso Annibale d’assalire Roma ed inducendolo a tornare indietro. In realtà non è un tempio, ma il monumento sepolcrale che il ricchissimo Erode Attico eresse alla sfortunata moglie Annia Regilla.

Si potrebbe definirlo un sepolcro – alibi: Erode Attico lo volle sontuoso e grandioso per sviare i pericolosi sospetti d’aver fatto uccidere quella che apparentemente era l’amatissima consorte, per questo sospetto  fu anche processato.

La zona prende il nome dalla famiglia Caffarelli, alla quale appartenne dal XVI secolo ed una tradizione del 700 la indica come Bosco sacro di Egeria, la ninfa che avrebbe ispirato Numa Pompilio mentre elaborava la legislazione di Roma. Del presunto Bosco sacro sono rimasti sulla collina pochi lecci, ma tanto basta a mantenere in vita la credenza popolare.

San Urbano è una Chiesa insediata in un edificio antico, forse quello ritenuto essere il tempio del dio Bacco, appartenente al complesso del Pago Triopio, costruito intorno al 160 d.C..

Questo “tempio” era un ornamento della villa di Erode Attico, letterato e mecenate al tempo di Marco Aurelio erede di una colossale fortuna che, con opere di munificenza, cercò di far dimenticare quello che oggi si definirebbe il suo incidente di percorso: l’uxoricidio.

L’eccezionale stato di conservazione della Chiesa si deve alla trasformazione dell’edificio pagano in luogo di culto cristiano, ciò ha assicurato nel corso dei secoli alcuni interventi di manutenzione. Questa trasformazione avvenne, sembra, nel IX – X secolo e l’edificio fu dedicato al vescovo Sant’ Urbano, il cui corpo era sepolto al quarto miglio della via Appia Antica, dove ancora oggi c’è un grosso rudere.

Purtroppo la sua posizione, fuori dalle Mura Aureliane, ha fatto si che la Chiesa fosse ripetutamente profanata. Nel restauro del 1634, effettuato dal cardinale Francesco Barberini, che la fece svuotare dalle acque che la avevano invasa, facendo poi  incorporate nel muro le quattro colonne corinzie di marmo del pronao.

Gli studi più recenti riconoscono in questo edificio il tempio di Cerere e Faustina; originariamente  sollevato su di un podio con sette gradini, al centro di una grande terrazza di forma rettangolare posizionata sulla collinetta boscosa. Il panorama non era agreste come oggi, ma ricco di costruzioni.

Il muro perimetrale, il timpano e la costruzione interna è in laterizio, come la decorazione della parte alta della facciata con le mensole, le cornici, i dentelli e gli ovoli, come era l’uso della metà del II secolo d.C., quando questo materiale estremamente economico era utilizzato e lavorato con grande raffinatezza. Le quattro colonne, i capitelli corinzi e l’architrave sono in marmo pentelico, un marmo bianco proveniente dalla Grecia e le cui miniere erano di proprietà dello stesso Erode Attico. Il muro che vediamo fra le colonne è dovuto al restauro del 1634, quando si era aperta una crepa nella facciata, visibile ancora oggi, e che minacciava di far crollare il tempio. Superati i gradini si accede ad un piccolo atrio, utilizzato come abitazione dal guardiano fino a pochi anni fa, sopra un piedistallo era collocata una statua, forse della dea Cerere, che è stata rubata nei primi anni dell’80. Si entra poi in una grande stanza molto luminosa, la cella del tempio, il locale più interno; al posto dell’altare cristiano dovevano esserci le immagini delle due dee e, presumibilmente, anche una statua di Annia Regilla.

Questo luogo sacro era riservato al sacerdote, in quanto intermediario fra le divinità e i fedeli, che stavano fuori dal tempio, davanti alla gradinata dove era posizionato l’altare sul quale venivano posti i doni per le divinità fossero frutti della terra o animali. Oggi non è possibile vedere sia l’altare che la gradinata perché interrati.

La struttura architettonica interna è ben conservata. Le pareti sono costituite da tre fasce orizzontali, quella inferiore è liscia mentre quella di mezzo presenta una serie di riquadri, separati da pilastrini con capitelli corinzi in peperino, che ospitano le interessanti pitture di Bonizzo (1011), il primo pittore romano che firmò e datò le sue opere. Sul muro di fondo un Cristo benedicente in trono, vi sono inoltre scene della storia del Salvatore, di Sant’ Urbano e di Santa Cecilia, una Madonna col Bambino e Santi.

Attraverso una piccola scala si scende nella cripta, le sue dimensioni e la sua collocazione sotto l’altare provano che era destinata ad essere una “Confessione”, il luogo destinato a conservare le reliquie del Santo.

Il tetto di Sant’ Urbano alla Caffarella, costruito con la volta a botte, era decorato con stucchi ottagonali e quadrati, contemporanei a quelli delle tombe dei Valeri e dei Pancrazi, disposti in modo così preciso da far sospettare che avessero non solo uno scopo decorativo, ma anche architettonico.

Sempre all’interno è conservato il piccolo altare rotondo in marmo trovato nel giardino vicino nel 1616, che porta un’iscrizione in greco dedicata a Dionisio, il dio Bacco.

Sul pavimento si trova la lapide sepolcrale di Sebastiano Biliardi, con lo stemma e la data della morte, 1657.

Alla fine dell’800 la Chiesa fu nuovamente sconsacrata per trasformarsi in abitazione e solo intorno al 1950 ritornò ad essere una Chiesa.