Ruben Coco, “Forse è meglio stare male”: il nuovo singolo tra distacco e rinascita

Con “Forse è meglio stare male”, Ruben Coco racconta il distacco come passaggio necessario, trasformando il dolore da nemico a spazio di ascolto. Il singolo attraversa la solitudine interiore, le distanze che crescono anche restando fermi e quella migrazione – insieme geografica e identitaria – che ridefinisce chi siamo.

Tra perdita e ricostruzione, con Milano a fare da sfondo, il brano apre domande più che offrire risposte, lasciando a chi ascolta la libertà di riconoscersi. Per Oltre le Colonne, l’artista approfondisce il senso di questa fase, tra fragilità e nuova consapevolezza.

“Forse è meglio stare male” racconta il distacco come passaggio necessario: quando il dolore smette di essere un nemico e diventa uno spazio di ascolto?

Ho dovuto aspettare prima di riuscire a mettere su carta tutto quello che provavo. Avevo molte cose da dire, ma erano bloccate, come se non trovassero la strada. Il dolore ha smesso di essere un nemico quando ho iniziato a guardarlo come un passaggio di crescita. L’ho ascoltato, e da lì è nato il bisogno di trasformarlo in parole. Il brano è stato il modo più onesto per farlo parlare.

Nel brano parli di distanze che esistono anche restando fermi: quanto pesa oggi la solitudine interiore rispetto a quella fisica?

Sì, la distanza non è solo fisica. Entra in ogni tipo di relazione e spesso cresce in silenzio. La solitudine interiore pesa di più perché non ha un luogo preciso: si allunga giorno dopo giorno, soprattutto quando non la ascolti. Credo che oggi la distanza più difficile da colmare sia proprio quella da sé stessi. Molte persone non se ne accorgono, ma sono lontane dalle proprie emozioni.

La migrazione che racconti è più geografica o identitaria?

È impossibile separare le due cose. Ogni volta che ci si sposta, anche solo di pochi passi, qualcosa dentro di noi cambia. La migrazione geografica porta con sé una migrazione identitaria: ti costringe a guardare da vicino le parti più scomode del distacco. Per alcuni è crescita, per altri è bisogno di aria nuova, per altri ancora è un modo per lasciarsi qualcosa alle spalle. Per me è stato un insieme di tutto questo, ed è ciò che racconto nel brano.

Quanto la città, con le sue nuove dinamiche, influisce sulla perdita e sulla ricostruzione di sé?

Una città come Milano ti mette subito davanti a nuove dinamiche: corre, cambia, pretende. In un contesto così veloce è facile perdere pezzi di sé, soprattutto quando arrivi da un luogo dove eri già definito. Qui ho dovuto rimettere tutto in discussione: il mio ruolo, la mia sicurezza, il mio modo di stare al mondo. Non è stato semplice, ma proprio questo movimento mi ha costretto a guardare parti di me che altrove sarebbero rimaste nascoste. La città può farti sentire smarrito, ma allo stesso tempo ti offre lo spazio per ricostruirti con più consapevolezza.

Questa canzone apre una domanda o suggerisce una possibile risposta?

Dopo l’uscita del brano ho ricevuto molti messaggi. C’è chi mi ha scritto: ‘mi ha spezzato il cuore ascoltare questa canzone perché mi ricorda il luogo dal quale sono andato via tanti anni fa’. Altri invece mi hanno scritto: ‘grazie a questa canzone, ho trovato finalmente il coraggio di trasferirmi e accettare quel lavoro tanto lontano da casa’. Questo mi ha fatto capire che la canzone ha aperto tante domande e, allo stesso tempo, suggerito molte risposte. Ognuno ci legge qualcosa di diverso, a seconda del momento che sta vivendo.

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