Raiva: l’esordio è un grido che stringe, scuote e non lascia via di fuga

“Chiuse le mani” segna l’ingresso ufficiale dei Raiva nella scena italiana, un debutto che non chiede permesso ma spalanca crepe profonde. Il singolo nasce da una notte di pioggia e da un viaggio mentale che affonda in zone oscure della psiche, raccontando sopraffazione, nevrosi, identità frammentate. Un brano che mescola alternative rap, nu metal e influenze orchestrali, costruendo un’atmosfera tesa, solenne, quasi rituale: strofe rappate con ferocia si intrecciano a un sound inquieto e cinematografico, mentre nei ritornelli l’esplosione di distorsioni e la voce graffiante di Alessandro amplificano il senso di claustrofobia emotiva.
È un pezzo che pesa come marmo, che vibra di inquietudine e di un’urgenza espressiva viscerale, trasformando disagio e rabbia in un’esperienza sonora totale, capace di unire musica, immaginario horror e una ricerca identitaria che sfiora il sacro.

Con i Raiva parliamo di solitudine creativa, estetiche orchestrali, identità soffocate, arti visive e della complessa chimica che ha dato vita al loro progetto.

Il brano nasce da un viaggio mentale in una notte di pioggia. Quanto contano per voi i momenti di solitudine e sospensione per creare musica?
(Giorgio) Mettiamola così: la creatività può trovare sfogo se la coltivi. Se non vivi, se non speri-menti il mondo, se non hai esperienze probabilmente sarà più difficile accedere a determinati sta-ti d’animo, e farlo con la profondità necessaria per comunicare come vuoi le tue sensazioni. É per questo che ci fanno schifo molti dei metodi social che utilizzano gli artisti per emergere: si tratta di passare una fetta del proprio tempo ad essere content creator, pianificatori, invece che assorbi-re input e lasciarsi ispirare dalle situazioni. In molti casi è difficile far coincidere le due cose, ed è uno dei motivi per i quali la musica oggi è così sterile e priva di sincerità. La solitudine nel momento creativo poi è importantissima: Alessandro scrive quasi sempre da solo, può anche essere che lo faccia in un pub e quindi immerso in una situazione, ma pur sempre isolato dal resto, e le sue idee provengono da momenti di riflessione e realizzazione intima, oltre che da incubi e input inconsci.
Io sono in grado di creare meglio quando sono isolato in studio, lontano da altre orecchie, perché la connessione tra macchina, musica e mente si regge su un equilibrio delicatissimo, in cui ogni distrazione allontana dalla ricerca della melodia perfetta, rende difficile immergersi in un loop di batteria, o esprimere le proprie emozioni su una chitarra. La creazione di qualcosa di significativo è un momento sacro, un evento magico che avviene solo con la giusta chimica tra chi è nello studio e gli strumenti che utilizza.

La vostra scelta di inserire elementi orchestrali conferisce al pezzo una dimensione quasi “sacra”. Da dove nasce questa estetica così solenne?
(Giorgio) Ho suonato pianoforte per 15 anni, quindi sono cresciuto con la musica classica. Inevitabilmente fa parte di tutto ciò che creo, anche quando non ci sono elementi orchestrali all’interno del brano. Tendo sempre inconsciamente alla ricerca dell’ampio, di sonorità dall’enormità quasi incomprensibile per l’uomo: in particolare in questo sono stato influenzato dalle opere dei compositori dell’est Europa: Dvorak, Rachmaninov, Prokofiev, Stravinsky, tutti incredibili geni.
In CHIUSE LE MANI, non si è trattato di dover trovare il modo di inserire delle parti orchestrali, perché il pezzo è nato proprio da quelle, prima ancora che dai riff di chitarra o dal beat. A dire il vero è stato un processo molto scorrevole e per noi naturale, quello di creare tensione con gli archi per poi doverla sfogare nel ritornello, ricordo che abbiamo messo su metà strumentale durante una sola sessione. Poi ci è voluto un anno prima che tornassimo sul pezzo per finirlo.
C’è anche da dire che la dimensione solenne non deriva soltanto dalla musica classica: sono un grande fan dei Joy Division, che di orchestrale non hanno niente ma hanno comunque una presenza aulica e spettrale nei propri brani. Sono stati una grandissima influenza nella realizzazione di NAUSEA.

Il videoclip unisce danza, cinema e performance. Quanto è importante per voi raccontare visiva-mente ciò che non riuscite a dire solo con la musica?
“Chiuse le mani” affronta il tema dell’identità soffocata. Che cosa vi ha aiutato, nella vita o nell’arte, a trovare una vostra voce?
La nostra intenzione è quella di far confluire l’energia della musica e quella delle arti visive come fossero legate in unico spettro espressivo. Crediamo sia fondamentale lasciare che le immagini prendano spazio dove la musica sola non può toccare, ogni interpretazione è benvenuta e il nostro ideale è quello di creare un altro mondo e spiegarlo con tutte le informazioni che siamo in grado di elaborare.
Sono tanti i fattori che ci hanno aiutati, primo fra tutti è stato quello della coesione, dell’esserci ritrovati con qualcosa di comune da voler “sputare”. In qualche modo siamo riusciti a comprenderci e abbiamo trovato nella musica il modo migliore per dare inizio ad un percorso che ci ha lasciati e ci lascerà senza fiato, come in una sfida continua.

Il progetto Raiva nasce da un lungo percorso fatto di incontri, allontanamenti e ritorni. Come si riflette questa storia nelle dinamiche creative tra voi due?
Organizzativamente parlando, in un grande casino. Siamo persone molto diverse ma che hanno sensibilità che si toccano. Nel corso degli anni abbiamo avuto modo di sperimentare e di costruire tra noi una chimica musicale soddisfacente, ma questo ha richiesto molto tempo. Ci siamo conosciuti nel 2018 e abbiamo iniziato a scrivere per NAUSEA solo nel 2023, questo in particolare a causa delle vicende personali di Alessandro: nel frattempo ognuno di noi ha vissuto dentro e poi fuori città, per poi infine tornare. E anche allora ci sono stati numerosi problemi di costanza nel nostro lavoro e molti contrasti dati dalle nostre personalità differenti. Quindi a livello organizzati-vo il processo è sempre stato difficile, ma nel tempo si acquisisce la maturità necessaria per affrontare le questioni in maniera sana.
Da un punto di vista prettamente creativo, comunque, queste dinamiche non si riflettono molto sul lavoro che facciamo, perché nonostante tutto siamo due persone a cui sopra ogni cosa piace fare arte, vivere delle emozioni che essere persone creative ci porta a sperimentare. Quando sei chiuso in studio a fare musica il resto non ha molta importanza.

Articolo precedenteDelio Lambiase: l’anima inquieta dietro “Je Nu’ Trovo Pace”
Articolo successivoCenere racconta il lato oscuro delle relazioni nel nuovo singolo “Love Bombing”