Gli antichi detti sulla guerra oggi sono diventati luoghi comuni, ormai abusati. C’è chi dice “se vuoi la pace prepara la guerra” oppure “la pace si ottiene con la guerra” oppure d’altro canto, quelli di parte avversa dicono “se vuoi la pace prepara la giustizia” o, questo motto però è stato coniato recentemente, “se vuoi la pace prepara la pace”. In Italia è in atto una minuscola battaglia tra interventisti, neutrali e pacifisti. Che poi tutti o quasi aspirano alla pace, ma il vero problema è come ottenerla. Parteggiare faziosamente per una parte o l’altra è una provocazione inaccettabile, un assurdo gioco infantile. È facile vedere l’orrore della guerra e farsi prendere dall’emotività. Più difficile è ragionare su come ottenere la pace e accordare la mente al cuore, come scriveva anni fa il grande poeta Mario Luzi, perché in questi casi la risposta di pancia così come il freddo raziocinio sono estremamente dannosi. Che poi teoricamente e in via del tutto astratta è vero che chiunque può contribuire alla pace, ma realisticamente parlando la stragrande maggioranza degli italiani non fa niente perché non pensa di poter far niente. Nel frattempo la crisi economica si fa sentire, morde gli italiani, che si sentono anch’essi aggrediti economicamente, lavorativamente e percepiscono il futuro come una grande incognita. Dovremmo essere informati, ma come distinguere il grano dal loglio nell’informazione con tutte le fake news che girano? Dovremmo fidarci degli esperti, ma chi sono i più obiettivi, i più saggi? Così quasi tutti finiamo per andare a caccia di opinioni sui social nella nostra bolla. Essere informati è un diritto che in questo villaggio globale diventa quasi un obbligo, per primo motivo perché anche noi italiani siamo collegati e direttamente interessati alla guerra e per secondo motivo perché molti non devono rimanere a corto di argomenti in questi talk show improvvisati al bar tra amici o in ufficio con colleghi e superiori. Il rischio per alcuni è quello di fare scena muta, di perdere la faccia, dato che nelle discussioni accese tra ignoranti (nel vero senso della parola, ovvero di coloro che ignorano le cose) bisogna sempre avere la meglio. Magari alcuni si infervorano, si arrabbiano nelle discussioni tra amici, dimenticandosi che poi alla fine oggi più che mai in questo bombardamento di notizie vige più di ieri il detto socratico “so di non sapere”. Ogni volta che si parla e si scrive della guerra bisognerebbe mettere le mani avanti e ammettere la nostra ignoranza (anche se scusa non richiesta, accusa manifesta). Cosa sappiamo veramente della guerra con tutte le fake news che girano? E cosa non sappiamo della guerra con tutta la censura, i giochi di potere, i calcoli politici, gli equilibri geopolitici che vi stanno dietro? Credete davvero che la realtà della guerra e le sue atroci verità vi verranno date così di primo acchito dai mass media? Allo stesso tempo dobbiamo difenderci strenuamente dal complottismo. Oggi purtroppo buona parte della controinformazione è diventata disinformazione. Mai più di oggi la verità viene mischiata alla falsità oppure una verità seppur parziale viene subito dimenticata perché sostituita con un’altra piccola verità o con una bugia. L’informazione e la disinformazione formano un grande calderone. I potenti approfittano di tutto ciò e la maggioranza ciurla nel manico. E poi mi viene spontanea una domanda: se approfondissi l’argomento sulla guerra e mi documentassi a chi gioverebbe? Probabilmente non gioverebbe a nessuno. Nel web sono diventate virali queste battute: “vi preferivo virologi” e “da improvvisati virologi a improvvisati esperti di geopolitica e di strategie militari il passo è breve”. Non gioverebbe neanche a me stesso informarmi accuratamente e neppure a chi mi vive intorno. Forse vivrei anche più angosciato. Forse per me sarebbe addirittura deleterio. Preferisco allora un’ignoranza pressoché abissale. Detto questo ogni giorno o quasi mi limito ad aggiornarmi leggendo qualche articolo di giornale, guardando un telegiornale, ascoltando dieci minuti (non di più) un talk show. Devo naturalmente ascoltare se e quando questo orrore finirà, se c’è il rischio di una minaccia nucleare. Ma a onor del vero non c’è solo questo lato umano in me, c’è anche un’esigenza di natura intellettuale o pseudo tale. Chiedo venia ma non ne posso fare a meno: ognuno al giorno d’oggi è chiamato a farsi un’opinione su tutto, anche se poi la propria opinione è presa totalmente a prestito da qualche giornalista autorevole oppure è un riassunto rabberciato di input ricevuti dal mainstream. Insomma esprimete pure ciò che pensate, ovvero ciò che vi inducono a pensare. Dite pure la vostra, ovvero l’idea che ingenuamente pensate di esservi fatta ma che in realtà vi hanno cucito addosso. In ogni caso l’autonomia di pensiero è quasi impossibile per il cittadino comune. In ogni caso non pensate di pensare. Però se interpellati, se chiamati in causa accingetevi a fare finta di pensare.
Ma io mi chiedo una cosa sola: cosa fa partorire un mostro? Cosa conduce alla guerra e/o alla dittatura? Domande che possono dar luogo a molte risposte, nessuna esaustiva, a seconda della prospettiva e dalla disciplina in cui si può vedere/inquadrare/indagare questa problematica.
Le guerre in Ucraina, in Iran, il recente genocidio a Gaza mi spingono a fare queste riflessioni. Sono troppe le guerre nel mondo. La pace è solo episodica. È solo un’eccezione. Sono molteplici i fattori che fanno scaturire una guerra: ideologici, nazionalistici, etnici, economici, religiosi, psicologici. Per quanto riguarda Freud, ebbene teorizzò l’impulso di morte. Franco Fornari scrisse del Terrificante interno, che veniva proiettato su un nemico esterno, creando paranoia e quindi un capro espiatorio. Per i neuroscienziati abbiamo tutti un cervello rettile, aggressivo, talvolta violento. Andreoli ha scritto un libro sulla voglia di ammazzare di ognuno perché ognuno è un serial killer nel teatrino infelice del suo inconscio. Molti ucciderebbero il mandarino. Tutti se avessimo l’anello di Gige compiremmo qualche azione illegale. Non dite “io no”: non mentite prima di tutto a voi stessi. Iniziamo nell’infanzia con la madre buona che dà il seno e la madre cattiva che non lo dá, proseguiamo con il complesso di Edipo e via dicendo. E cosa dovremmo dire della darwiniana struggle for life? Ma in politica più che mai alla fine tutti vogliono appropriarsi del potere. Sono molte le guerre dimenticate nel mondo perché i mass media in genere si occupano solo di ciò che riguarda i paesi industrializzati e non l’Africa o l’Asia. Nessuno sa con esattezza quanti siano stati i civili morti in Ruanda a opera dei guerriglieri del generale Aidid. Soprattutto il continente africano si distingue per una geopolitica in perenne mutamento e proprio per questo motivo è più soggetto ai conflitti. Spesso si tratta di gruppi ribelli che vogliono esercitare l’autodeterminazione del proprio popolo e ottenere l’indipendenza. In Medio Oriente si spera che finiscano finalmente le ostilità e che si arrivi alla pace. Da una parte Hamas e dall’altra l’esercito israeliano. Il conflitto arabo-palestinese sembra non avere fine. Non ci colpiscono più neanche le guerre civili che esistono dalla notte dei tempi. Eppure sono guerre fratricide! In fondo anche noi un tempo eravamo guelfi o ghibellini. In Ruanda ci sono stati massacri tra tutsi ed hutu. Vicino a noi nell’ex-Iugoslavia i serbi hanno compiuto una “pulizia etnica”, anche se tutti hanno fatto massacri e sono a vario titolo responsabili. Fino a quando c’era Tito con la sua politica di non allineamento le 6 repubbliche federate erano pacifiche, nonostante le differenze etniche e religiose. Dopo la sua morte iniziarono i problemi. L’esercito federale si mise alle dipendenze dei serbi e da allora ci fu una guerra senza esclusione di colpi: stupri e sterminio di civili. Particolarmente colpiti furono i bosniaci perché più deboli militarmente e musulmani. Anche nell’Irlanda del Nord c’è stata una guerra civile. Basta ricordarsi di Sunday Bloody Sunday degli U2. Da una parte la maggioranza protestante e dall’altra i cattolici dell’Ira. In queste righe ho soltanto voluto ricordare le guerre civili europee, anche se sono accadute anni fa. Per il filosofo Russell l’impulso alla guerra è sempre esistito: dai tempi in cui l’uomo lottava per la sopravvivenza fino ad oggi. In guerra gli psicopatici, i sadici, i necrofili diventano eroi: vengono chiamati patrioti. Le guerre talvolta vengono scatenate per futili motivi e il paradosso è che milioni di uomini combattono poi per la pace. Si pensi alla prima guerra mondiale. Un attentato fu la scintilla, che fece scaturire la guerra. Furono l’uccisione dell’arciduca e di sua moglie, che determinarono una guerra di milioni di morti. Noi italiani abbiamo vinto la prima guerra mondiale, ma è stata una “vittoria mutilata” come la definì D’Annunzio. Non parliamo poi della seconda guerra mondiale. In guerra tutto si capovolge. Lo stesso Stalin disse che un morto è una tragedia e un milione di morti una statistica. Trilussa in una sua poesia scrisse che la guerra è un gran giro di quattrini. Talvolta l’America ad esempio prendeva come scuse il destino manifesto e la volontà di esportare la democrazia, ma il vero motivo di diverse sue guerre forse era il petrolio. Comunque nonostante l’instabilità di questo mondo il pacifismo e l’antimilitarismo sono aumentati vertiginosamente nella popolazione. Forse il pacifista crede in un’utopia, ma personalmente preferisco credere a un pacifista che a un guerrafondaio realista. Però è tutto inutile se i governanti promuovono la sicurezza dei loro cittadini occidentali e poi fanno accordi con dittatori sanguinari. Ma spesso anche la pace del nostro Paese è pura apparenza. Ci sono sempre tensioni. Siamo sempre in precario equilibrio. Spesso la pace è frutto di giochi sporchi diplomatici che tengono al sicuro l’onesto cittadino. Si pensi soltanto alle mediazioni, agli accordi sottobanco, ai sotterfugi che possono esserci stati nella guerra fredda. Forse nessuno può governare senza sporcarsi la coscienza e senza avere nessuno sulla coscienza. Probabilmente anche i politici occidentali sono colpevoli talvolta di aver appoggiato dittatori o terroristi sanguinari. Forse devono scegliere spesso quale sia il male minore. Fromm in Anatomia della distruttività umana dimostra che le guerre siano aumentate con il progresso, con la tecnica, nonostante la neuroanatomia umana sia la stessa. Molti psicoanalisti pensano alla guerra come causata da impulsi distruttivi. Einstein e Freud si scrissero tante lettere, chiedendosi “perché la guerra?”, ma non esiste oggi ancora una risposta certa. La storia forse è solo un alternarsi di vinti e vincitori, che determina sempre violenza e barbarie. Un tempo anche gli oppressi sono stati oppressori. Ma siamo sicuri davvero che è così? E allora gli eschimesi?
C’è innanzitutto la storia con le sue contingenze, i suoi accidenti. Si pensi alla sconfitta nella prima guerra mondiale da parte della Germania, all’enorme debito, alla disoccupazione, alla fine della Repubblica di Weimar per spiegare storicamente l’ascesa del nazismo. La storia stessa è intrisa anche di caso. C’è poi l’economia, che ha un ruolo determinante. Ma la stessa filosofia è responsabile di molti disastri. Si pensi a quanto abbiano influito nella storia occidentale “La Repubblica” di Platone (per Popper era responsabile di molti mali politici e storici), la concezione dello Stato di Hegel, lo stesso Machiavelli (Mussolini che leggeva un libro al giorno aveva sempre sul suo comodino una copia de “Il principe”), il superomismo e la volontà di potenza di Nietzsche, la filosofia rivoluzionaria di Marx (non si tratta più di interpretare il mondo ma di trasformarlo). In buona parte una dittatura, un malgoverno o una guerra dipendono anche dalla psicologia dei popoli, ma Wundt ha indagato con 10 libri queste cose senza giungere a qualcosa di certo e Le Bon ha scritto considerazioni interessanti, ma non c’è niente di scientificamente provato, anzi i sociologi sono totalmente contrari quando sentono parlare di carattere nazionale, ad esempio degli italiani. Accade che alcuni fanno di necessità virtù e molti fanno di necessità patologia durante una dittatura o una guerra. Succede che una dittatura, che dispensa sangue, guerra, povertà, ingiustizie, slatentizzi le patologie dei singoli, in condizioni di pace assolutamente normali. Da qui la tanto citata (giustamente) “banalità del male” della Arendt. Ma la demopatia (così è chiamata la follia collettiva di una popolazione) slatentizza anche il lato folle di un potente oppure sceglie un folle o dei folli sanguinari come governanti. Di solito in una dittatura sanguinaria accadono entrambe le cose. Esiste quindi un circolo vizioso di demopatia e patocrazia. Poi il potere crea sempre la paura, un nemico, un capro espiatorio. C’è da considerare che la violenza, la voglia di sopraffare, l’istinto gregario fanno parte del nostro DNA. La dittatura e la guerra avvengono quando il cosiddetto “cervello rettile” della maggioranza e dei governanti ha la meglio sul resto. Inconsciamente siamo tutti assassini. Qualcuno obietterà che le guerre le fanno anche in nome del petrolio (l’ho scritto prima che l’economia è determinante), che la maggioranza dei cittadini non partecipa alla guerra né ne soffre gli orrori. Ma è pur sempre volontà di potenza. È volontà di potenza lo stesso imperativo di esportare la democrazia. Ma ritorniamo alla violenza insita in noi. Nella società occidentale per Freud dobbiamo uccidere nella nostra infanzia psicologicamente e simbolicamente il padre. Alla reificazione di una persona o di una categoria di persone si può giungere per natura ma anche per ideologia e cultura. Ribellarsi a una dittatura o a una guerra è un atto eroico: significherebbe molto spesso rinunciare alla propria libertà o alla propria vita e a quella dei propri cari. Alla fine in molti vince su tutto lo spirito di adattamento e l’istinto di autoconservazione. L’essere umano si adatta a tutto o quasi per sopravvivere: si pensi al cannibalismo in condizioni estreme. Accade che in guerra uccidere o far uccidere spesso diventa una necessità, perché la condizione si riassume in “morte tua, vita mia”. Si fa presto a giudicare le azioni di persone che in altri tempi e in altre circostanze pensavano a salvare la loro pelle e quella dei loro cari. Significativo è il capolavoro “La grande guerra” di Monicelli, dove i due protagonisti cercano in ogni modo di salvarsi e poi diventano eroi per caso, ma il loro sacrificio non verrà mai reso noto. Inoltre durante la dittatura o una guerra c’è un’autoassoluzione collettiva, a causa della totale o quasi diffusione di responsabilità. Accadono la guerra e la dittatura quando la necrofilia della popolazione viene alimentata, risvegliata e diretta dalla necrofilia della politica e della cultura. Non a caso ci sono stati filosofi, letterati, umanisti che hanno ritenuto che la guerra fosse necessaria e inevitabile, che facesse parte della natura umana, come lo stesso Hegel. Da giustificare la guerra a istigare alla guerra il passo è breve, quasi obbligato, come fece Marinetti che nel manifesto del Futurismo la giudicò “l’igiene del mondo”. Poi com’è andata in ogni guerra lo sappiamo: “armiamoci e partite”. La tecnica, la scienza hanno avuto la loro parte. La nascita del capitalismo è dovuta alle macchine a vapore e ai telai, cioè ai progressi della tecnica. Fromm in “Anatomia della distruttività umana” scrive che la storia dell’umanità include circa 6000 guerre, ma le ultime guerre sono state le più sanguinarie proprio per i progressi della tecnica. Hitler, Stalin, la bomba atomica sono prodotti della società civile, scientificamente progredita. Altre domande sorgono spontanee: come fare in modo che un folle o dei folli non vadano al potere? Come fare in modo che, una volta che dei folli hanno il potere, il popolo si ribelli e li tolga di mezzo? Se è vero che non c’è una risposta certa e univoca a cosa determina una guerra o una dittatura, ma solo una concatenazione di cause ed eventi, è altrettanto vero che nessuno ancora oggi sa trovare la soluzione per non far governare un dittatore o per eliminarlo. Lo stesso democratico Popper ne “La società aperta e i suoi nemici” era favorevole all’eliminazione fisica dei dittatori. Insomma a male estremo, estremo rimedio. Come a dire che anche per affermare la democrazia bisogna essere machiavellici e violenti. Come prevedere il futuro? Hegel con la sua Fenomenologia dello spirito e poi Benedetto Croce con il suo storicismo assoluto e ancora i filosofi positivisti e persino Evola hanno visto chi nella Storia la realizzazione dello Spirito, chi il disegno di un’intelligenza superiore, chi l’evoluzione dell’umanità. Insomma hegelianamente “ciò che è reale, è razionale”. Ma lo storicismo, come insegna Popper, può essere la giustificazione delle dittature e delle guerre. Lo stesso Croce, prima del delitto Matteotti e prima di scrivere il manifesto degli intellettuali antifascisti in risposta a Gentile, pensava che il fascismo non fosse altro che una sorta di fase di transizione in attesa di uno sviluppo futuro più positivo. E che dire dei corsi e ricorsi vichiani? Sempre Popper insegna che lo storicismo non è altro che un dogma e che nella Storia si possono analizzare delle tendenze (contingenti e particolari) e non delle leggi universali. Insomma la storia non può essere maestra di vita, anche se gli uomini tendono a ricadere nei soliti errori perché la natura umana è quella. Eppure sulla base del passato è difficile fare previsioni perché se la natura umana è quella, la società, la politica, la cultura, la scienza si concretizzano in modo diverso, a seconda delle epoche, delle nazioni, dei popoli. Il cerchio si chiude. Se come affermava Cioran la storia delle idee è la storia dei solitari, la storia di ogni popolo è la storia di una serie inenarrabile di guerre e carneficine. E quando meno ce lo aspettiamo la bestia che è in noi latra, come scriveva Dario Bellezza.









