Nowhere Land. The Imaginary Landscape of Photography

Che cosa vediamo davvero quando osserviamo un paesaggio? Una città, una costa, una foresta, una distesa d’acqua. Oppure qualcosa di più complesso, fatto di ricordi, emozioni e suggestioni che trasformano la realtà in esperienza personale. È da questa domanda che prende forma Nowhere Land. The Imaginary Landscape of Photography, la mostra curata da Alessandro Riva negli spazi della Galleria Vik Milano, visitabile fino al 10 settembre.

Il progetto riunisce undici fotografi appartenenti a generazioni e percorsi differenti, accomunati dalla capacità di superare il semplice dato documentario per esplorare il territorio dell’immaginazione. Il paesaggio, qui, non è soltanto ciò che appare davanti all’obiettivo. Diventa un luogo mentale, uno spazio interiore in cui memoria e visione si intrecciano fino a rendere incerto il confine tra realtà e interpretazione.

L’esposizione costruisce un dialogo tra linguaggi e sensibilità differenti. Le celebri vedute urbane di Gabriele Basilico mostrano città che sembrano raccontare sé stesse attraverso la propria architettura. Le sue immagini, rigorose e silenziose, trasformano strade, edifici e periferie in scenari capaci di parlare del rapporto tra l’uomo e lo spazio che abita. Accanto a lui, Lucio Gelsi restituisce una New York sospesa, quasi cinematografica, dove luci e prospettive sembrano emergere da una dimensione che appartiene tanto al ricordo quanto alla realtà.

Il viaggio come esperienza dello sguardo attraversa invece la ricerca di George Tatge. Nei suoi lavori il paesaggio perde progressivamente la sua identità geografica per diventare emozione, evocazione, memoria. Campagne, architetture e spazi aperti si trasformano in luoghi sospesi, sottratti al tempo e alle coordinate riconoscibili.

L’elemento naturale assume forme quasi visionarie nelle opere di Luca Gilli, dedicate ai territori islandesi, e nelle fotografie di Federica Palmarin, che riduce il paesaggio di Mauritius a rapporti essenziali tra cielo, mare e luce, sfiorando talvolta l’astrazione. Anche Teresa Emanuele lavora sul limite sottile tra ciò che è visibile e ciò che viene immaginato, costruendo immagini dove riflessi, ombre e trasparenze generano una realtà ambigua e mutevole.

Alcuni artisti scelgono invece di inventare il paesaggio. I collage fotografici di Anna Muzi assemblano frammenti provenienti da contesti differenti per dare vita a geografie impossibili, sospese tra sogno e memoria. Un procedimento diverso guida il lavoro di Santi Caleca, che fotografa modelli architettonici progettati da Ettore Sottsass e Johanna Grawunder trasformandoli in scenari sorprendentemente credibili, quasi fossero set cinematografici di luoghi mai esistiti.

Tra le opere più intime figurano quelle della giovane Olga Mai. I suoi piccoli paesaggi, custoditi all’interno di antiche cornici, assumono il valore di oggetti preziosi, frammenti di mondi lontani che invitano l’osservatore a una fruizione lenta e ravvicinata. Una dimensione contemplativa che trova una diversa declinazione nelle fotografie di Antonio De Luca, dove mare, rocce e vegetazione vengono progressivamente sintetizzati fino a diventare immagini essenziali, cariche di intensità poetica.

A chiudere idealmente il percorso è lo sguardo di Uliano Lucas. Nelle sue fotografie il paesaggio coincide con la presenza umana, con le persone che lo abitano e lo trasformano. Le immagini dedicate all’Italia del secondo dopoguerra raccontano un Paese attraverso i suoi gesti quotidiani, le relazioni, il lavoro e i momenti di condivisione, restituendo un ritratto collettivo che appartiene alla memoria di tutti.

Nowhere Land è una riflessione sulla fotografia stessa e sulla sua capacità di modificare ciò che osserva. Ogni immagine diventa il punto d’incontro tra un luogo reale e lo sguardo che lo interpreta. In quello spazio incerto tra documento e immaginazione, la fotografia continua a reinventare il mondo e a suggerire nuove possibilità di lettura della realtà.