Pur senza essere un concept album in senso stretto, “Nausea” restituisce una visione compatta e riconoscibile. Le tracce, autonome tra loro, convergono nel delineare un paesaggio urbano segnato da alienazione, sovraccarico e distacco emotivo. Brani come “Younipol City” e “La sindrome di Stoccolma a Milano” raccontano una realtà in cui l’individuo finisce per adattarsi a dinamiche che lo allontanano da sé, trasformando la città in un elemento attivo del racconto. I Tackat osservano più che giudicare, evitando retorica e semplificazioni, e costruiscono un percorso aperto all’interpretazione ma solido nella sua coerenza interna.
“Nausea” è un disco lungo e pieno di stimoli: avete mai pensato di ridurre?
Mi piange il cuore lasciare a casa qualche pezzo. Sono nostri compagni di vita per la durata della produzione. se sono arrivati con noi fino alla fine e ci convincono ancora, meritano un posto sul disco. Infatti non amo particolarmente i vinili perché bisogna sempre togliere dei brani. Quando sei a 20 minuti per lato il disco suona bene. Se inizi a schiacciare perdi di dinamica. È ovvio che puntiamo a mettere tutto perché domani chissà se uscirà qualcos’altro… Non siamo prince o zappa che hanno pubblicato dischi anche da morti…
Vi sentite più osservatori o partecipanti della realtà che raccontate?
Credo di essere relegato a osservatore. Un supporter periferico. Ognuno di noi macina ore di realtà senza mai fermarsi. Ogni realtà è importante per i suoi protagonisti. Riuscire a raccontare qualche piccolo momento è fare una fotografia. Fermare il tempo
“Younipol City” parla di città e solitudine: è un tema che vi tocca da vicino?
Younipol city e la sindrome di Stoccolma a Milano sono due pezzi che raccontano l’ urbanizzazione e i suoi effetti sulle persone. Mi ricordo un articolo che parlava dello stato di salute di un edificio e i suoi effetti sugli abitanti della struttura… Quando vedo alcune strutture penso ad una certa malasanità. Chi ha costruito e progettato quegli edifici non ha pensato al benessere del suo abitante o ai cittadini che vivono la zona. Credo che più crescono le città più la gente si sente sola e fugge nella provincia
Scrivere in due lingue cambia anche il modo di pensare il brano?
Il mio modo di pensare un brano è singolo. La lingua è solo uno strumento. Nel bene e nel male scrivo in italiano come scriverei in inglese. Se mi funziona va bene così. Mi ricordo una band di elettronica italiana che cantava esclusivamente in inglese. Quando provò a fare un pezzo in italiano purtroppo sembrava un pezzo sanremese…
Che tipo di ascolto richiede questo disco?
Oggi un disco ha forse 48 ore di vita prima di essere riassorbito dal grande macero digital discografico. Mi piacerebbe che ogni tanto qualcuno tornasse indietro e riascoltasse qualcosa di vecchio (compreso nausea) giusto per pulirsi un po’ le orecchie
Cosa vi interessa che arrivi davvero a chi ascolta?
Noi facciamo intrattenimento with a message. Balla e rifletti e scollegati dal dispositivo









