L’attualità romantica di cui parlo corre parallelo ad un concetto alto di contaminazione che poi non si lancia in modo incondizionato verso “la qualunque” ma sempre celebra la strada maestra. E la strada maestra per Federico Bottini aka MyalOne, ha l’urgenza del pop e la sospensione del suono digitale. Ha le forme severe delle metriche e delle soluzioni solide ma si concede anche il lusso di visitare generi affini che quasi sin dal primo impatto non sappiamo come codificarlo: un esordio dal titolo evocativo “Due anime” in realtà di anime e di facce ne ha molte di più.
L’amore torna ad ispirare le nuove scritture… stiamo tornando “indietro”?
Non lo vedo come un passo all’indietro, ma come un ritorno alle fondamenta. L’amore è la materia prima di qualsiasi narrazione umana: possiamo vestirlo di autotune, di chitarre distorte o di archi barocchi, ma resta la vibrazione che muove tutto. Dopo anni in cui la scena rap-pop rincorreva la punchline cinica o l’ostentazione, sento il bisogno – mio e del pubblico – di rimettere al centro la fragilità, le crepe, la cura. Non è nostalgia: è un upgrade emotivo. Io lo chiamo “fast-forward sentimentale”.
Un disco che indaga i rapporti di coppia… ma io trovo che sia manifesto di un rapportarsi in generale… che ne pensi?
Esatto. In Due Anime parto dal dialogo amoroso perché è il laboratorio più sincero: lì non puoi bluffare, ogni parola ha un costo. Ma quello che emerge – comunicazione interrotta, promesse non mantenute, bisogno di ascolto genuino – vale anche tra padre e figlio, tra amici, perfino tra artista e fan. Cantare un bacio che guarisce o una ferita che resta aperta diventa, di fatto, un micro-trattato su come abitiamo le relazioni nella vita quotidiana. Se uno prende in mano le tracce e le rilegge senza il filtro “coppia”, scopre un manuale d’empatia applicata.
Un disco condito da Auto-Tune se non erro… che rapporto hai con questi strumenti della tecnologia?
L’Auto-Tune è un colore sulla tavolozza, non il pittore al posto mio. Lo uso per stropicciare le armonie quando voglio evocare alienazione, o per far brillare certe melodie in cui la voce naturale da sola non basta a creare quel riflesso digitale-onirico. Ma registro sempre la take “pulita” prima, perché la verità dev’essere lì sotto. In studio mi piace sperimentare anche con synth modulari, granular delay e campionamenti analogici: la tecnologia è un’estensione della creatività, a patto che non diventi stampella. Quando l’effetto sostituisce l’emozione, spengo tutto e torno al pianoforte.
Dall’altra parte della barricata un pop che ha colori decisamente classici… per te il futuro che suono ha?
Il futuro suona ibrido: corde di nylon che attraversano un beat drill, cori gospel riverberati in spacetime 3D, fiati jazz filtrati da un vocoder. Vedo un pop capace di tenere insieme la scrittura artigianale – strofa, bridge, ritornello che fanno “cantare la pancia” – con gli algoritmi generativi che aprono texture mai udite. Niente dogmi: la chitarra acustica rimarrà se saprà dialogare con l’AI che ricrea un’orchestra in real-time. L’importante è che, sotto ogni innovazione, si senta il battito umano. Se non vibra il cuore, anche il futuro è solo rumore ben mixato.









