La pittura di Michelangelo Antonioni continua a essere uno dei territori meno esplorati della sua ricerca artistica. Se il suo cinema ha ridefinito il linguaggio delle immagini del Novecento, le opere raccolte nella serie Le Montagne Incantate rivelano un’altra dimensione del suo sguardo: quella di un artista che, attraverso colore, fotografia e astrazione, ha trasformato il paesaggio in una geografia interiore.
È proprio questa produzione, ancora poco nota al grande pubblico, a costituire il cuore della mostra Le Montagne Incantate, curata da Matteo Pacini e ospitata dal 18 luglio al 9 agosto alla Pieve di Santa Cristina, nel borgo medievale di Rocchette di Fazio, in provincia di Grosseto.
L’esposizione, presentata da Fondazione Animanatura ETS, assume un significato che va oltre il recupero di un capitolo meno conosciuto dell’opera antonioniana: inaugura infatti la nascita della Fondazione, trasformando un anniversario in un progetto culturale che mette in dialogo arte, natura e responsabilità.

L’occasione è il trentesimo anniversario dell’attività del Dott. Marco Aloisi e del rifugio degli animali a Semproniano, realtà che in oltre tre decenni ha accolto migliaia di animali selvatici ed esotici provenienti da sequestri, maltrattamenti o situazioni incompatibili con il loro benessere e che oggi apre una nuova fase della propria storia. Il passaggio è accompagnato dall’arrivo di Mihal, un giovane leone trasferito dall’Albania alla Maremma toscana dopo un lungo viaggio attraverso l’Europa, destinato a vivere finalmente in un ambiente costruito intorno ai suoi bisogni etologici.
È osservando Mihal che Enrica Fico Antonioni riconosce qualcosa di sorprendente: nello sguardo del giovane leone riaffiora quella stessa intensità silenziosa che aveva accompagnato Michelangelo Antonioni per tutta la vita. Non si tratta di un semplice parallelismo emotivo, ma dell’intuizione da cui prende forma l’intero progetto espositivo. L’arrivo dell’animale e la nascita della Fondazione diventano così il punto di partenza di una riflessione più ampia sulla capacità dell’arte di costruire nuove relazioni con il mondo naturale.
Al centro della mostra si trova la celebre serie Le Montagne Incantate, uno degli ultimi cicli realizzati da Antonioni. Nate da piccoli collage pittorici successivamente ingranditi attraverso procedimenti fotografici – un processo che richiama inevitabilmente Blow-Up, il film che più di ogni altro ha interrogato il rapporto tra immagine e realtà – queste opere trasformano frammenti minimi in vasti paesaggi immaginari. La montagna perde ogni riferimento geografico per diventare uno spazio mentale, un luogo dell’immaginazione in cui pittura, fotografia e materia si fondono in un linguaggio autonomo. È una ricerca che prosegue, con strumenti diversi, la stessa indagine sullo sguardo che attraversa tutta la produzione cinematografica del maestro ferrarese.

Il percorso espositivo non si limita tuttavia a presentare l’opera di Antonioni. Attorno alle sue Montagne Incantate si sviluppa un dialogo con i lavori di Enrica Fico Antonioni, e Francesca De Mai, artisti appartenenti a quell’ambiente umano e culturale cresciuto negli anni attorno alla casa di Trevi, in Umbria, luogo di incontri, sperimentazioni e amicizie artistiche. Più che una semplice collettiva, la mostra restituisce il ritratto di una comunità creativa che, pur esprimendosi attraverso linguaggi differenti, condivide una medesima sensibilità nei confronti della natura.
Particolarmente significativo è il lavoro di Enrica Fico Antonioni, che costruisce le proprie opere utilizzando materiali raccolti direttamente nel paesaggio – foglie, cortecce, petali, conchiglie – trasformandoli in composizioni poetiche sospese tra memoria, emozione e immaginazione. La natura, in questo caso, non è soltanto rappresentata: entra fisicamente nell’opera, diventandone sostanza e linguaggio.
La scelta della Pieve di Santa Cristina, immersa nel paesaggio della Maremma, contribuisce ad amplificare il senso dell’intero progetto. Le opere dialogano con un luogo che conserva un rapporto ancora autentico con il territorio, suggerendo una continuità tra lo spazio della rappresentazione e quello della realtà.
È forse proprio questo l’aspetto più convincente del progetto curatoriale di Matteo Pacini. L’arte non viene chiamata a illustrare un tema ambientale né a sostenere una causa in modo didascalico. Al contrario, mostra e santuario procedono su binari autonomi che finiscono per incontrarsi nella medesima idea di responsabilità: osservare significa imparare a riconoscere l’esistenza dell’altro, umano o animale che sia, senza pretendere di dominarlo.
La nascita della Fondazione Animanatura ETS acquista così un valore che supera la dimensione celebrativa. Affidare l’apertura di questo nuovo capitolo a un progetto dedicato a Michelangelo Antonioni significa riconoscere alla cultura un ruolo attivo nella costruzione di una diversa coscienza ecologica. Non attraverso proclami, ma mediante la forza delle immagini, della bellezza e della riflessione.
Le Montagne Incantate non raccontano soltanto un paesaggio. Raccontano il modo in cui lo sguardo può trasformare la realtà e, insieme, il modo in cui la realtà continua a trasformare chi la osserva. In questo dialogo sottile tra arte e natura si trova forse il significato più profondo della mostra: ricordarci che ogni forma di cura nasce, prima di tutto, dalla capacità di vedere









