Martina Fontanarosa, “Una storia Montana”: un romanzo di formazione che sa stare al suo posto

Ci sono libri che vogliono essere più di quello che sono, e libri che sanno esattamente cosa sono e si limitano a farlo bene. “Una storia Montana” appartiene alla seconda categoria, e questo è già un merito non scontato per un esordio. Martina Fontanarosa racconta un anno accademico all’Università del Montana attraverso Lucia, italiana trasferita a Missoula con una borsa di studio. Il romanzo non è un diario di viaggio, anche se il confine a volte si assottiglia: le descrizioni del paesaggio americano, di Yellowstone, delle hot springs e dei boschi innevati sono precise e ben calibrate, ma nei momenti in cui la macchina narrativa si ferma troppo a lungo sul dato osservativo, il ritmo rallenta senza guadagnare in profondità. È il principale limite del libro, contenuto ma percepibile. Dove invece il romanzo funziona davvero è nella costruzione dei personaggi. Aaron e Webster Caw sono due fratelli che incarnano due modi opposti di abitare il mondo, e il modo in cui la loro dinamica si sviluppa attorno a Lucia è il cuore vero del libro. C’è una frase pronunciata da Aaron durante la cena nel casinò di Missoula che dice molto del personaggio e del tono generale del romanzo: «Siamo il Montana, baby. Cosa c’entrano con noi le lucette sui tavoli e il cibo servito in minuscoli barattoli di vetro?». È una battuta, ma racchiude tutta la tensione tra chi difende un mondo e chi vuole uscirne. Un esordio onesto, con una voce riconoscibile e un’ambizione narrativa che nel complesso si regge. Vale la lettura.