Nella nuova opera di Anna Maria D’Agata, L’Ospite. Racconti (Vertigo Edizioni, 2025), la scrittrice esplora la zona grigia dell’esistenza: quella in cui la normalità si incrina e l’ordinario lascia intravedere una verità più profonda, spesso inquieta. I sette racconti che compongono la raccolta si muovono in un equilibrio costante tra realtà e percezione, rivelando la fragilità dei rapporti umani, la solitudine e la tensione verso un ignoto che abita dentro ciascuno di noi.
La scrittura di D’Agata è limpida, trattenuta, eppure densa di risonanze emotive. I suoi personaggi – uomini e donne di diversa età e condizione – sembrano vivere in uno stato di lieve sospensione: non accade nulla di eclatante, ma ogni gesto contiene la possibilità del cambiamento.
L’autrice, con sguardo attento e compassione discreta, racconta il momento in cui la vita devia di un millimetro e tutto diventa altro: un incontro, una voce, un pensiero sono sufficienti a rompere la superficie del quotidiano.
Sociologa di formazione, viaggiatrice per vocazione, Anna Maria D’Agata ha vissuto a lungo in America Latina e in Belgio prima di tornare in Sicilia. La sua esperienza cosmopolita attraversa sottilmente la pagina: il senso di spaesamento, l’attenzione ai comportamenti, l’osservazione dei margini. L’Ospite è un libro che parla di soglie — tra sé e l’altro, tra dentro e fuori, tra presenza e assenza — e in queste soglie trova la sua verità narrativa.
In questa conversazione, Anna Maria D’Agata riflette sul significato del perturbante, sul ruolo del silenzio, sul rapporto con i suoi personaggi e sul potere della letteratura breve di restituire la complessità dell’animo umano con pochi tratti, ma precisi.
Nei racconti di L’Ospite i protagonisti vivono un equilibrio fragile, sempre prossimo a spezzarsi. Cosa l’attrae di più in questo confine tra normalità e smarrimento, tra ciò che è familiare e ciò che diventa improvvisamente estraneo?
È proprio l’assenza di “normalità” dell’essere umano guardato nella sua individualità che mi questiona quel dubbio sempre irrisolto su ‘chi siamo? Cosa vogliamo veramente…’; l’assenza costante di un equilibrio acquisito: ‘le mille pieghe della mente e dell’anima’…
L’“ospite” che dà il titolo alla raccolta può essere letto come una presenza reale, ma anche come un simbolo. In che misura rappresenta l’irruzione dell’altro, e in che misura un volto interiore, una parte sconosciuta di sé?
Non posso darle una risposta chiara, definitiva sarebbe come se volessi dare qui e ora una fine esplicita e completa a quel racconto… e questa fine non c’è e di conseguenza non so come risponderle…
Tutta la raccolta sembra attraversata da un tempo rallentato, da un silenzio che precede e accompagna gli eventi. Quanto è importante per lei lavorare sul ritmo e sull’attesa come elementi narrativi?
Molto importante! Con il tempo ho una relazione molto ambigua: per anni ho cercato una definizione senza mai trovarla… ormai ho rinunciato; scrivere mi ha liberato da diverse ossessioni. Il silenzio e l’attesa vanno di pari passo ne sentiamo tutti l’enigma e il turbamento.
La sua prosa è essenziale ma profondamente visiva. Come nasce, per lei, un racconto? Da un’immagine, da un’emozione o da una riflessione? Vuole raccontarci qualcosa di più dell’atto creativo? In che modo, un’idea si trasforma in scrittura?
Vorrei cominciare con risponderle che credo fermamente che la scrittura nasca da sé, per quanto mi riguarda: io ho la sensazione di essere solo lo strumento di cui si serva per tradursi in atto creativo. Sì, in effetti un racconto nasce per me da un’ immagine che sorge improvvisa o da una frase che mi occupa con insistenza la mente… mai da riflessioni o da un atto di volontà predeterminati.
Nei testi si avverte un’attenzione – potremmo dire – sociologica al comportamento umano: i gesti, le esitazioni, i ruoli sociali. Crede che la sua formazione in Sociologia abbia influenzato il suo modo di costruire i personaggi? Se è avvenuto, in che modo il suo bagaglio di conoscenze è confluito tra le storie della sua nuova opera?
Assolutamente no, la Sociologia non è per me nutrimento per la mia ispirazione o immaginazione.
Le figure femminili della raccolta non cercano mai di imporsi, ma esprimono una forza silenziosa. Quale idea, soprattutto, aveva intenzione di trasmettere e perché?
Non ho mai pensato di dare un ruolo privilegiato alle donne nei miei racconti, benché sia profondamente femminista e affascinata dalla ‘femminilità’ che alcune donne possiedono particolarmente, come un dono.
Gli spazi dei racconti — case, stanze, giardini, luoghi appartati — sembrano rispecchiare la mente dei personaggi. Non sono mai scelti casualmente, ma in qualche modo, riflettono le problematiche e i personaggi che li abitano. Come lavora sul rapporto tra ambiente e stato d’animo?
Lei ha in qualche modo risposto alla domanda che mi fa… posso aggiungere che senza dubbio i luoghi in cui si svolgono le mie storie giocano un ruolo importante tanto quanto quello degli stessi personaggi. Accompagnano e determinano le loro emozioni, sono la coreografia di quanto avviene sulla scena: c’è una necessità di descrivere il meglio possibile quell’atmosfera quel luogo… di essere il più vicino possibile a quanto appare nella mia immaginazione, voglio dire che è questa a suggerirmi quasi con una chiarezza fotografica quanto deve essere poi trasferito sulla pagina bianca.
Nei suoi testi l’evento straordinario non arriva mai in modo spettacolare: si insinua, quasi con discrezione. È un modo per dire che il cambiamento, nella vita, avviene spesso in silenzio? Che cosa significa per lei il cambiamento?
Il cambiamento è la vita stessa, è la fortuna che abbiamo come esseri umani di ricominciare ogni nuovo giorno… ma a volte, e forse troppo spesso, ne siamo terrorizzati.
Il racconto, come forma breve, richiede precisione e misura. Che cosa le permette di esprimere, rispetto a un romanzo, e cosa invece le impone di trattenere? Ci sono autori o autrici che considera dei punti di riferimento per la sua produzione letteraria?
Il racconto è fino ad ora la forma letteraria che mi corrisponde non mi pare di trattenere nulla a parte ciò che non si può dire con le parole: è quello che cerco di fare, dire il più possibile senza svelare… Certo, sono tanti gli autori che mi hanno ispirato (Proust, Kafka, Virginia Woolf, Karen Blixen, Guy de Maupassant etc.): devo molto alla Letteratura e mi piace credere che con i miei scritti rendo omaggio a tutti quei grandi autori che mi hanno aiutato a vivere.
Dopo “L’Ospite”, pensa di proseguire su questa linea narrativa o sente il bisogno di cambiare tono, forma o punto di vista nella scrittura?
Non so rispondere a questa domanda, non dipende solo da me; come ho già detto prima per me scrivere viene da sé come e quando vuole… posso solo dire che spero di poter ancora conservare questo meraviglioso spazio di libertà.









