Nel suo lavoro più recente, Damiano Piras affronta uno dei luoghi più studiati della storia da una prospettiva nuova ma misurabile. Allineamenti, equinozi e simbologia solare diventano chiavi di lettura per rileggere Giza come un sistema unitario, dove architettura e cielo seguono una logica condivisa.
Damiano, il tuo approccio evita gli estremismi tra “accademico” e “esoterico”. Come definiresti il tuo metodo?
Definirei il mio metodo come un approccio integrato e critico, che si muove collegando discipline diverse, valorizzandone i punti di contatto e la loro capacità di ispirarsi e confermarsi a vicenda. Da un lato adotto gli strumenti dell’indagine accademica, l’analisi delle fonti, il confronto tra testi, l’attenzione al contesto storico e simbolico, dall’altro riconosco che alcuni oggetti di studio, come la Sfinge, rivelano il loro senso più profondo proprio quando vengono osservati attraverso più prospettive, tanto più se, come in questo caso, convergono.
Grazie al lavoro di rinomati accademici ho potuto comprendere che una parte dell’Altopiano di Giza è strettamente legata al tramonto, e da lì intuire come questo impianto potesse trovare il suo completamento all’alba, attraverso eventi connessi agli equinozi e ai solstizi. Perciò come un’integrazione naturale e coerente, capace di completare quanto già ampiamente studiato e conosciuto, mostrando come ciò che è noto trovi una forma ancora più completa.
In questo senso, il metodo è fondato sul dialogo, mette in relazione archeologia, storia delle religioni, filosofia, simbolismo, geometria e archeoastronomia, lasciando che i dati parlino, ma anche che le immagini e i racconti antichi rivelino la loro profondità.
Ho trovato nell’alba una chiave interpretativa, un punto di passaggio in cui il rigore non esclude l’intuizione e la dimensione evocativa procede insieme alla conoscenza e alla scienza.
Un principio essenziale del mio metodo, anche in virtù della mia formazione in statistica, si fonda sull’evidenza che non tutte le informazioni hanno lo stesso grado di certezza. Solo alcuni dati possono essere considerati sicuri al cento per cento, mentre altri si collocano su livelli di probabilità inferiori e rimangono, per loro natura, eventualità. Gli indizi che porto a sostegno dell’ipotesi appartengono alla categoria delle informazioni certe.
Su questa base scientifica si innesta il mio metodo, che trova nella deduzione logica lo strumento attraverso cui i dati certi vengono messi in relazione tra loro, permettendo di completare il quadro interpretativo e di dare forma a letture coerenti, fondate sull’evidenza.
Alcune teorie alternative su Giza hanno avuto grande risonanza mediatica ma poca solidità. In cosa la tua ipotesi si distingue?
La mia ipotesi si distingue innanzitutto per il punto di partenza. Non nasce dal desiderio di sorprendere o di proporre una narrazione fine a sé stessa, ma dalla volontà di lavorare su elementi già noti, verificati e condivisi, mettendoli in relazione attraverso un impianto logico e scientifico coerente. L’Altopiano di Giza è uno dei luoghi più studiati al mondo, e proprio per questo offre una base estremamente ricca su cui innestare nuove letture capaci di completare ciò che già conosciamo.
È importante chiarire che l’idea di una possibile seconda Sfinge a Giza non è nuova: nel tempo, anche egittologi di grande rilievo hanno formulato questa ipotesi, sebbene collocandola in aree diverse da quella che propongo.
Il mio contributo si inserisce dunque in un filone di ricerca già esistente, che viene completato attraverso l’individuazione di una posizione specifica capace di far emergere nuovi indizi di particolare rilievo.
Ciò che distingue in modo evidente la mia ipotesi è proprio la natura di questi indizi, legati a una collocazione precisa e verificabile, dalla quale diventano leggibili aspetti nuovi e coerenti del sito. In questa posizione, geometria ed eventi astronomici certi, come equinozi e solstizi, si integrano in modo chiaro e misurabile, aprendo a una lettura archeoastronomica che si fonda su elementi osservabili e facilmente controllabili.
A differenza di molte ricostruzioni alternative, il mio lavoro si basa su dati misurabili, su allineamenti osservabili, su geometrie ripetibili e su fenomeni astronomici certi. Questi elementi acquistano un significato ancora più ampio quando vengono letti come parti di un sistema unitario e coerente, in cui architettura, paesaggio e cielo concorrono a una stessa logica progettuale.
Ciò che propongo non è una teoria isolata, ma una sintesi che integra archeologia, archeoastronomia e geometria, guidata dalla deduzione logica. In questo modo l’ipotesi si costruisce passo dopo passo, completando un quadro già esistente e offrendo una lettura che resta saldamente ancorata alla scienza, lasciando al tempo stesso emergere la profonda intenzionalità simbolica con cui l’Altopiano di Giza sembra essere stato concepito.
C’è un legame, secondo te, tra la disposizione delle piramidi e quella originaria della presunta seconda Sfinge?
Sì, esiste un legame molto evidente, che emerge chiaramente dal mio lavoro e che si fonda su una serie di indizi geometrici, archeoastronomici, storici e religiosi. Già nella disposizione conosciuta delle piramidi di Giza rispetto alla Sfinge nota si osserva un rapporto di allineamento e proporzione studiato e documentato da tempo, che mostra come architettura, paesaggio e cielo fossero concepiti secondo una logica armonica e precisa.
Il contributo della mia ipotesi consiste nel mostrare come questo stesso principio possa estendersi alla posizione della presunta seconda Sfinge. La collocazione che propongo non è casuale: permette di leggere una continuità speculare chiara e immediata, coerente con le proporzioni e gli allineamenti già noti, e di evidenziare ulteriori corrispondenze legate a equinozi, solstizi, geometrie misurabili e significati religiosi. In altre parole, la disposizione delle piramidi funge da guida per comprendere anche questa nuova ipotesi, completando un sistema già studiato e confermando la centralità della logica progettuale che attraversa l’intero Altopiano di Giza.
Cosa rispondi a chi sostiene che la mancanza di prove materiali renda impossibile ogni nuova interpretazione del sito?
Quando si studia un sito complesso come l’Altopiano di Giza, è evidente che le interpretazioni si fondano su ciò che è osservabile e verificabile, come dati storici, allineamenti geometrici, orientamenti astronomici e informazioni archeologiche già documentate. Questo approccio permette di formulare letture fondate e coerenti, anche in assenza di nuove prove materiali immediate.
La mia ipotesi, in questo contesto, non propone tanto una nuova interpretazione del sito quanto la possibilità di completare le letture già esistenti, integrando indizi osservabili e verificabili. Nell’Altopiano di Giza, alcuni aspetti del sito sono già ampiamente documentati e studiati, e proprio su queste basi solide emergono possibilità di lettura nuove, che completano e arricchiscono quanto già conosciuto.
Le prove materiali, naturalmente, possono emergere solo attraverso scavi mirati e approfonditi. Procedere in questa direzione è molto importante, anche se si tratta di un processo graduale e non immediato, capace comunque di fornire conferme concrete alle ipotesi già formulate attraverso dati osservabili e misurabili.









