Sono qui, seduto sulla solita panchina della solita piazza. Due bambini giocano a pallone. Tre anziani sono seduti su un’altra panchina e parlano tra di loro. Sono perso nei miei pensieri, poi smetto persino di pensare e fisso il muricciolo grigio di un condominio. Vedo sempre le solite facce, i soliti passanti e le solite passanti. Oggi è una giornata più calda. Mi tolgo il giubbotto. Poi penso a Bianciardi, che morì alcolizzato per un bicchiere di troppo. Penso alla sua vita agra nella Milano del boom economico, alla sua doppia vita, in bilico tra moglie e amante, alla sua Maremma, alla Montecatini e a quei minatori morti. Era un’altra epoca. Penso che Bianciardi aveva con il suo sguardo straniato, straniante, straniero e con la sua voce interiore fuori campo esatta percezione della realtà, insomma aveva coscienza del proprio tempo, mentre oggi è molto più difficile, quasi impossibile avere coscienza del proprio tempo. Il mondo si è fatto piccolo ma anche irrapresentabile, irreprensibile, camaleontico. Non ci sono più sovrastrutture culturali, ideologiche, religiose, etiche che lo interpretino o lo decifrino adeguatamente. Resta solo la struttura economica, anche quella caratterizzata da scenari in continuo cambiamento e da guerre, che creano crisi, rincari, turbolenza dei mercati. Io qui, omunculo attempato, in un angolo di periferia di una cittadina di provincia di una nazione ormai altrettanto marginale, periferica, ininfluente rispetto alle grandi potenze mondiali mi accorgo che la mia vita di riflesso è decisa dal Potere. Io non posso che aaspettare e non una svolta positiva, un grande amore, una buona nuova che non arriverà. Io, e lo scrivo senza autocommiserazione ma come dato di fatto assodato, sono solo. Certamente la mattina presto faccio due chiacchere con la barista e lei parla con me più per convivialità e per educazione che per altro. Poi sto al telefono per pochi minuti con il mio unico amico. Al massimo faccio quattro chiacchere con i miei e con mia sorella durante i pasti, anche se c’è la tv accesa in cucina. Per il resto del giorno sto in camera a leggere, a riflettere, a meditare, navigo nel web, scrivo. Poi cammino molto. Faccio circa 15-20 km ogni giorno. Frequento sempre i soliti posti. Non posso assentarmi dalla mia zona perché devo anche stare dietro a mia madre invalida e ci facciamo il cambio perché qualcuno deve sempre essere presente in casa. Io ora, seduto sulla solita panchina della stessa piazza, penso a Bianciardi e a Milano, una Milano che non c’è più, che esiste solo negli archivi RAI, in certe foto d’epoca. Penso anche al prof. Giuseppe Lupo, che ha scritto il romanzo “Gli anni del nostro incanto”, ispirato da una foto degli anni Sessanta, della Milano che fu: un padre, una madre, un figlio piccolo su una Vespa, che sfreccia nella nebbia una domenica mattina. Bianciardi è morto e sepolto, i suoi libri hanno fatto epoca, ma ormai è dimenticato. Bianciardi era scomodo, caustico, sferzante: si mise anche la benda a un occhio per prendere in giro gli israeliani. Bianciardi prendeva in giro colti, semicolti, borghesi. Era un anarchico lucido e disincantato. Bianciardi oggi lo conoscono solo i bibliofili, gli studiosi, i cultori della letteratura italiana, gli appassionati. Forse è meglio che non sia diventato nazionalpopolare. Solo qualche iniziativa culturale nel grossetano e niente più, perché su tutti e su tutto, quando cala il sipario, nel giro di poco tempo ha la meglio sempre l’oblio, almeno qui in Italia.
Come sono cambiati i costumi da allora! Come è cambiata radicalmente, incessantemente l’Italia! Ma per capire la realtà odierna bisogna avere uno sguardo retrospettivo. Bisogna rileggere certe pagine del nostro passato!
Negli anni Sessanta Milano è già “la capitale morale” e la “capitale sanitaria” del Paese. Milano fa scuola nell’economia, nella cultura, nella moda, nella pubblicità, nel design. La città nella storia dell’Italia è riuscita sempre ad avere un ruolo prioritario in qualsiasi ambito: dall’eroismo delle cinque giornate alla lotta partigiana. Anche il 1968 vede Milano protagonista. Nel gennaio di quell’anno vengono occupate alla Statale le facoltà di Lettere, Legge e Scienze. A marzo avvengono gli scontri di Largo Gemelli tra studenti e poliziotti. Ad aprile un centinaio di artisti occupa la Triennale. A giugno gli studenti contestatori attaccano la sede del Corriere della sera. A dicembre la contestazione degli studenti alla Scala: uova e cachi lanciati contro signori in smoking e signore impellicciate. Questi sono gli avvenimenti salienti del 1968 milanese. Ma nessun trionfalismo perché il peggio deve ancora venire. Il 12 Dicembre 1969 proprio a Milano inizia la strategia della tensione: 16 morti e 90 feriti nella strage di piazza Fontana. Milano in quegli anni ha soprattutto il volto di una città operosa e ricca. Non tutti però riescono a raggiungere il benessere. Molti sono costretti alla “vita agra” descritta dallo scrittore Luciano Bianciardi. Il romanzo dello scrittore toscano narra dello sfruttamento intellettuale di un traduttore, che vive tra difficoltà e contrarietà gli anni del miracolo economico. Bianciardi ci rivela che il benessere non toccava a tutti. Fa un ritratto impietoso di Milano. È un romanzo smilzo, per niente corposo che invito a leggere sia per il contenuto di verità dell’opera che per la maestria, il talento di Bianciardi. La narrazione ufficiale di quel periodo. Ricordo che Bianciardi era un intellettuale raffinato e addirittura un normalista, che non ebbe la meritata consacrazione. Solo un grande scrittore lucido e disincantato poteva raccontarci della Milano che faceva fatica ad arrivare a fine mese. Inoltre “La vita agra” è un affresco di un artista che mantiene un occhio esterno: un emigrato geniale che riporta alla luce altre verità rimosse o sottaciute su Milano. Bianciardi riesce a compiere una grande azione di demitizzazione di Milano, a restituirci un’immagine molto più realistica. È per questo che il suo punto di vista obliquo e al di fuori degli schemi deve essere ricordato. Bianciardi scrive quel che gli altri avevano paura a scrivere e a dire ufficialmente su Milano. Oggi comunque lo scrittore ha avuto gloria postuma, anche se per pochi. La sua opera omnia è stata raccolta e pubblicata ne I Meridiani, cosa riservata solo a pochissimi scrittori e poeti davvero memorabili. In quegli anni comunque si registra una massiccia migrazione interna. Torino e Milano sono le destinazioni di molti uomini del Sud, che partono con la valigia di cartone legata con lo spago, alla ricerca di lavoro. Giungono a Milano e subito si sentono spaesati e soffocati dalle coperture a tettoia della stazione centrale. Milano come Torino ha bisogno di questi lavoratori, ma riesce a stento a offrire loro un alloggio adeguato: nascono di conseguenza anche delle abitazioni abusive, quelle che verranno battezzate dai milanesi le coree. Milano non è solo vetrine sgargianti, capitani di industria, direttori di giornali, conversazioni da salotto dell’alta borghesia e benessere. E’ anche asfalto, cemento, traffico, stress, freddo e nebbia. A Milano ci si può perdere nel reticolo di strade del centro, ma anche nelle vie anonime dei quartieri di periferia. Milano è una moltitudine di volti, una massa di pendolari e di gente che va di fretta. Negli anni settanta Milano era già una “città che sale”, come dicevano i milanesi: erano già stati costruiti il Pirellone e la torre Velasca. Palazzi e grattacieli spuntavano in ogni zona della città. Molti fanno parte della “gente che corre, che si dibatte, che ti ignora” come testimonierà Luciano Bianciardi. Per questa massa di persone Milano promette e non mantiene, fa sognare e poi risveglia bruscamente. Milano all’epoca era una metropoli abitata da un milione ed ottocentomila persone. Forse a causa di quella che i sociologi chiamano anomia e/o forse a causa della correlazione tra frustrazione ed aggressività e/o forse a causa della società di massa dal dopoguerra in poi Milano diviene nota anche per i fatti di cronaca nera: delitti, sequestri lampo e rapine a mano armata fanno di Milano anche la capitale italiana del noir. Giorgio Scerbanenco è il primo scrittore a descrivere magistralmente il lato oscuro di Milano con i suoi gialli: è il primo ad intuire che l’indifferenza, la solitudine e l’apatia possono avere la meglio sulla famosa gioia di vivere milanese.









