La centralità della parola in “Medicina e (È) Comunicazione” di Stefano Durante

“Medicina e (È) Comunicazione” di Stefano Durante si distingue come un progetto letterario capace di riportare l’attenzione su un aspetto spesso sottovalutato della pratica clinica: il valore della parola. Non si tratta semplicemente di un saggio teorico, ma di un testo costruito su esperienze concrete, che restituisce al medico una dimensione più ampia, quasi artigianale, della propria professione.

L’autore riesce a rendere tangibile ciò che nel comunicato viene definito “lo spazio invisibile, eppure potentissimo, della parola”, trasformandolo in uno strumento operativo reale. Nel corso della lettura emerge con chiarezza come la comunicazione non sia un elemento accessorio, ma una componente strutturale della cura.

L’approccio è diretto, pragmatico, mai eccessivamente accademico, e questo lo rende accessibile anche a chi non appartiene al settore sanitario. Alcuni passaggi richiamano una sensibilità che, per certi versi, ricorda quella di Atul Gawande, pur mantenendo una voce autonoma e radicata nella realtà italiana. La riflessione sui pazienti cosiddetti difficili e sulla gestione delle informazioni online risulta particolarmente attuale, in un contesto in cui il rapporto medico-paziente è sempre più complesso.

Si percepisce un’urgenza etica nel voler ristabilire una “alleanza terapeutica”, concetto che attraversa tutto il libro senza mai diventare retorico. La scrittura è lineare ma non fredda, e alterna momenti più analitici ad altri più intuitivi, mantenendo un equilibrio credibile.

L’idea del medico come “custode della fiducia” non è solo una definizione suggestiva, ma una vera e propria responsabilità che il testo invita a recuperare. Il risultato è un lavoro che si colloca a metà tra guida pratica e riflessione umana, capace di offrire strumenti ma anche prospettive. Rimane impressa la sensazione che, al di là delle tecniche, ciò che conta davvero sia la qualità della relazione costruita con il paziente.