Un racconto che scava nella fragilità umana per trasformarla in forza interiore. Kathuscia ripercorre la sua storia con coraggio, tra lutti, memorie e nuovi inizi. La scrittura diventa rifugio e riscatto, mentre ogni pagina restituisce dignità alle emozioni. Un’intervista sincera, profonda, illuminata da resilienza autentica.
Kathuscia, quando hai capito che era il momento giusto per trasformare la tua storia personale in un libro e darle una voce pubblica?
Dopo la perdita di mia madre. Mi sono resa conto che non avevo paura del giudizio, finalmente ero libera. Volevo rendere immortali le persone care e permettere loro di vivere oltre la memoria.
Scrivere ti ha accompagnata fin dall’adolescenza: quale parte del processo è stata più liberatoria e quale, invece, più dolorosa?
La scrittura è stata la mia compagna, confidente e amica che non mi giudicava, anzi mi consolava. Scrivere il libro è stato doloroso, soprattutto quando ho dovuto rivivere momenti terribili: raccontarli è stato come catapultarsi indietro nel tempo. Ma
La scrittura è stata un atto catartico.
Il titolo “Il bicchiere mezzo pieno” racchiude un messaggio di resilienza. Cosa rappresenta per te questo modo di guardare la vita?
È una nuova prospettiva, una visione più ottimista, per chi come me ha sofferto ma non si è mai arreso. E alla fine viene gratificato dalla stessa vita che appariva avversa.
Quanto è stato importante l’amore per i tuoi genitori e i tuoi nonni nella costruzione dell’intero racconto?
È stato determinante, il cuore pulsante del libro. Il sentimento che mi ha consentito di sopravvivere agli attacchi impetuosi del tempo.









