“Echoes from the Future Ashram” arriva cinque anni dopo “Lost in Sci-Fi”. Cosa è cambiato nel vostro modo di fare musica e cosa ritroviamo di quel primo lavoro in questo nuovo EP?
Sitarvala: ECHOES è molto più simile a LOST di quanto apparentemente potrebbe sembrare, quasi come se ci fosse una spontanea evoluzione tra i due. L’approccio alla produzione è diverso. LOST è un album nato di getto da una improvvisazione dal vivo senza filtri. ECHOES nasce da cinque immagini oniriche di Kevin che sono state sviluppate poi insieme in studio. Credo di poter affermare che l’estetica, il manifesto della nostra interazione, tuttavia, sia unitario.
Kevin Follet: possiamo dire che Echoes of the future ashram è la naturale evoluzione di Lost in Sci-fi, mentre nella nostra prima iterazione avevamo acceso il registratore e lasciato fluire i sentimenti attraverso i nostri strumenti, senza alcun preconcetto od obiettivo di sorta, semplicemente suonare e lasciarsi trasportare dal flusso di note, in questo secondo lavoro assieme si è voluto alzare l’asticella e creare qualcosa di più “ragionato” ma senza togliere lo spirito di fondo che permea il primo disco. Semplicisticamente, il primo è più simile a una jam session mentre il secondo è più uno studio album.
Il titolo richiama un “ashram del futuro”, un’immagine che mette insieme spiritualità e tecnologia. Come è nata questa idea e cosa rappresenta per voi?
Sitarvala: volevamo richiamare l’idea di una musica che nascesse in un non-luogo e in un non-tempo perché ci sembra riduttivo etichettarla e avevamo il desiderio che venisse consegnata all’ascolto con questo approccio, di non volerla definire a tutti i costi. Siamo entrambi appassionati di cinema e letteratura di fantascienza. Alcuni filoni di questo genere presentano un’idea di mondo futuro collegandolo insieme al passato, estetica industriale e innovazione tecnologica, liberazione dal lavoro fisico come spinta a una ricerca interiore. Ascoltando le tracce ci sembrava che rievocassero questa compresenza di passato e futuro.
Kevin Follet: personalmente la vedo come l’incontro tra la mia elettronica e il misticismo e spiritualità di Sitarvala con i suoi “raag”, incredibile come due concetti molto diversi possano coesistere e fondersi in un’unica entità.

Nelle cinque tracce convivono elettronica, ambient, suggestioni cinematografiche e richiami alla musica indiana. È stato un percorso naturale oppure avete cercato consapevolmente di far dialogare mondi così diversi?
Sitarvala: credo di non aver mai avuto così facilità espressive nel creare qualcosa senza forzature o calcoli come in questa collaborazione con Kevin. È tutto fluito così, facilmente e spontaneamente, senza nemmeno una pre-produzione o un tentativo di mettere il processo dentro una griglia di “references”. Questo lavoro con lui avviene durante un mio periodo di forte riflessione su cosa sia realmente la differenza tra un approccio occidentale e un approccio “indiano” alla composizione. L’esperienza con i maestri dell’India credo che abbia contribuito a fare sviluppare in me un’idea di forma musicale universale simile al “raga” indiano nelle strutture anche se non necessariamente nei contenuti sonori. Mentre la mia passione per le colonne sonore dei grandi compositori di musica da film sci fi ha finito inevitabilmente per far scivolare quel tipo di suono all’interno di questa produzione.
Kevin Follet: è avvenuto tutto con estrema naturalezza, sarà che tra me e Sitarvala si è instaurata da subito una sintonia che non si trova tutti i giorni, come se ci conoscessimo da molto tempo prima del nostro primo incontro, per questo motivo abbiamo deciso di esplorare nuovamente lo spazio siderale imbracciando i nostri amati strumenti e lasciandoci trasportare dalle onde cosmiche.
Nel comunicato citate film come Blade Runner, Fuga da New York e 2001: Odissea nello Spazio. Quanto hanno influenzato il vostro immaginario e quanto, invece, appartiene esclusivamente al vostro percorso artistico?
Sitarvala: ho sempre avuto la passione per i film di fantascienza, soprattutto per le ambientazioni distopiche e cyberpunk. Rimango spesso colpito dalle colonne sonore dei film e dalla loro interazione con le immagini. In particolare adoro il modo di comporre di John Williams e di Hans Zimmer, di Max Richter, per citarne alcuni. Se in passato Wim Wenders aveva compiuto l’operazione di portare la musica rock nel suo cinema, credo che noi nel nostro piccolo e con una operazione inversa, ci siamo fatti influenzare al punto da portare il cinema di fantascienza nella nostra musica.
Kevin Follet: Vangelis, Carpenter e Strauss sono stati un’ispirazione, un punto di partenza e in un certo senso un timone, poi Sitarvala e io, con i nostri rispettivi background da divoratori di universi musicali, abbiamo intersecato tutto quello che il nostro gusto e il nostro orecchio ci hanno suggerito.
Sitarvala porta nel progetto uno strumento unico come l’Indra Vina, mentre Kevin Follet lavora con synth modulari e strumenti autocostruiti. Come si sviluppa concretamente il processo creativo quando iniziate a comporre insieme?
Sitarvala: le idee che Kevin aveva strutturato per farmele ascoltare, come punto di partenza per questo lavoro, avevano già in nuce così tanti elementi di ispirazione che non è stato difficile per me lasciarmi andare e “seguire l’onda”. Come ho accennato, in questo periodo a ridosso della pubblicazione del nostro lavoro, ECHOES per me è stato un banco di prova per una sorta di nuovo manifesto estetico Sitarvala. Ho provato a usare i miei strumenti musicali a corde impiegati nell’album, cioè il basso elettrico, la chitarra elettrica e la Indra Vina (una specie di sitar elettrico) in modo nuovo, con accordature aperte e utilizzo di effetti anche artigianali per creare qualcosa che assomigliasse alla forma grezza del “raag” indiano, pur non utilizzando la musica classica indiana. Questo ha dato a Kevin la possibilità di compiere ulteriori esperimenti sul suono e sul modo in cui veniva processato.
Kevin Follet: siamo entrambi degli smanettoni visionari, ognuno nel proprio ambito di competenza, quindi ci piace fare ricerca a livello di suono e trovare strade inconsuete per ottenere determinati risultati. Per quanto concerne il nostro modus operandi per “Echoes from the future ashram” ho pescato dal mio archivio 5 brani in stato embrionale e li ho sottoposti a Sitarvala, il quale mi ha rimbalzato a sua volta altre idee realizzate con i suoi strumenti, l’iter è proseguito ciclicamente fino ad arrivare a quello che potete ascoltare in in questo ultimo EP.
Oggi la musica viene spesso ascoltata in modo veloce, tra playlist e contenuti brevi. Voi proponete invece un lavoro che invita a un ascolto immersivo. Pensate che ci sia ancora spazio per questo tipo di esperienza?
Sitarvala: credo che negli anni a venire assisteremo a una ulteriore divaricazione tra musica veloce e di consumo e musica lenta da ascolto immersivo. Credo anche che l’esperienza di prendersi il tempo per sedersi e ascoltare un album dall’inizio alla fine oppure un concerto intero senza parlare o guardare il cellulare diventerà una necessità assoluta per molti abitanti del pianeta Terra. O almeno, questo è ciò che mi auguro. Intanto sto cercando di collaborare con artisti che vadano in questa direzione: trasportare il musicista e l’ascoltatore dentro un vortice sonoro dove il tempo trascorre a un’altra velocità o si ferma.
Kevin Follet: ottima domanda, il mondo della musica è stato stravolto rispetto a quando abbiamo cominciato a fare musica, per alcuni aspetti è migliorato ma per certi altri tutt’altro, ad ogni modo sono convinto che ci sia la necessità di un ritorno a un ascolto più consapevole, come sono convinto pure che chi si approccia alle nostre opere abbia già una predisposizione a un certo tipo di ascolto, quindi tirando le somme asserisco che lo spazio c’è se lo si vuole trovare.
Se doveste descrivere “Echoes from the Future Ashram” a chi non vi ha mai ascoltato, senza parlare di generi musicali, quale immagine o sensazione usereste?
Sitarvala: mi vengono in mente sogni che ho fatto in passato: essere prelevati e portati all’interno di una astronave con tecnologia avanzata e destinazione nuovi mondi, ma potendo disporre durante il viaggio di uno spazio tempo per incontrare le persone a un livello superiore. L’immagine è: il divano anni ’70 dei miei genitori con vista sul giradischi e impianto hi-fi, musica dei primi Pink Floyd dentro un salotto con vista sulla Via Lattea.
Kevin Follet: è un’esperienza sonora da fruire in comodità da seduti o distesi, con luci soffuse e mente scevra da pensieri, consiglio un buon impianto audio o delle cuffie di qualità per goderne al massimo l’immersività. Per quanto riguarda la tua domanda preferisco non fare spoiler e non influenzare l’ascoltatore, in modo che ognuno faccia la propria esperienza e veda ciò che la musica nostra suggerisce.
Dopo l’uscita dell’EP, quali saranno i prossimi passi del progetto? State già pensando a una dimensione live o a nuovi sviluppi artistici?
Sitarvala: siamo molto felici di poter comunicare che ECHOES non ha fatto nemmeno in tempo a sbarcare sul Pianeta Terra che abbiamo già ricevuto proposte di collaborazione per live e installazioni con artisti figurativi di arte e danza contemporanea. Perciò, sì, vogliamo e crediamo sia possibile portare la nostra musica nei club e nei teatri. Crediamo inoltre che il nostro progetto possa trovare spazio a breve nelle produzioni cinematografiche italiane e internazionali.
Kevin Follet: il nostro sogno nel cassetto è da sempre orientato alla musica per il cinema, si potrebbe considerare questa nostra ultima opera come una sorta di colonna sonora di un film inesistente, e ci piace pensare che presto o tardi qualcuno potrà ascoltarla proprio durante la visione di un film.
Per quanto riguarda il prossimo futuro abbiamo pensato anche a una proposta dal vivo associata a performance, installazioni o altre forme d’arte complementari, confidiamo nelle energie cosmiche.









