Il tempo passa, ovvero gli amici di un tempo, citando Eliot…

Il tempo passa. Ogni tanto ripenso a ciò che è stato, anche se nessun volto rimane indelebile nella memoria. Amicizie di un tempo non di rado affollano la mia mente. Spesso ritorno indietro nel tempo con la memoria e rivivo i miei venti anni. Amici e amori di un tempo talvolta bussano alla porta del ricordo. Non ho in mente esattamente le loro parole, ma mi ricordo ancora bene i loro pensieri. Mi ricordo ancora il nostro idealismo di un tempo. Il tempo passa. Mi ricordo quei giorni vissuti tra manuali di psicologia, tramezzini al bar, lezioni universitarie, sessioni di esame, i primi miei versi acerbi, scritti a mano su quaderni, che portavo sempre con me nello zaino. Mi ricordo ancora i miti e le chimere della nostra giovinezza. La memoria però sappiamo anche che è infedele oltre a essere selettiva: è così per tutti, è una costante umana. L’immaginazione è potente. Bisogna ricordarselo sempre: memoria e immaginazione si confondono e ci confondono. Ma in fondo questo è un pregio dell’immaginazione. Infatti secondo Einstein: “la logica ti può portare da A a B. L’immaginazione invece ti può portare ovunque”. Perché ricordo? Sarà che è aprile, che “è il mese più crudele” e “mescola memoria e desiderio” per dirla alla Eliot. La memoria non è un inventario con cui si cataloga tutto freddamente, ma è creativa. Non sai mai quanto effettivamente la tua fantasia ha aggiunto alla realtà e quanto ha cambiato le persone. Il tempo passa. Mi chiedo spesso: erano veramente così come li ricordo adesso? Eravamo tutti studenti fuori sede. Avevo instaurato con queste persone rapporti duraturi di stima, di fiducia, di sincerità reciproca. Tutto allora sembrava così disinteressato. Ora mi chiedo se quella sensazione di sintonia non fosse illusoria e non fosse dovuta alla nostra giovane età. Poi passa il tempo e tutto cambia. Banalmente potrei dire che le situazioni si evolvono e che in taluni casi c’è chi sceglie consapevolmente la sua strada mentre in altri invece è una causa di forza maggiore a prendere il sopravvento. Purtroppo è rarissimo condividere un’amicizia quando si è troppo lontani geograficamente e/o non si ha molto più da spartire. Il tempo passa. Ogni tanto mi chiedo che faranno. Che farà adesso Maria che voleva umanizzare il mondo e cercava di diffondere il suo messaggio anche alle persone più indifferenti? Si sarà sposata? Avrà fatto dei figli e rinunciato ai suoi ideali? Che farà adesso Silvia con cui facevo discussioni interminabili sui massimi sistemi? Avrà trovato l’uomo che cercava? Un uomo che le garantisse una certa agiatezza economica? Che cosa starà facendo adesso la ligure Giovanna, che riusciva a far innamorare tutti e voleva rimanere libera? E Simona di Torino che studiava e faceva anche volontariato? E Beppe di Como che era uno studente lavoratore e seguiva il movimento studentesco? Che cosa farà adesso Gianfranco che durante l’okkupazione dormiva in portineria? Sarà uno psicoterapeuta? E Umberto che studiava medicina e era innamorato di Giovanna di Prato, che invece stava con un altro? E la bella romagnola Nora che era più grande di noi ed era già psicologa? Farà ancora girare gli uomini quando passa per le strade della sua città? Che cosa farà adesso Annalisa che studiava scienze politiche e amava le canzoni di Guccini? E Loretta adesso ascolterebbe sempre le mie storie? E Antonella di Milano oggi verrebbe ancora a fare le ferie in Toscana? Beatrice lavora ancora in una società no profit? Lalla sarà ancora il miele per le api per gli uomini? Antonella di Firenze sarà partita per l’Inghilterra? Come ha dichiarato il cantautore Paolo Conte: “si nasce e si muore soli. In mezzo c’è un gran bel traffico”. In tre mancano all’appello: i miei due coinquilini del secondo anno, Simone di Vittorio Veneto e Riccardo di Belluno, e poi Federico di Brescia. Il primo morto per un malore a Londra. Il secondo per un incidente stradale. Federico invece è scomparso per un tumore. Con Annachiara e Luca sono rimasto in contatto per più tempo perché anche loro erano toscani. Poi ci siamo persi di vista. Il tempo passa. Qualche anno fa d’estate sono stato due giorni a Padova. Volevo osservare come era cambiata dai miei tempi. La cosa che mi interessava di più non era apprezzare la bellezza della città di cui tutti siamo consapevoli. Non starò qui a narrare la bellezza della Basilica di Sant’Antonio, della Basilica di Santa Giustina, della Cappella degli Scrovegni. La cosa che mi interessava di più era ritornare in certi luoghi a me cari e vedere come il tempo aveva cambiato la fisionomia delle cose. Mi sono reso conto che la vecchia e familiare osteria in cui andavamo a bere il Fragolino aveva chiuso i battenti ed era stata sostituita da un bar ipermoderno. In Piazza del Capitaniato, in cui sostavamo spesso, non c’era nessuno. Ho notato che il comune aveva dato il permesso a tutti i bar del centro di invadere con i loro tavolini le piazze. Gli studenti si riunivano comodamente seduti davanti a uno Spritz. Alcuni esercizi commerciali avevano chiuso e altre attività avevano preso il loro posto. Era strano passeggiare per Padova e non trovare più amici quando un tempo bastava girare l’angolo per imbattermi in un volto familiare. Il tempo passa. Era il segnale inequivocabile che una stagione della vita era finita. In fondo era tutto molto strano: ero passato da una gioventù in cui avevo centinaia di amicizie a una maturità in cui frequentavo solo la mia famiglia e più raramente l’amico Emanuele Morelli. Passeggiavo per le vie del centro e tutti quei volti mi erano indifferenti e io ero indifferente a loro. Pensavo che ogni città è infinite città interiori. Mi sono messo a riflettere sugli scalini di Piazza dei Signori. Sono andato anche davanti a certi appartamenti un tempo abitati da amici e amiche. Nella mia agenda sono rimasti i numeri telefonici di questi appartamenti. Ma so bene che non basterà più digitarli al telefono per sentire voci amiche. Ci saranno altre voci giovani e sconosciute a rispondere. Altre voci di coloro che adesso sono studenti fuori sede. Poi il mondo è cambiato e tutti usano i telefonini. Il tempo passa. Le persone cambiano. Conosco gli imperativi di questa epoca: non si può essere statici, bisogna essere dinamici, bisogna adattarsi a tutto (a costo di snaturarsi), bisogna accettare dei compromessi, bisogna far buon viso a cattivo gioco. Ma in fin dei conti è così per tutti. Per tutti indistintamente. Il tempo passa. Non posso vivere di ricordi. Non posso aggrapparmi ai ricordi. I ricordi non devono diventare cliché e poi degenerare in ossessioni. Eppure ogni essere umano ha innata l’ossessione del ricordo. Non dovrei guardare indietro, volgermi indietro. Ma la verità è che passo la stragrande maggioranza del tempo da solo. Ore e ore di solitudine, che si susseguono e si accavallano! E per alcuni sono considerato solo un privilegiato! E nelle mie ore di solitudine viene naturale ricordare. I ricordi in fondo sono degli automatismi psichici. In definitiva Padova è il passato ed è lontana: forse è per entrambe queste cose che ho nostalgia di quei tempi e di quella città, ma non voglio più ritornarci. Oramai sono un estraneo, uno straniero. Infine sono disoccupato (forse più per demerito che per sfortuna, ma è la mia condizione attuale e poi tutti dovrebbero realmente avere il diritto di lavorare) e non posso viaggiare per l’Italia.

Come scriveva Eliot:

“Tempo presente e tempo passato

sono forse entrambi presenti

nel tempo futuro e il tempo futuro

è contenuto nel tempo passato. Se tutto il tempo

è eternamente presente

tutto il tempo è irredimibile.”