Il tempo dell’orfanitudine…

Viviamo un tempo di orfanitudine. Siamo orfani di Dio, delle ideologie, dell’etica, persino della nostra generazione. Le generazioni più giovani spesso sono “orfane” anche delle loro famiglie tra genitori assenti, disfunzionali, separazioni e legami tossici. Il mondo è fatto di frammenti eterogenei e così noi stessi, le nostre personalità; l’io e il mondo sono due specchi infranti che si rimandano. La realtà diventa perciò un gioco di specchi infranti. Finiamo così per diventare schegge impazzite in un mondo, fatto di altre schegge impazzite. La vita è fatta di innumerevoli bivi e spesso non ci sono indicazioni. I maestri di pensiero e i grandi mistici si contano sulle dita della mano e molto spesso sono inascoltati. Questa è l’epoca dei falsi profeti, degli opinionisti da talk show, degli esperti, veri o presunti. Abbiamo perso l’orientamento, la bussola. Siamo smarriti perché l’unica certezza assoluta, l’unica verità terrena incontestabile è la morte e niente altro. La ragione stessa spesso subisce lo scacco matto dalla vita, che si esplica con leggi inspiegabili, arcane, sconosciute. Siamo smarriti tra la tradizione, considerata vecchiume e quindi considerata giustamente caduta nell’oblio, e il nuovo che avanza, e a cui non riusciamo a stare al suo passo. Non c’è più niente che faccia da collante tra di noi. L’utopia non può salvarci perché per fare un’utopia ci vuole una comunità anche piccola di persone che sogni insieme e al massimo le persone oggi fanno brevi sogni in due, mettendo su famiglia, sposandosi e convivendo, e magari dopo poco tempo hanno un brusco risveglio. Il potere ha mille volti e nessun volto. Come il grande fratello orwelliano il potere è impersonale. Ma dietro all’efficientismo infallibile, all’apparente razionalismo del sistema capitalistico se guardassimo bene, vedremo una profonda irrazionalità e scopriremmo che il mago di Oz è un ciarlatano, che il re è nudo, che per capire le dinamiche del potere non ci vogliono l’economia, la storia, le scienze politica ma solo e soltanto la psichiatria, perché i capi delle superpotenze spesso si dimostrano folli e talvolta sanguinari. Di fronte a uno scenario globale assurdo e incomprensibile noi ci riconosciamo impotenti, ininfluenti. Così continuiamo a vivere le nostre vite, in cui l’ego sporadicamente, superficialmente, materialisticamente, liquidamente diventa noi per poi inabissarci nella nostra solitudine o per finire in relazioni, contrassegnate da noia, abitudine. Tra noi e gli altri vige il do ut des reciproco, spesso scambiamo i mezzi con i fini. Vince la logica strumentale, ma il mondo è fatto così e noi di riflesso siamo venuti su così. È troppo difficile affermare e vivere la frase: “io non appartengo a questo mondo e questo mondo non mi appartiene”. In fondo, realisticamente, dobbiamo tirare a campare, dobbiamo mettere insieme il pranzo con la cena. Cosi invece di essere testimoni scomodi di questo mondo finiamo per diventare suoi discepoli, come hanno scritto molti più importanti di me. Aveva ragione Hegel quando proclamava la morte dell’arte in nome della logica filosofica. Oggi è morto e moribondo anche l’umanesimo in nome dei mass media, della scienza, degli influencer, del divertimento e della ricerca del piacere a tutti i costi. La riflessione critica non fa più parte di questo mondo occidentale, vero e proprio caleidoscopio, vortice inenarrabile, irrefrenabile di immagini, slogan, brand di ogni tipo, che sovraccaricano la nostra mente. Hölderlin si chiedeva: “Perché i poeti in tempi di povertà?”

Questa è l’epoca del benessere materiale con la crisi economica che perdura da anni, tra recessione e diminuzione costante del potere d’acquisto, e che ora con le guerre può peggiorare notevolmente, ma è anche l’epoca dove i depressi sono visti come lungimiranti, dove il disagio esistenziale e psichico, il malessere interiore, il male di vivere montaliano hanno la meglio in sempre più persone. Sempre più persone fingono infatti di fronte agli altri che vada tutto bene, si dimostrano ottimisti, sicuri, socievoli, indossando una maschera, facendo i clown con gli amici o le donne, quando covano l’inferno dentro, perché bisogna sempre far vedere che tutto va bene, che tutto è sotto controllo: insoddisfatti perenni travestiti da vincenti, che sposano il positive thinking, il vitalismo. Ma dietro questa facciata di leggerezza, talvolta si prova un senso di vuoto per una vita sempre uguale, per i problemi insolubili che accumuliamo, per le convenzioni, per la gabbia dorata in cui si vive tra costrizioni sociali, sentimentali, lavorative, familiari perché, come scriveva Rousseau, “l’uomo è nato libero e ovunque è in catene”. Le catene non sono solo del mondo, ma il nostro imprinting, il nostro ambiente ci costringono a inttoiettarle, a interiorizzare e così diventiamo schiavi persino di noi stessi, delle nostre catene mentali, a immagine e somiglianza di quelle del potere, che abbiamo costruito fin da bambini. Lo psicoterapeuta Giulio Giacobbe ha scritto un libro divertente, divulgativo, chiaro sulle seghe mentali che ci facciamo tutti. Tare psicologiche, ossessioni, manie, fobie, pensieri intrusivi sono seghe mentali malefiche, secondo l’autore, mentre se dipingiamo, leggiamo, scriviamo, creiamo, rielaboriamo contenuti, ebbene queste sono seghe mentali benefiche. La cultura stessa quindi è costituita da masturbazioni mentali benefiche. Per migliorare la qualità della nostra vita, prendendo atto che il principio di realtà freudiano deve avere la meglio, dovremmo cercare di ridurre la nostra quantità giornaliera di seghe mentali malefiche. Questo sarebbe il primo passo per stare meglio con noi stessi. A volte, anzi spesso, bisogna anche saperci accontentare, cercando di migliorarci interiormente e psicologicamente.