Il sacrilegio delle erme

Il sacrilegio delle erme

Il sacrilegio delle erme – Capita spesso di ascoltare notizie di atti vandalici compiuti da ignoti su beni pubblici o monumenti; qualcuno poi ricorda gesti emblematici come il danneggiamento di una fontana a Piazza Navona o la mutilazione del volto della Vergine nella Pietà di Michelangelo.

 

È sempre accaduto: la storia tramanda innumerevoli episodi contro beni di interesse artistico o religioso: ve ne è uno che merita attenzione per i risvolti sociali e politici che determinò nonché per le conseguenze di sorprendente attualità.

 

 

Correva l’anno 415 a.C. e Atene si apprestava alla campagna militare in Sicilia per estendere la  propria potenza in tutta l’area mediterranea. La città era adornata di un gran numero di statuette votive, le c.d. “erme”, molto simili a quelle che si incontrano durante una passeggiata al Gianicolo e ritraenti gli eroi del nostro Risorgimento.

 

Era il 22 maggio allorché gli esterrefatti ateniesi si svegliarono sulla scoperta della devastazione totale di questi pilastrini. Oltre al danno economico, la coscienza della polis rimase profondamente turbata, visto che le erme costituivano simulacri assai cari al sentimento popolare e l’oltraggio si poneva quale segno di cattivo presagio in vista dell’importante spedizione siciliana; ma nonostante le ricerche, le indagini, le denunce anonime, le supposizioni più varie circa la natura e la responsabilità dell’attentato, i nomi dei colpevoli non vennero mai scoperti.

 

Venne allora istituita una commissione di inchiesta, il cui unico risultato fu ricevere una comunicazione che insinuava come l’atto vandalico provenisse da un illustre cittadino, nientemeno che il comandante dell’armata navale Alcibiade, formatosi alla scuola filosofica di Socrate.

 

Gli investigatori non erano però in possesso di prove contro il generale ma, contandosi tra essi numerosi suoi detrattori, costruirono una fantasiosa teoria sull’empietà del personaggio, il quale avrebbe ripetutamente celebrato riti misterici modellati sui misteri eleusini, ma contraddistinti da indecenze e ridicolaggini. L’intera cerchia di maggiorenti legati ad Alcibiade venne pertanto rinviata a giudizio su questa esclusiva presunzione, ma il processo fu rinviato a quando la flotta ateniese avrebbe fatto ritorno dalle operazioni belliche nel Mediterraneo.

 

 

Partito Alcibiade alla volta della Sicilia (pensate con quale animo l’incolpevole comandante poteva dedicarsi all’impresa!) e trovato un improbabile colpevole da gettare in pasto ai benpensanti, le ricerche proseguirono con maggior tranquillità e senza che il popolo soffiasse sul collo degli inquirenti. Continuarono le spiate e le querele, finché si verificò un autentico e inatteso “coup de théatre” rimise tutto in discussione: l’aristocratico Andocide si assunse la responsabilità dell’oltraggio, tirando in ballo gli appartenenti a un altro gruppo lobbistico cittadino, facente capo a Eufileto.

 

 

Di fronte a tale autocalunnia, la magistratura non poté che intervenire pesantemente: un certo numero dei presunti criminali fu condannato alla pena capitale e i beni di tutti i responsabili caddero sotto la confisca. Per quanto concerne Andocide, egli venne prosciolto dalle accuse ma non perché riconosciuto innocente bensì per aver avuto il coraggio di rivelare la verità sull’accaduto: e come premio, fu mandato in esilio perpetuo.

 

 

Alcibiade era dunque stato assolto? Neanche per idea. I suoi nemici politici convinsero l’assemblea popolare della sua pericolosità e la costrinsero a mandare un battello in Sicilia per riportarlo in patria e sottoporlo al “giusto processo” per delitti contro lo Stato. Ovviamente, il comandante prestò un fermo diniego e fu costretto a essere giudicato in contumacia.

 

La sentenza non poteva che essere di condanna e per Alcibiade ebbe inizio un allontanamento forzato protrattosi per oltre sette anni, con effetti disastrosi per la guerra in Sicilia che determinarono conseguenze gravissime sulle sorti di Atene.

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