Il nuovo capitolo degli State Of Neptune: potenza e denuncia in “Killersplinter”

Con “Killersplinter”, gli State Of Neptune affrontano la violenza che scorre dall’alto verso il basso, quella che si nasconde dietro norme e decisioni presentate come “legali” ma che spesso generano ingiustizia. Il brano è un flusso teso, senza appigli, che trascina l’ascoltatore dentro questo conflitto quotidiano senza offrire vie di fuga.

Proseguendo il percorso iniziato con “Pulp Of Stones”, la band affina un linguaggio che unisce alternative, stoner e post-hardcore, trasformando la ricerca sonora in un mezzo per interrogare la realtà. “Killersplinter” diventa così un’esperienza fisica ed emotiva, il punto di partenza ideale per l’intervista con Oltre le Colonne, dove gli State Of Neptune raccontano evoluzione, visione e la potenza del loro nuovo capitolo.

Dalla potenza di “Pulp Of Stones” all’intensità di “Killersplinter”: in che direzione state evolvendo come band?
Ci sentiamo sicuramente in linea con il “discorso” iniziato in “Pulp Of Stones”. Là c’erano già in fase embrionale molti degli elementi con cui stiamo continuando a sperimentare e che stiamo approfondendo e affinando: un po’ di alternative, un po’ di stoner, del post-hardcore e un po’ di post-metal (e i droni). In linea di massima la direzione è sempre stata la stessa, sperimentare e divertirci con tutte le sonorità che amiamo, mentre nel frattempo cresciamo come musicisti e come persone.

Quanto conta per voi la ricerca sonora rispetto alla scrittura dei testi?
Sono entrambe essenziali. Come musicisti vogliamo creare commistioni sonore stimolanti prima di tutto per noi stessi. Non ci fermiamo praticamente mai a un “buona la prima” se sentiamo che possiamo fare qualcosa in più per raggiungere l’equilibrio che vogliamo in una composizione. Come persone invece vogliamo comunicare onestamente i nostri pensieri sul mondo e sulle cose e quindi la scrittura dei testi non è mai lasciata al caso, da una parte perché amiamo la forma d’arte in sé, dall’altra perché vogliamo che anche loro possano espandere e completare il nostro immaginario come band.

Vi definite un power trio: quanto è difficile oggi mantenere un suono pieno e dinamico con una formazione così essenziale?
Tecnicamente parlando oggi è, forse, più semplice che mai: considerata la mole gigantesca di equipaggiamenti musicali disponibili sul mercato. La vera sfida sta nel trovare la giusta quadra tra abbondanza di mezzi e attenzione nell’usarli: non ti servono 70 pedali per suonare bene. La nostra visione è che i componenti debbano dialogare fra loro, sia tramite parole sia tramite i propri strumenti e la sinergia tra loro alla fine stabilisce un suono pieno, dinamico e unico, di band.

Spesso parlate di “saturarsi le orecchie dal vivo”: quanto vi interessa far vivere la musica come un impatto fisico?
Il live è il rituale in cui davvero il “rock” splende, più di ogni altro genere. Noi 3 amiamo suonare dal vivo e abbiamo lavorato tanto negli anni per cercare di restituire sempre un’esperienza soddisfacente a chi ci viene a vedere. Siamo contenti del fatto che ci è stato spesso riconosciuto di avere un sound curato e che produciamo un bel muro e sì, per generare l’impatto fisico abbiamo volumi alti, per cui i tappi sono fedeli aiutanti per non diventare sordi nel frattempo (anche se a volte saltano ops).

Il vostro prossimo disco uscirà per Overdub Recordings. Dobbiamo aspettarci la stessa rabbia o un nuovo tipo di energia?
Di rabbia ce n’è tanta anche nel resto del disco, ma non è assolutamente l’unica cosa che vogliamo trasmettere. Crediamo nel potere trasformativo che la rabbia può aiutare a scatenare e nel disco esploriamo tanti stati d’animo. Più si va avanti e più l’energia si rinnova, e non vediamo l’ora che l’album esca per raccontare tutto in modo completo.

Articolo precedenteFabiola torna con “Stelle e brividi”, una nuova pagina del suo universo emotivo
Articolo successivoMarsann: con “Amore Immenso” la verità dei sentimenti diventa musica