“Il Calendario Storico”. La Sicilia raccontata con fantasia maccheronica

«Una “fantasia maccheronica” sia per il linguaggio che per aver inventato una fiaba siciliana, fotografata in un periodo e contesto storico che mi ha portato a mescolare la mia esperienza professionale ai racconti e i trascorsi dei miei nonni». Definisce così il suo libro Salvatore Seguenzia, autore siciliano, di Augusta (in provincia di Siracusa). Ed è lui stesso a spiegare il titolo dell’opera “Il Calendario Storico”. «Sono un Ispettore della Guardia di Finanza ed uno degli elementi rappresentativi del Corpo è appunto il Calendario Storico che, ogni anno, ha la sua diffusione nel periodo di dicembre come omaggio natalizio. Visto che il personaggio principe è un sottufficiale del Corpo, ho cercato di considerare, come elemento chiave, proprio il calendario con all’interno delle vicissitudini vissute nel corso delle indagini delegate al Maresciallo Seguino. Certo, posso garantire che, per il suo scopo utilizzato nel racconto, il libro ha un finale particolare».

La Sicilia può essere definita la musa ispiratrice del libro pubblicato nei “Diamanti della Narrativa” dell’Aletti editore. Con i suoi paesaggi, storpiati nel loro nome d’origine; il suo dialetto, che per l’autore dialetto non è, ma è una vera e propria lingua utilizzata dai personaggi nei loro dialoghi. Un “parlare” goliardico che trascina il lettore a girare la pagina e continuare a leggere tutto d’un fiato senza interrompere la lettura. L’attenzione maggiore è rivolta al concetto di “ricchezza”, intesa come valore e non come materialità delle cose. «La migliore ricchezza – afferma Seguenzia – è nel dare e non nel ricevere. Se questo principio si incolla dentro di noi, la nostra vita sarà stravolta positivamente e saremo da esempio per gli altri, che ancora credono il contrario. La libertà è l’autentica ricchezza che si realizza sugli eventi esterni a seguito della conseguenza di ciò che siamo e di come ci trasformiamo nel corso del tempo».

La trama è ambientata negli anni ‘60, quando la realtà era ben diversa da oggi. «Però – precisa l’autore – è sempre un supporto per poter spiegare come la vita di quel periodo era molto più semplice e genuina a cospetto di quella attuale. Quando scrivo le vicissitudini o le esperienze descritte, narro un misto tra il modo di essere di cinquant’anni fa e l’attuale vita quotidiana». Il romanzo, puramente di fantasia, è scritto in modo spumeggiante e, pagina dopo pagina, si crea un percorso che conduce a fantasticare con la realtà. La conclusione è un “finale aperto”, in cui il lettore è libero di esprimersi con la sua immaginazione.

Il linguaggio è lineare e scorrevole. Uno stile “maccheronico”, che suscita allegria e spensieratezza, che non stanca mai, perché ricco di suggerimenti comunicativi. «Nel mio raccontare, le frasi e le descrizioni possono attingere ad una metrica esistenziale che, in alcuni casi, si allontana anche dalla grammatica, per accedere al mondo dei sentimenti che non sono raggiungibili con le regole della quotidianità.

Ogni personaggio, nel suo modo di esprimersi, trasmette quell’immagine “patriarcale” dell’epoca ma, di contro, apprende che in fondo è sempre sé stesso: dedito alla famiglia, lavoratore terrano e professionista emergente». Salvatore ama descrivere la sua Terra, fonte di grandi cantori e cantastorie. E il suo messaggio è rivolto soprattutto ai giovani siculi ma anche a chi si trova per lavoro in Sicilia. «Vivi del profumo del nostro mare, del calore della nostra montagna, della melodia del nostro dialetto, della nostra antica arte e del valore delle nostre tradizioni. Questa terra ha una forza interiore che si permette di incoraggiare ogni giovane ad esternare ciò che prima viveva inconsciamente dentro sé stesso». Per l’autore scrivere significa dare sfogo ai propri desideri. E le eventuali critiche? «Cerco di prenderne atto – risponde Salvatore -. Ma talvolta mi ripropongo una celeberrima parola che Andrea Camilleri ripeteva sempre nelle sue opere e che poi è diventata una delle mie parole preferite: “stracatafottersene”».

Federica Grisolia