Ci sono canzoni che non inseguono il tempo, ma aspettano il momento giusto per essere ascoltate. “Frammenti” di Gioacchino Fittipaldi appartiene a questa categoria: un brano intenso e riflessivo che trasforma il ricordo in materia viva, raccontando l’assenza con la delicatezza e la profondità di chi ha fatto della scrittura il tratto distintivo del proprio percorso artistico. Tra atmosfere sospese, una melodia che richiama la migliore tradizione cantautorale italiana e una produzione elegante, il singolo conferma la capacità dell’artista di dare forma a emozioni autentiche senza cedere a facili soluzioni.
Dopo oltre trent’anni di carriera, Fittipaldi continua a rinnovarsi senza rinunciare alla propria identità, mantenendo al centro la forza delle parole e una ricerca musicale che guarda al futuro pur restando profondamente legata alle proprie radici. Oltre le Colonne lo ha intervistato per approfondire la storia di “Frammenti”, il suo percorso artistico e le nuove prospettive che si aprono dopo questa pubblicazione.
Dopo oltre trent’anni di musica, cosa rappresenta “Frammenti” all’interno del tuo percorso artistico?
Rappresenta una sintesi e, al tempo stesso, una ripartenza. Eppure dopo più di trent’anni di musica ho ancora l’esigenza di dire le cose con assoluta sincerità. “Frammenti” è un brano che scava nell’assenza e nella memoria. È la prova che la musica, per me, resta il mezzo più naturale per rimettere in ordine i pezzi della vita e del tempo che passa.
Guardando ai tuoi lavori precedenti, quali aspetti della tua scrittura ritrovi in questo brano?
Ritrovo sicuramente la cura per la parola e quella dimensione narrativa e introspettiva che ha sempre caratterizzato il mio percorso. C’è la tendenza a non essere mai banale o troppo esplicito, a preferire l’evocazione al racconto didascalica. Chi conosce la mia storia musicale ritroverà in “Frammenti” quella mia tipica ricerca di atmosfere sospese, dove la melodia si fa strada per unirsi alla tradizione cantautorale e a una costante attenzione per il suono.
Sei un musicista fortemente legato al tuo territorio. Quanto le tue radici influenzano ancora oggi il tuo modo di comporre?
Le mie radici sono a San Severino Lucano, nel cuore del Pollino, e quella terra è una presenza costante nella mia musica, anche quando non la nomino direttamente. Tuttavia, vivere il territorio non significa per forza tradurlo in ballate lente o malinconiche o folkloristiche. Al contrario! Chi conosce la mia musica sa che porta con sé un ritmo e un’energia vivace, pulsante.
L’influenza della mia terra si sente proprio in questa forza vitale, in una solarità e in una dinamicità che si muovono parallele alla bellezza selvaggia della natura del Pollino. La mia “lucanità” si esprime nella genuinità della scrittura e nel peso che do alle parole, ma il vestito musicale che scelgo è sempre energico, vibrante e ricco di ritmo.
Dai Pink Floyd a Fabrizio De André, passando per Guccini e De Gregori: quali insegnamenti porti ancora con te da questi artisti?
“Dai giganti della musica ho imparato che una canzone deve avere un’anima, un peso specifico.”
Dai Pink Floyd porto con me il senso dello spazio musicale, l’idea che il suono e l’arrangiamento debbano creare dei veri e propri paesaggi sonori e psicologici in cui l’ascoltatore può perdersi. Da De André, Guccini e De Gregori ho ereditato la sacralità del testo: l’insegnamento che la canzone d’autore è una forma di letteratura popolare, dove ogni parola va pesata, scelta e sofferta. Da loro ho imparato l’onestà intellettuale di non tradire mai il proprio messaggio per inseguire le mode del momento.
Nel corso degli anni hai collaborato con diversi produttori mantenendo sempre una forte identità personale. Quanto è importante per te conservare la tua visione artistica?
È l’unica cosa che conta davvero. Il confronto con i produttori è sempre uno stimolo eccezionale, una ricchezza che ti permette di rivestire le canzoni con abiti nuovi e sonorità a cui magari non avevi pensato. Ma l’ossatura, il cuore pulsante del brano, deve rimanere tuo. Conservare la propria visione artistica dopo trent’anni significa rispetto per se stessi e per il pubblico che ti segue. Se una canzone non vibra prima dentro di me, non potrà mai vibrare in chi l’ascolta.
“Frammenti” è un brano scritto anni fa ma pubblicato oggi. Pensi che alcune canzoni abbiano bisogno del loro tempo per maturare?
Assolutamente sì. Ci sono canzoni che nascono con urgenza e vanno pubblicate subito, e altre che sono come il buon vino: hanno bisogno di riposare nel cassetto, di decantare. “Frammenti” è rimasta lì ad aspettare il momento giusto. Evidentemente io stesso avevo bisogno di tempo per maturare la giusta consapevolezza per interpretarla e darle la veste sonora che ha oggi, specialmente nel videoclip dove interpreto il ricordo. Le canzoni hanno un loro destino e sanno da sole quando è il momento di venire alla luce.
Quali nuove direzioni artistiche pensi di esplorare dopo questa uscita?
L’uscita di “Frammenti” ha riacceso in me il desiderio di muovermi verso nuove sfide, mantenendo sempre quel nucleo di energia che mi appartiene. Mi affascina l’idea di sperimentare soluzioni ritmiche ancora diverse, magari unendo la solidità della canzone d’autore a sfumature sonore più contemporanee, elettroniche o d’atmosfera, senza mai perdere l’impatto vivace dei miei arrangiamenti. Finché c’è la curiosità di scoprire dove ti può portare un accordo o un nuovo ritmo, il viaggio della mia musica continuerà a cercare nuove rotte.









