Con “Sioux” i Fujiiro inaugurano una nuova fase del loro percorso artistico, lasciandosi alle spalle l’esperienza Malva e definendo un’identità sonora più netta e coraggiosa. Il singolo è un brano viscerale che racconta un cammino di irrequietezza e ricerca interiore, un confronto diretto con la propria ombra e con i demoni personali, tra slanci istintivi e tensioni spirituali.
L’attacco western, contaminato da suggestioni orientali, è guidato da chitarre ruvide e “tarantiniane” che richiamano a tratti l’energia dei Queens of the Stone Age. La prima parte si muove su coordinate punk, nervose e serrate; nella seconda il pezzo si apre a una deriva psichedelica e lisergica. Il cantato, rapido e perentorio, attraversa immagini surreali e riferimenti ancestrali, trasformando “Sioux” in un esordio programmatico che anticipa un disco complesso e stratificato in arrivo ad aprile.
“Sioux” segna ufficialmente la fine dei Malva e la nascita dei Fujiiro: cosa non funzionava più nel progetto precedente?
In realtà il progetto precedente ha subìto una battuta d’arresto importante proprio un anno dopo la sua nascita, in concomitanza con l’avvento della pandemia nel 2020. Abbiamo continuato a suonare quando possibile ma abbiamo avuto un cambio di formazione e soprattutto un cambio di “ispirazione”. L’isolamento ci ha portato verso nuovi lidi sonori e nuove riflessioni.
Sioux, in un certo senso, segna uno spartiacque perché ha rappresentato un sound e un’attitudine nuova. Col tempo abbiamo poi maturato l’idea di cambiare identità artistica.
Il brano ha una doppia anima: prima punk nervosa, poi psichedelica e lisergica. È una scelta narrativa o istintiva?
Bella domanda. E’ vero che, in generale, tutti i brani del nostro primo album, che uscirà ad aprile, hanno una struttura multiforme e sono stati più volte ripensati e rivestiti in fase di produzione. Non direi però che istinto e narrazione siano per forza in contrasto, direi che ci viene istintivo il voler ricercare una narrazione musicale “profonda” e sfaccettata di una stessa idea, cercando di esplorarla da più punti di vista possibile. Veniamo tutti da ascolti variegati e questo si vede. Sioux gode sicuramente, però, di tanto istinto e improvvisazione, tanto nella sua componente rabbiosa quanto nella sua componente psichedelica e mistica.
Le sonorità evocano western, suggestioni orientali e riferimenti ai Queens of the Stone Age: quanto è stato consapevole questo immaginario?
La consapevolezza razionale di un immaginario, se c’è, viene sempre dopo l’improvvisazione e la sperimentazione. Per questo brano e per questo album non ci siamo dati confini né immaginari di partenza, solo suggestioni e ascolti.
Dario, hai scritto il testo dopo la parte musicale: quanto ha cambiato il tuo modo di costruire parole e metrica?
Molto. Solitamente, quando scrivo, lo faccio in contemporanea con un primo embrione musicale. In questo caso, invece, abbiamo totalmente dato precedenza alla musica e all’attitudine complessiva prima del testo, pur lasciando spazio alla voce. Il testo è arrivato esattamente dopo, l’ispirazione testuale è avvenuta quindi in un secondo momento. A livello di metrica, solitamente sono molto più melodico e cadenzato, in questo caso invece ho istintivamente cercato di incastrare le parole nella ritmica della batteria.
“Sioux” è un esordio programmatico: cosa deve aspettarsi il pubblico dal disco di aprile?
Un disco complesso, non in linea con i tempi veloci che stiamo vivendo ma paradossalmente perfettamente inserito nel momento storico attuale. Ci si può aspettare un disco che racconta in prima persona i pensieri e le pulsioni di un individuo alla spasmodica ricerca di un qualcosa di indefinito, inserito in una società solo apparentemente fuori dal tempo ma a tratti spaventosamente contemporanea.
C’è una certa inquietudine spirituale in questo disco, la musica varia molto e funge essa stessa come elemento trainante narrativo. In noi si può trovare molta psichedelia, molto rumore ma anche molta dolcezza.









