Oggi sono state svalutate le parole in nome dei fatti. Quante volte ci siamo sentiti ripetere “contano i fatti”?
Ma cos’è veramente un fatto? Ogni istante facciamo qualcosa e questo è un fatto. Quindi sono illimitati per ogni mente umana tutti i fatti del mondo in un istante o tutti fatti di un solo essere umano in una sola giornata. Verrebbe da chiedere: quali fatti?
È chiaro che si tratta di fatti più significativi, ma significativi secondo la mentalità comune e la cultura di appartenenza. Da alcuni fatti significativi si giudicano le persone. I fatti decretano il successo o il fallimento di una persona. Ma il fatto in sé non esiste. Il fatto assoluto non esiste o meglio l’unico fatto assoluto è la morte. Scacciamo una volta per tutte dalla nostra mente questo falso mito positivista. Il fatto in sé è pura metafisica, è un’astrazione campata in aria per persone che si sentono arrivate. Il fatto in sé è viziato da una logica facilona e iper-semplificatoria. E le parole? Davvero non contano nulla? Gli ingegneri non studiano forse libri pieni di parole? E i fisici? E i medici? La comunità scientifica non ha forse bisogno di parole? Gli industriali non hanno forse bisogno di parole? La relazione che intercorre tra fatti e parole è molto più complessa di quello che si può pensare di primo acchito.
Per Austin le parole sono atti linguistici, ovvero azioni, fatti. Le frasi hanno anche degli effetti. Agiscono. Sono anche atti perlocutori. Inoltre l’interlocutore come il lettore molto spesso, al di là dell’effetto, sa capire anche le intenzioni, gli atti illocutori; sa capire il retropensiero. Cosa è un fatto? Un fatto è ciò che accade nel nostro mondo, parafrasando e modificando un poco Wittgenstein. Anche le parole accadono; anche le conversazioni che restano nell’aria. Le parole inoltre producono effetti. Fanno bene o male
Le parole talvolta anzi spesso sono ambigue. Ma anche i fatti raramente sono chiari e inequivocabili. I fatti raramente sono incontestabili e incontrovertibili. I fatti raramente sono a interpretazione univoca. I fatti difficilmente sono fatti in sé. C’è anche chi dice che il fatto in sé non esiste. Ci vogliono parole per interpretare fatti. Ci vogliono parole per fare l’amore e poi raccontarlo. Ci vogliono parole per lavorare e per fare affari, per fare da mangiare e salvare vite umane. Ci vogliono parole per viaggiare. Ci vogliono parole per soddisfare bisogni primari. Ci vogliono parole per fare la guerra, ma altre parole ci vogliono per fare la pace. C’è chi dice che i fatti sono molto più eloquenti di molte parole e per affermare ciò usa parole e per giunta perentorie, si comporta come se con le sue parole fosse depositario della verità. Non si può far godere una donna con le parole. Però alcuni per fare fatti continuamente usano le parole con negligenza, trascuratezza, estrema disinvoltura, inconsapevolezza. E se fanno male con le parole che importa? Per alcuni le parole sono inutili, ma quando pensano ai fatti loro lo fanno con categorie verbali. Non si può negare l’evidenza dei fatti, ma neanche quella delle parole. Anche le parole sono fatti ed è per questo che sto lontano da alcuni, che significa stare lontano dalla loro metafisica dei fatti e dalle intenzioni cattive delle loro parole. Voi pretendete di giudicare una vita dai fatti ma quali fatti selezionare e giudicare? Come giudicare in modo equanime i fatti di una vita? Le parole esattamente come i fatti fanno soffrire ma anche godere. La vita si vive con i fatti e con le parole. Alle parole devono seguire i fatti, a cui seguono altre parole e così via fino alla fine di ogni vita. Fatti si susseguono a parole che si susseguono ai fatti in un circolo infinito. Senza parole non ci sarebbero fatti. Abbiamo bisogno di fatti ma anche di parole. Fatti e parole continuamente si richiamano e intrecciano tra loro. Ai bambini si insegna prima a parlare per capire e dire i fatti. Le parole perciò vengono prima dei fatti. Quando uno muore vanno al capezzale a raccogliere le ultime volontà, le ultime parole. Le parole, neanche quelle di cordoglio o conforto, non possono niente di fronte alla morte. I neopositivisti cercarono di distruggere la metafisica. Sostennero che avessero senso solo quelle proposizioni che possono essere verificate. Ma forse anche il principio di verificazione è esso stesso metafisica. Di più: il principio di verificazione non può essere verificato. Se è una proposizione scientifica deve essere per forza verificabile. Se non è una proposizione scientifica è una pseudo-proposizione: è metafisica anche questa. Il principio di verificazione cerca di descrivere l’ambito di senso della ricerca scientifica, ma non appartiene al dominio della scienza. Oppure è una semplice tautologia e allora non si può porre come principio cardine della ricerca scientifica una tautologia. Il neopositivismo ha quindi cercato di distruggere la metafisica con la metafisica. Inoltre anche la scienza da sempre è costituita assiomi e postulati per cui non è valido il principio di verificazione. Per Popper esiste da sempre una relazione tra idee infalsificabili e idee controllabili. Pensiamo all’atomismo di Democrito e a quello di Lucrezio. Le questioni metafisiche di oggi potrebbero diventare i problemi scientifici del futuro. In fondo cosa sarebbe uno scienziato senza metafisica? Sarebbe una mente senza ipotesi. Nessun nichilista riuscirà mai a distruggere la metafisica.
Oggi bisogna produrre, bisogna fare. Chi si ferma, è perduto. Bisogna fare. Moravia ne “La romana” fa dire alla protagonista: “Nella vita sei ciò che fai”. C’è oggi un’equivalenza tra fare ed essere. C’è un’identità totale. Naturalmente chi non fa, non è. Non a caso usano dire: “non sei nessuno”. E quando non sei nessuno? Quando non fai o il tuo fare non è riconosciuto socialmente, professionalmente o culturalmente. Bisogna produrre e fare cose che gli altri ritengono utili. Poesia deriva da poiein che significa fare, creare. Ma questa antica concezione della poesia oggi si è perduta definitivamente. La poesia oggi è considerata un’attività improduttiva e inutile. Cos’è utile e cos’è necessario? Questo è relativo all’epoca e alla società. Cose che un tempo erano ritenute inutili o necessarie oggi non lo sono e viceversa, anche se la natura umana non cambia e i bisogni primari di Maslow sono astorici. Ma i bisogni che non sono primari? Ad esempio per Marx il capitalismo crea bisogni inutili o falsi bisogni. È chiaro quindi che bisogna fare ciò che dicono gli altri, la comunità di appartenenza, la società. Se fai, poi puoi avere delle cose, essere soddisfatto e apparire. Alcuni bisogni e il fare stesso hanno una grande valenza sociale. Ecco così che quello che fai acquista importanza solo se sei retribuito. La tua passione deve diventare lavoro pagato, altrimenti sei un perditempo fallito, indipendentemente dalla qualità, dalla cultura, dall’intelligenza. Insomma bisogna riuscire, realizzarsi nei binari consentiti dalla società. Chi deraglia è out. Eppure il pensiero di chi è fuori, ovvero dei cosiddetti folli, disadattati, emarginati, perdenti talvolta è manifestazione della verità umana. Come insegnava Erasmo da Rotterdam la pazzia può essere rivelatrice di verità. Si pensi a Dino Campana, a Lovecraft, a tutti gli scrittori e i poeti visionari. Anche chi è emarginato o si trova in difficoltà può fornire verità. Si pensi a Dante esiliato, a Cervantes che scriveva in carcere, a Dostoevskij condannato a morte, al “caso Silone” (“cristiano senza Chiesa e socialista senza partito”), a D.H.Lawrence errante nel mondo, ad Alda Merini in manicomio, a Pavese e Carlo Levi al confino, a Solženicyn nel gulag, a Primo Levi nel lager, a Bianciardi e alla sua vita agra a Milano, a Bukowski spesso indigente, a Pound trattato in modo disumano a Coltano, a Valentino Zeichen che viveva in una baracca, etc etc. Quest’epoca comunque è ancora oggi intrisa di positivismo. Conta il fatto in sé e i fatti vengono interpretati sempre secondo la logica capitalistica, efficientista, pragmatista, utilitarista. Altre interpretazioni non vengono ammesse: sono solo le scuse, le giustificazioni dei perdenti, degli inutili, dei falliti. Scordatevi Nietzsche che nei Frammenti postumi scriveva che non esistono fatti ma solo interpretazioni. L’interpretazione in questo caso è univoca, ovvero quella della logica occidentale postmoderna: quella del capitalismo, del consumismo, della civiltà dell’immagine. Bisogna seguire le direttive. Bisogna avere un ruolo, almeno uno tra tutti i ruoli permessi e ammessi dalla società. Per avere un ruolo bisogna fare. Per fare bisogna saper fare, cioè maturare esperienza e acquisire competenze. Come si usa dire: “chi sa, fa”. Chi non fa, allora di conseguenza non sa niente o sa cose inutili. Quindi sapere=fare e fare=essere. Non c’è più spazio per Belacqua oggi. Oggi tutti devono dimostrarsi ed essere “valenti”. Belacqua era un liutaio fiorentino noto per la sua pigrizia. Lo troviamo nel quarto canto del Purgatorio rannicchiato a capo chino con le braccia intorno ai ginocchi. Belacqua è una figura dantesca secondaria, marginale. Ci ricordiamo infatti di Virgilio, di Cerbero, di Paolo e Francesca, di Ciacco, di Brunetto Latini, del suicida Pier della Vigna, del conte Ugolino che mangiò i figli, del fatto che Dante mise Maometto all’inferno, di Virgilio, di Beatrice appunto, di Cacciaguida, dell’invettiva di Sordello, di Maria Pia de’ Tolomei, di Piccarda Donati. A ogni modo Belacqua è distante da Dio, così come oggi gli inetti sono distanti dal resto della società. Oggi ci sono tre tipi di inetti: coloro che vivono di rendita, i disoccupati e i barboni. Il rispetto che le persone danno agli inetti è quindi correlato significativamente con la loro disponibilità di denaro e con l’essere integrati o meno nella società. Anche Beckett riprende il Belacqua dantesco ma anche Aristotele secondo cui la saggezza dell’anima si trova seduti a non fare niente. Nei suoi racconti lo studente Belacqua erra per la città totalmente inetto, evitando il prossimo. Ma in fondo anche tanti protagonisti dei grandi romanzi del Novecento sono inetti, non sanno ciò che vogliono e sono dei Belacqua moderni, contemporanei. Per gli antichi latini l’otium era la prima cosa e negotium era la negazione anche etimologicamente di otium. Bertrand Russell scrisse “L’arte dell’ozio”. Questa sua opera divenne una lettura privilegiata dei sessantottini. Comunque chi non fa niente si imbatte nei suoi pensieri e spesso i pensieri non sono positivi. Se non fai niente poi subentra inesorabilmente la noia, uno dei principali mali di noi occidentali secondo Baudelaire. E allora oggi? Bisogna fare. E chi fa e sbaglia? E chi fa male? E chi fa del male? Ecco allora la figura del fallito. Secondo l’etimologia fallire significa ingannarsi, sbagliare. Chi fallisce è quindi sia uno che si è sbagliato, ma che si è anche ingannato. Un imprenditore fallito è uno che quindi si è ingannato perché pensava di poter produrre ricchezza e creare posti di lavoro. Così si sono ingannati gli artisti falliti, i chirurghi che hanno sbagliato operazioni, etc etc. Sembra quindi, anche se il mondo non è più Wasp, che il calvinismo e il suo legame con il capitalismo, descritto da Max Weber, sia oggi onnipervasivo: chi riesce a fare, è un eletto, è in grazia di Dio, è un predestinato. Chi fallisce per scelta, per sfortuna, per colpa propria, per incapacità è un dannato. Così stanno le cose.
E Quindi nella vita sei ciò che fai? Nella vita bisognerebbe invece fare ciò che si è ma anche ciò che si crede di essere: questa sarebbe la vera autorealizzazione della persona. Ma sorge un problema. Per Nietzsche si deve diventare ciò che si è. Ma talvolta per raggiungere questo obiettivo si deve pagare un caro prezzo. E poi si vuole veramente diventare ciò che si è? E cosa siamo veramente? I grandi romanzi del Novecento, i crepuscolari, gli esistenzialisti, i vitalisti disperati, gli irrazionalisti ci insegnano che siamo indeterminati e inetti, che la nostra volontà è malata, sia perché siamo aperti a troppe possibilità e finiamo come l’asino di Buridano, sia perché non sappiamo veramente chi siamo, né ciò che vogliamo. Le versioni sono contrastanti. In realtà Buridano non ha mai formulato questo paradosso ma altri che volevano farsi beffe della sua filosofia. Secondo alcuni l’asino non sa cosa scegliere tra due mucchi di fieno con accanto a entrambi un secchio d’acqua. Secondo altri l’asino non saprebbe cosa scegliere tra due mucchi d’avena. Secondo altri ancora l’asino, affamato ed assetato, non saprebbe cosa scegliere tra un mucchio d’avena e un secchio d’acqua. In ogni caso l’animale muore perché non sa scegliere, volendo dire quindi che il libero arbitrio non esiste. E se invece il libero arbitrio non esistesse non per il motivo che non sappiamo scegliere ma perché non c’è possibilità di scelta? Non dico che tutto è relativo ma molte cose sulla faccia della Terra sono opinabili. A ogni modo è sempre difficile disquisire sulle scelte di vita nostre ed altrui. Secondo alcuni ci troviamo spesso a un bivio. Secondo alcuni ognuno sente il peso delle sue scelte: tutto ciò deriva dalla responsabilità e dalla coscienziosità. Secondo altri bisogna considerare anche le circostanze esterne. Ma poi sono davvero scelte? Oppure sono solo scelte apparenti? Esiste veramente la libertà di scelta? Una scelta dettata dall’impulso è veramente una scelta libera? Siamo davvero esseri razionali? Insomma libertà o destino? Siamo determinati? Determinismo o libertà? Forse la scelta più autentica è quella di non scegliere come l’asino di Buridano. La scelta vera sarebbe la non scelta. Come scrisse Adorno la scelta è tra crepare o crepare. Questi sono mali antichi sia dell’animo che del mondo che ci portiamo dentro e coviamo da secoli in Occidente.









