Conversazione con Carlo Frapiccini, autore di “Sul sentiero del gatto. Il delitto della Maggiolina”

Un duplice omicidio in una villetta della Maggiolina, un uomo che scopre troppo tardi di aver costruito tutta la propria vita attorno a un’assenza, un gatto che compare nel momento sbagliato e rompe una normalità solo apparente.

“Sul sentiero del gatto. Il delitto della Maggiolina” (Fox and Sparrow Edizioni), il romanzo d’esordio di Carlo Frapiccini, prende avvio da un fatto di cronaca, ma si allontana presto dai meccanismi più classici del giallo per concentrarsi sulle crepe interiori dei suoi personaggi. Franco Imelio, protagonista del romanzo, è un uomo che vive di abitudini, di giornate sempre uguali, di gesti ripetuti quasi in modo automatico. Lavora, corre, torna a casa, evita di lasciarsi coinvolgere troppo dagli altri. La scoperta del delitto dei coniugi Ganzer, però, manda in frantumi questo equilibrio già fragile e lo costringe a confrontarsi con un dolore che aveva cercato di tenere nascosto.

Nel romanzo di Frapiccini il mistero resta importante, ma non è mai l’unico centro della narrazione. Il lettore si trova davanti a una storia che parla di ossessione, di relazioni clandestine, di occasioni perdute, di persone incapaci di prendere una decisione nel momento giusto. I personaggi si muovono dentro una Milano malinconica, attraversata da pioggia, silenzi, bar di quartiere e strade vuote, dove il senso di isolamento sembra amplificare tutto.

Copertina del libro di Carlo Frapiccini, sul sentiero del gatto, Fox And Sparrow Edizioni

Anche la costruzione dei personaggi contribuisce a rendere il romanzo diverso da molti altri gialli contemporanei. Nessuno è completamente innocente, nessuno appare del tutto trasparente. Laura Caneva, il Commissario che segue il caso, è una figura forte e disturbante, difficile da inquadrare, mentre Franco vive continuamente sospeso tra il desiderio di capire e quello di lasciarsi travolgere dai ricordi.

Abbiamo rivolto a Carlo Frapiccini alcune domande sul suo esordio narrativo, sul rapporto con Milano, sulla nascita dei personaggi e sulla volontà di raccontare non soltanto un delitto, ma tutto ciò che resta dopo.

Nel romanzo ha scelto di raccontare la storia in prima persona attraverso lo sguardo di Franco Imelio. Cosa le ha permesso di fare questa scelta narrativa e perché ha sentito che fosse la voce giusta per accompagnare il lettore?

La prima persona mi ha permesso di restare costantemente dentro Franco, senza filtri e senza mediazioni. Volevo che il lettore vivesse la storia dall’interno, condividendo non solo ciò che accade, ma soprattutto ciò che Franco pensa, evita, rimuove. Questa scelta narrativa mi ha dato la possibilità di lavorare sul non detto, sulle esitazioni, sui silenzi, che sono poi il vero cuore del romanzo. Ho sentito fin da subito che quella era la voce giusta, perché Franco non è un personaggio che agisce molto: esiste soprattutto attraverso lo sguardo, la memoria, l’attesa. Raccontare la storia in altro modo avrebbe significato allontanarsi dalla sua fragilità.

Franco è un personaggio che osserva molto, ma agisce poco. Vive spesso nei ricordi, nelle attese, nei rimpianti. Quanto è stato importante lavorare su questa sua dimensione interiore?

È stato centrale. Franco è un uomo che ha imparato a rimandare, a sospendere le scelte, a costruire una vita apparentemente ordinata per non dover affrontare ciò che lo spaventa davvero. La sua interiorità è il vero campo di battaglia del romanzo. Per me era importante raccontare un personaggio che non reagisce in modo spettacolare agli eventi, ma che viene lentamente eroso da ciò che accade. Le sue azioni sono minime, ma il suo mondo interiore è in costante movimento, e credo che proprio questa discrepanza renda la sua storia più vicina alla realtà.

“Sul sentiero del gatto” è un titolo molto evocativo. Che significato ha, per lei, la figura del gatto Ernesto all’interno del romanzo? È solo un elemento narrativo o rappresenta qualcosa di più?

Il gatto Ernesto non è solo un elemento narrativo, ma una presenza simbolica. È qualcosa che appare senza chiedere permesso, che rompe una normalità fragile e mette in crisi un equilibrio già precario. Il gatto si muove su un sentiero tutto suo, autonomo, indifferente alle regole umane, e in questo senso rappresenta anche ciò che Franco non riesce a controllare. Il titolo nasce proprio da questa idea: esistono percorsi che non scegliamo consapevolmente, ma che finiamo comunque per attraversare. E poi, volevo un’immagine un po’ cinematografica per iniziare il mistero. Da amante dei felini, la scelta è stata facile.

Il tempo ha un ruolo molto importante nella storia: il presente dell’indagine si intreccia continuamente con il passato, con i ricordi, con ciò che Franco non riesce a lasciarsi alle spalle. Quanto ha lavorato su questa alternanza temporale?

Ho lavorato molto su questa alternanza perché volevo che il passato non fosse semplicemente un ricordo, ma una presenza viva, quasi ingombrante. Per Franco il tempo non è lineare: il passato torna continuamente a interferire con il presente, rendendo impossibile una vera separazione tra ciò che è stato e ciò che è. Questo movimento temporale riflette il suo stato emotivo: non riuscire a lasciarsi alle spalle certe scelte significa restare bloccati in una zona grigia, dove ogni evento attuale riattiva vecchie ferite. Per qualche lettore, forse, non è stato semplice con i capitoli cadenzati dalle date, con il continuo alternarsi di passato e presente, ma per me era uno strumento narrativo fondamentale per veicolare l’importanza di quanto già accaduto prima.

Nel romanzo compaiono molti luoghi chiusi: case, bar, uffici, commissariati, automobili. Sono ambienti che sembrano quasi riflettere lo stato d’animo dei personaggi. È stata una scelta voluta?

Sì, assolutamente. I luoghi chiusi sono una proiezione diretta dello stato d’animo dei personaggi. Volevo ambienti che dessero una sensazione di compressione, di immobilità, di ripetizione. Questi spazi non offrono mai una vera via di fuga: sono luoghi in cui si torna sempre, che finiscono per diventare gabbie emotive. In questo senso la città stessa diventa uno spazio mentale, oltre che geografico. L’unico spazio davvero aperto, è quello del quartiere in cui il protagonista vive.

Il suo romanzo ha una forte componente malinconica e in molti passaggi sembra quasi più interessato alle ferite emotive che all’indagine. Ha sempre pensato il libro in questo modo oppure l’aspetto psicologico è emerso durante la scrittura?

È sempre stato così. Fin dall’inizio sapevo che il centro del romanzo non sarebbe stato il delitto in sé, ma ciò che quel delitto avrebbe smosso nelle vite dei personaggi. L’indagine è importante, ma è soprattutto un detonatore emotivo. La malinconia non è un effetto collaterale: è il tono naturale di una storia che parla di occasioni mancate, di decisioni mai prese, di amori che amori non sono, ma che lasciano dietro di loro delle scorie per molto tempo.

Milano viene raccontata in una maniera molto diversa da quella a cui la narrativa contemporanea ci ha abituati. Non è una città glamour, ma un luogo attraversato da stanchezza, lavoro, silenzi e solitudini. Quanto c’è della sua esperienza personale in questa rappresentazione?

C’è molto, anche se non in senso autobiografico diretto. Milano è la città in cui ho osservato più da vicino certi meccanismi di solitudine, di stanchezza, di isolamento emotivo. È una città che chiede moltissimo e che spesso lascia poco spazio per fermarsi a guardare davvero chi si è e cosa si desidera.

Ho cercato di restituire una Milano meno spettacolare, più opaca, fatta di silenzi e di abitudini, perché è quella che mi sembra più vera, oltre che più attinente al mio vissuto. Non cerco più la festa nel posto esclusivo, mi emoziona molto di più mangiare nei (pochi) posti “sinceri” rimasti in città, in compagnia delle persone a cui voglio bene. Un po’ come fanno Franco e Roberto, nel capitolo del panino in zona Isola.

Nel libro ogni personaggio sembra nascondere qualcosa e nessuno appare completamente innocente o completamente colpevole. È una visione che sente vicina anche nella realtà?

Sì, credo che sia una visione molto vicina alla realtà. Le persone sono quasi sempre il risultato di compromessi, paure, rimandi, e raramente possono essere ridotte a categorie nette. Mi interessava raccontare personaggi che si muovono in una zona grigia, in cui le responsabilità non sono mai del tutto evidenti, nemmeno a chi le porta sulle spalle.

I dialoghi del Sentiero del gatto hanno spesso un tono molto naturale e credibile, soprattutto nelle scene tra Franco e Caneva. Come lavora su questo aspetto durante la scrittura?

Lavoro molto per sottrazione. Cerco di eliminare tutto ciò che suona spiegato o artificiale, ascoltando il ritmo delle frasi, le pause, le esitazioni. Un dialogo credibile, per me, è fatto tanto di ciò che viene detto quanto di ciò che resta implicito. Tra Franco e Caneva, in particolare, mi interessava costruire una tensione che passasse anche attraverso quello che non viene mai pronunciato apertamente. È quasi naturale comprendere che, pur senza dirselo, i due siano attratti l’uno dall’altro.

Essendo il suo primo romanzo pubblicato, immagino che la fase di revisione sia stata particolarmente importante. Ci sono state parti che ha riscritto molte volte o personaggi che sono cambiati rispetto alle prime versioni?

In realtà no, o perlomeno non nel senso tradizionale del termine. La scrittura del romanzo è stata molto naturale, quasi di getto, e soprattutto sequenziale: ho seguito la storia dall’inizio alla fine senza grandi deviazioni. Non ho mai avuto la sensazione di dover “aggiustare” davvero la struttura o di dover ripensare radicalmente personaggi e snodi narrativi. Ho cercato soltanto di rimuovere il superfluo, di alleggerire dove sentivo che la scrittura diventava ridondante o troppo esplicita. La revisione, più che riscrivere, è stata un esercizio di ascolto: capire cosa serviva davvero alla storia e cosa poteva essere lasciato fuori, affidandomi al ritmo interno del romanzo.

Se dovesse riassumere “Sul sentiero del gatto. Il delitto della Maggiolina” con tre parole o tre immagini, quali sceglierebbe e perché?

Direi silenzio, ferite, attesa. Il silenzio perché è lo spazio in cui si muovono i personaggi. Le ferite perché sono ciò che li definisce più delle azioni. L’attesa perché Franco, in fondo, vive sempre in una condizione di sospensione, aspettando qualcosa che forse arriva troppo tardi, però, alla fine, arriva.