“Alien Song” è il punto di partenza dei JaydeeQ, ma anche una dichiarazione d’intenti chiara: niente costruzioni a tavolino, ma un processo creativo che nasce dall’istinto e si sviluppa attraverso il confronto. Il brano prende forma quasi per caso, durante una pausa in studio, trasformando un momento leggero in un’intuizione destinata a evolversi rapidamente.
L’anima del pezzo resta profondamente legata a quella spontaneità iniziale, ma cresce grazie all’intervento di più mani, che ne amplificano direzioni e suggestioni. In poche ore, tra scrittura e registrazione, “Alien Song” trova la sua dimensione definitiva, mantenendo però intatto quel senso di urgenza e immediatezza che lo rende vivo.
Dal punto di vista sonoro, il singolo si muove tra elementi elettronici e aperture melodiche, costruendo un equilibrio instabile ma affascinante. I JaydeeQ giocano volutamente sui contrasti, alternando tensione e intimità, creando un’atmosfera sospesa che non cerca risposte ma sensazioni.
Anche il contenuto emotivo si discosta da una narrazione lineare: “Alien Song” racconta una forma di resistenza silenziosa, una riluttanza al dover essere sempre performanti. È un invito a rallentare, a sottrarsi alle logiche della produttività a tutti i costi, senza cadere in una visione negativa ma piuttosto recuperando uno spazio più umano e autentico.
Come nasce “Alien Song” nel contesto delle vostre sessioni alla Bucaniera?
Nasce come improvvisazione estemporanea in un momento di pausa dal lavoro di produzione di un altro disco. Eravamo in studio con PiratK a mixare e c’erano un po’ di strumenti collegati, ha cominciato a giocherellare con una 303 ed una drum machine ed io mi sono messo a mia volta a cazzeggiare con un altro synth e così è nata la prima stesura del brano. In un secondo tempo è stata rimaneggiata in post produzione da Piratk stesso e solo dopo alcune settimane proposta e sottoposta a Jacopo e Diego che hanno scritto il testo, aggiunto la voce e rimaneggiato la ritmica nella seconda parte del brano.
Quanto è cambiato il brano dalla prima improvvisazione alla versione finale?
Non ricordo con esattezza a dire il vero. Posso dire però che quando Jacopo ha aggiunto la melodia PiratK credeva che fosse una vecchia idea riciclata e ci è rimasto un po’ male. Ovviamente non era affatto così ma è stata scritta sul momento, in così poco tempo e così di getto che sembrava inverosimile. Nel giro di un’ora Diego e Jacopo hanno scritto il testo e registrato la parte vocale, il brano era finito.
La definizione di “ninna nanna delle streghe” è molto evocativa: come la spiegate?
Perché lo è. Non è detto che le streghe siano cattive e zitelle, anzi! Noi abitiamo in un posto, la Valle Varaita, in cui il confine tra scienza e magia è molto labile. I Sarvanot e le Masche sono ancora argomento di conversazione nonostante la fisica quantistica e l’intelligenza artificiale.
Il contrasto tra tensione e intimità è centrale: è una cifra del vostro progetto?
Sì ci piace approcciare all’arte, alla musica in questo caso, per contrasti, per consonanze e dissonanze, una ninna nanna delle streghe per l’appunto. Tinte fosche che si accompagnano a tinte pastello e che lasciano l’ascoltatore un po’ spiazzato. Stare in bilico tra commedia e tragedia, tra amore ed odio è una sensazione che ci eccita e credo sia il motore che ci porta a scrivere musica. Tutto il disco è imperniato di questi contrasti e che ricordiamo sarà unicamente ascoltabile su vinile, i singoli che usciranno saranno le uniche cose che troverete on line e gratuitamente, ma solo per un po’. La musica può essere gratuita ma non sottopagata, per questo chi vorrà ascoltare il disco dovrà comprarselo.
In che modo la scrittura collettiva ha influenzato il risultato finale?
Se parliamo di Alien Song è stata la cifra peculiare nella scrittura del brano, ma non tutto il disco è stato scritto utilizzando questa tecnica. In altri casi ci siamo lasciati guidare a vicenda da idee o suggestioni personali fino alla fine della composizione, in altri casi ancora abbiamo scritto tutto prima, tutti insieme e poi l’abbiamo suonato solo una volta che eravamo sicuri delle parti di ognuno. In altri casi ancora ci ritroviamo a lavorare direttamente sul computer: ognuno di noi a turno registra o scrive una parte e poi la si assembla a posteriori dopo aver raccolto un po’ di materiale volutamente incoerente, un po’ come nella tecnica dadaista del cadavere squisito.
Cosa racconta, a livello emotivo, questo brano?
Un po’ di scazzo e poca voglia di fare cose. Non in chiave depressiva bensì di riluttanza al dover funzionare per forza. C’è un bellissimo libro di Miguel Benasayag “Funzionare o Esistere” che spiega più in dettaglio questo concetto. Nello specifico le streghe non possono limitarsi ad una accondiscendente ninna nanna ma ci suggeriscono di non fare assolutamente nulla, perché non è necessario. Non è necessario performare o migliorarsi o spostare l’asticella un po’ più in là, si rischia solo di diventare degli antiumanisti come Thiele. Si può essere antisociali con umanità, ad esempio, basta oziare.









