“L’ultimo arcano” di Alessandro Benati è uno di quei libri che non si limitano a raccontare una storia, ma la fanno risuonare. Fin dalle prime pagine si avverte una tensione emotiva che non dipende da colpi di scena o artifici narrativi, bensì dal modo in cui l’autore riesce a far parlare gli spazi vuoti, gli interstizi dell’esistenza. Interessante è il modo in cui Benati gestisce i ricordi: non sono nostalgici né consolatori, ma veri e propri dispositivi narrativi che spingono il protagonista a fare i conti con le proprie zone d’ombra. Il capitolo dedicato all’Arcano dell’Eremita è, in questo senso, uno dei più riusciti: un piccolo trattato sull’isolamento moderno, scritto con una sincerità sorprendente. Il ritmo è volutamente irregolare, alterna parti più dense a passaggi ariosi e meditativi, come se il lettore dovesse imparare a respirare insieme al narratore. E funziona. Anche i personaggi secondari, come Marta, figura discreta eppure decisiva, arricchiscono il romanzo di sfumature morali molto realistiche. Benati possiede un talento raro per i sottotesti: non spiega mai troppo e non forza interpretazioni. Lascia che i significati emergano, lenti, come l’inchiostro che affiora sulla carta bagnata.
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