“Addormentarsi piangendo” con Il Generatore di Tensione. L’intervista

Venerdì 25 giugno è uscito UNA CANZONE PER ADDORMENTARSI PIANGENDO, progetto che racchiude DORMI e CANZONE DI UN PADRE, il nuovo doppio singolo de IL GENERATORE DI TENSIONE, giovane duo bolognese.

Dopo il primo brano Parole sterili (2019), pubblicato da Pressing Line, etichetta storica di Lucio Dalla, la storia musicale de IL GENERATORE DI TENSIONE continua con UNA CANZONE PER ADDORMENTARSI PIANGENDO, mantenendo le melodie tipiche del cantautorato italiano che si fondono con schiette sonorità indie e qualche richiamo all’emo-rap melodico.

Ciao, ci raccontate come è nata l’idea di Una canzone per addormentarsi piangendo? Perché proprio questo titolo?

Una canzone per addormentarsi piangendo nasce dall’esigenza di cantare ciò che ci succede: cambiare città, lasciarsi, diventare grandi. Nei mesi di lockdown la casa è diventata lo spazio delle nostre vite e anche le nostre canzoni sono cresciute in questa dimensione. Da qui la scelta necessaria di essere intimi ed essenziali anche nella produzione e nella struttura delle canzoni. Sono canzoni disilluse e tristi, che cercano di porre domande difficili nel modo più preciso possibile. E certe domande fanno soffrire.

Avete una frase del testo a cui siete particolarmente legati? O qualcuna che vi ha fatto dannare?

“Se fossi qui, saremmo solo due carriere e una nuoia formale”
“non voglio soffrire meno, io voglio soffrire meglio”
“cerco una casa proprio come te”
Queste frasi sono pregne dei discorsi che facciamo, dei pensieri che ci frullano in testa, delle nostre preoccupazioni.

Per chi scrivete la vostra musica?

Scriviamo per le persone con cui condividiamo il nostro viaggio, le persone che amiamo, i nostri amici. Ragazzi che vivono i loro 20 anni complessi. Il nostro pubblico sono tutti quelli con cui potremmo passare una sera a parlare, prenderci in giro, cantare.

Come era la vostra vita liceale? Vi eravate già avvicinati alla musica cantautorale? Chi ascoltavate?

Da quindicenni che suonavano in strada semplicemente con quattro corde vocali e una chitarra: Alex Britti. In quegli anni ascoltavamo anche Willie Peyote, Marco Mengoni, Caparezza, Serena Brancale.

Cosa è cambiato di più nel passaggio da Bologna a Milano? E dal liceo al “diventare grandi”?

Cambiare città significa cambiare le persone con cui viviamo la quotidianità, allontanarsi dagli amici di sempre.
Bologna la conosciamo molto bene, abbiamo i nostri riferimenti, a Milano è tutto da costruire. Sia chiaro, è un’opportunità e la viviamo come tale. Ci siamo spostati per motivi di studio e di lavoro, insomma alcune di quelle cose “da grandi”. Cercare una casa, essere autonomi.