Wilma Montesi, un mistero ancora irrisolto

Wilma Montesi, un mistero ancora irrisolto

Wilma Montesi, un nome, un mistero. A distanza di 80 anni la morte di questa giovane è ancora avvolta da una fitta coltre di nebbia. Molte furono le piste battute dagli inquirenti ma nessuna portò a nulla. Il ritrovamento del suo cada vere suscitò una eco incredibile e vide chiamati in causa Capi della Polizia, Questori e, soprattutto, il figlio dell’allora ministro democristiano Attilio Piccioni e ancora personaggi del cinema e rampolli della  buona società. Il caso Montesi fece letteralmente tremare l’Italia. Ma vediamo chi era questa ragazza ripercorrendo gli ultimi istanti della sua vita, i processi e le testimonianze. Tutto ebbe inizio l’11 aprile del 1953, un sabato,  quando, intorno alle 7,30 del mattino, Fortunato Bettini, un operaio, correndo a piedi nudi lungo la spiaggia di Torvaianica, notò il cadavere. Il corpo della giovane era riverso sulla battigia a faccia in giù. Nessuna ferita evidente, nessun testimone. Wilma, poco più che ventenne, era uscita di casa tra le 17 e le 17,30 di due giorni prima. Si era vestita bene come se dovesse andare ad un appuntamento. Indossava una giacca a quadrotti verdi e gialli abbinata a una gonna gialla a puntini verdi, un paio di scarpe nere ed una mantellina. A corredare il tutto una borsa a secchiello. Il cadavere invece fu ritrovato senza calze e senza scarpe e non vi erano tracce della borsa così come del  reggicalze di raso nero. Il corpo fu portato all’Istituto di Medicina Legale di Roma per l’autopsia. I medici affermarono che probabilmente, la causa del decesso era stata una “sincope dovuta ad un pediluvio”. Pista, questa ben presto sostituita ad altre dai toni hard e sconvolgenti. Ma chi era Wilma? Era una giovane che abitava con la famiglia in via Tagliamento 76 a Roma. Era fidanzata con Angelo Giuliani, agente di polizia in servizio a Potenza, con il quale avrebbe dovuto sposarsi a Natale. La teoria della morte dovuta a cause naturali non resse e gli inquirenti cavalcarono l’ipotesi del “suicidio”, tornando ben presto alla teoria del “pediluvio” supportata dalla testimonianza del padre che affermava che Wilma fosse affetta da un eczema al tallone e che sarebbe andata al mare per fare dei pediluvi. Sul suo corpo non fu trovata traccia di violenze. Anzi, le perizie dei medici legali stabilirono che la ragazza era vergine. Ad infittire il mistero il fatto che le parti intime fossero piene all’interno, di sabbia, come ad indicare una violenza, o un gioco macabro. Nei suoi polmoni fu trovata acqua mista a sabbia riconducibile alla spiaggia di Capocotta. I dati in mano agli inquirenti erano contrastanti. Una testimone disse di aver visto Wilma sul trenino che porta ad Ostia. Ma anche in questo caso qualcosa non quadrava. Il trenino partiva alle 17 e 30, Wilma era uscita di casa alle 17. Non sarebbe mai riuscita ad attraversare la città, salire sul mezzo e arrivare su quella spiaggia, vicina a Torvaianica, poco prima del tramonto. Forse ad attenderla a Ostia un amico con la macchina. La distanza tra Ostia e il punto del ritrovamento del corpo fu però giustificato con una complessa combinazione di correnti marine. Le indagini proseguirono a ritmo serrato e ben presto s’indirizzarono verso una pista scottante coinvolgendo alcuni rampolli della Roma bene, tra cui Piero Piccioni, figlio di un ministro, Ugo Montagna, titolato proprietario terriero e un certo Polito. Sembrerebbe che i giovani avessero organizzato un festino a luci rosse e che la giovane Wilma fosse con loro. Durante quel festino dopo un cocktail a base di droga e alcool, la ragazza si sarebbe sentita male. Andiamo per gradi. Ad infittire il mistero e a mettere persino  in crisi il governo e a far dimettere addirittura un politico la testimonianza di Anna Maria Cagliuo, figlia di un notaio di Milano e amante di Ugo Montagna. La giovane affermava di sapere tutto su Wilma, la ragazza che, secondo lei, aveva preso il suo posto al fianco di Montagna. Ma come faceva Wilma e ad essere contemporaneamente vergine e dissoluta? I processi iniziarono e a finire sul banco degli imputati il 20 giugno 1955 furono Piccioni, Montagna e Polito. I tre furono rinviati a giudizio dal giudice Sepe alla Corte di Assise. Il Montagna disse di non aver mai conosciuto la Montesi, mentre Polito confermò la tesi dell’incidente in mare. L’attrice Alida Valli scagionò Piccioni affermando che quel giorno il giovane era a Ischia con il mal di gola. Poco dopo la mezzanotte del 28 maggio il tribunale riconobbe gli imputati innocenti e li assolse con formula piena. Il caso Montesi era più che mai ingarbugliato. Facciamo un passo indietro. Il 6 ottobre 1953, sul periodico Attualità, il giornalista e direttore Silvano Muto pubblicò La verità sul caso Montesi. Muto aveva portato avanti un’indagine basandosi sul racconto di un’attrice ventitreenne, Adriana Concetta Bisaccia che gli aveva raccontato di aver partecipato con Wilma ad un’orgia a Castelporziano. Lì avevano incontrato personaggi famosi e figli di politici. A quanto raccontato della Bisaccia, la Montesi avrebbe assunto un cocktail a base di droga e alcool sentendosi male. La ragazza sarebbe stata portata da alcuni partecipanti al festino sulla spiaggia, e lì abbandonata. Tra i nomi riportati nell’articolo, spiccavano quello Piero Piccioni e quello del marchese Ugo Montagna, proprietario della tenuta di Capocotta. A partire da quel momento  il delitto Montesi  ha cambiato volto e da semplice fatto di cronaca si è trasformato  in caso politico nazionale. Muto fu perseguito dal procuratore capo di Roma, Angelo Sigurani, per aver diffuso “notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, e la notizia rimbalzò su tutti i giornali. Querelato anche da Montagna, Muto inizialmente ritrattò in parte le sue tesi ma, in un secondo momento, rinnegò la ritrattazione. Anche la Bisaccia, smentì le dichiarazioni e il testo di Muto. Dopo la testimonianza della Bisaccia una seconda ragazza, Maria Augusta Moneta Caglio Bessier d’Istria, rilasciò un’altra deposizione compromettente. La giovane era a Roma nella speranza di entrare a far parte del mondo del cinema. Aveva conosciuto e ne era diventata l’amante il Montagna, marchese di san Bartolomeo e personaggio attorno a cui ruotava il mondo dei VIP romani. La ragazza incontrò il procuratore Sigurani due volte al quale disse che la Montesi era diventata la nuova amante di Montagna, e di sapere come erano andate le cose. Spaventata dalla piega che la faccenda stava prendendo la ragazza tornò a Milano e si rivolse allo zio, parroco di Lomazzo, per chiedere come comportarsi. Il sacerdote mandò la giovane da padre Alessandro Dall’Oglio, a cui consegnò un memoriale in cui confermava la responsabilità di Piccioni e Montagna. Tramite l’opera di Dall’Oglio, il documento arrivò ad Amintore Fanfani, allora Ministro degli Interni, e contribuì a far sospendere il processo al giornalista Silvano Muto. Dopo la diffusione del memoriale, la Caglio fu interrogata, per ben due volte, da Umberto Pompei, colonnello dei carabinieri. Tra i nomi riportati nel memoriale anche quello del capo della polizia Tommaso Pavone. Il 2 febbraio 1954 L’Avanti pubblicò una nota secondo cui il nome di Piccioni, il cui padre era stato confermato al ministero degli Esteri, sarebbe stato fatto da Giorgio Tupini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e figlio di Umberto Tupini. Pompei che nel frattempo aveva indagato sui personaggi coinvolti, il 10 marzo scrisse in un rapporto che Montagna era stato un agente dell’OVRA e un informatore dei nazisti. Lo stesso giorno, durante un’udienza in aula i parlamentari comunisti protestarono urlando “Pavone, Pavone” a fronte delle richieste di fiducia nelle istituzioni avanzate da Scelba. Il giorno dopo Pavone e il governo affidarono al ministro Raffaele De Caro un’indagine sull’operato della polizia nella vicenda. A oggi, ancora nessuno è riuscito a far luce sulla morte di Wilma. Il delitto Montesi entra quindi a pieno titolo tra quelli che sono i fatti di cronaca più misteriosi dove potere, sesso e droga si sono amalgamati e uniti in modo scandaloso.

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