Prove di shoà – parte seconda

Prove di shoà – parte seconda

Profondamente sconvolti dagli accadimenti, gli ebrei si volsero alla Terrasanta. Già presenti in Siria e Palestina dai tempi della repressione giustinianea, si spostarono a Gerusalemme, Nazareth e altri luoghi evangelici prima che sopraggiungessero i crociati, facendo capo al Sinedrio costituitosi nella prima città fin dal sec. X. In virtù degli ottimi rapporti con le comunità musulmane – artefici del loro insediamento nei territori mediorientali e forte della pacifica convivenza nella Spagna del sec. VIII – stabilirono una crescente amicizia che presto evolse in collaborazione e alleanza contro i comuni nemici. Difatti, l’imminente arrivo dei soldati cristiani e delle turbe pellegrine non venne atteso con inquietudine, bensì in ottica messianica, giacché lo scontro armato poteva mutarsi in occasione di rivincita e liberazione dal giogo di chi combatteva per un ideale religioso che li aveva costantemente schiacciati. Da parte loro, gli eserciti europei e le soldatesche indisciplinate si diressero a Gerusalemme senza operare troppe distinzioni sull’etnia di quanti avrebbero opposto resistenza: anche gli ebrei vestivano alla foggia araba e parlavano la lingua del Corano.

 

La coalizione tra giudei e musulmani si fece concreta nelle battaglie sotto le mura di Giaffa e di Cesarea e ancor di più durante l’assedio di Gerusalemme del 15 luglio 1099. La presa della Città Santa si risolse senz’altro in una carneficina di abitanti e difensori, ma fece anche comprendere ai crociati che la tecnica dell’eccidio rischiava alla lunga di divenire controproducente, convincendoli ad adottare una politica di maggior distensione verso i musulmani, cui fu concesso di rientrare in città e occuparsi dei propri affari. Al di là tuttavia di formali relazioni improntate alla reciproca correttezza, sopiva un malcelato fine di isolamento antisemita. A nessuna etnia i crociati imposero il battesimo ma, sulla scorta delle leggi di Giustiniano, rispolverarono norme restrittive e impedirono agli ebrei di risiedere a Gerusalemme. Allorché poi le autorità cristiane si resero conto dell’utilità giudaica in ambito economico furono costrette a caducare tali divieti e favorire una più libera partecipazione alla vita sociale.

 

La risposta israelita non fu in sintonia con simili scelte politiche: convinte di non poter soggiornare in un paese sottoposto alla medesima dominazione da cui si erano dovute difendere in Europa, le comunità israelitiche fecero ritorno nella Siria musulmana o emigrarono in Egitto e in Mesopotamia, come riferiscono i diari di viaggio di Beniamino de Tudela il quale, verso la fine del sec. XII, attesta uno stanziamento giudeo in Terrasanta non superiore  alle 1300 unità, dedite all’umile occupazione di tintori. Fu solo con la riconquista dei secc. XII-XIII e la cacciata dei crociati che un folto numero di giudei tornò in Israele. Precedute da quanti si erano stabiliti sulle coste di Acri e Tiro, alcune centinaia di giudei si trasferirono nella regione gerosolimitana, governata dai mamelucchi egiziani.

 

Non si trattò, come detto, di un rimpatrio di massa, attesa la non florida situazione economica di quella terra che consigliò ai gruppi viventi in altre regioni mediorientali e nella penisola iberica di attendere tempi più propizi. Soltanto a seguito dell’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 e della caduta della dominazione ottomana – favorevole agli israeliti – in Siria e Palestina negli anni 1516-1517 che si rese necessario un nuovo esodo verso la Terra Promessa.

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