Lettera di un poliziotto alla rivista Poliziamoderna

Lettera di un poliziotto alla rivista Poliziamoderna

Lettera di un poliziotto alla rivista Poliziamoderna –

Gent.mo Direttore,

sono un vostro abbonato da diversi anni.

Un tempo esisteva la rubrica di “Lettere al direttore” dove pubblicavate quesiti e richieste di noi lettori.

In realtà oggi non pretendo che questo che ho scritto sia pubblicato, ma mi piaceva poter esprimere in prossimità della festa del nostro Santo Patrono una mia riflessione spirituale da poliziotto di strada che penso sia comune a molti colleghi che portano questa divisa. Perciò non è importante firmarla con il mio nome e cognome.

Cordialmente

 

 

Io sono un poliziotto e sono un cristiano. Diciamo cristiano come la maggior parte delle persone che conosco. Uno che a Messa ci va alle feste comandate, ai matrimoni ed ai funerali. E che di solito prega solo in caso di bisogno. Uno che fa mille promesse a nostro Signore quando su un intervento si accorge che qualcuno ha una lama oppure che si è in due, in uniforme, e davanti ce ne sono dieci volte tanti. E tutti nervosi. Uno che poi, quelle promesse, non le mantiene quasi mai, sperando che Dio non ci badi troppo.

Sono anche uno che, nonostante i problemi di tutti con la crisi, si ritiene comunque fortunato. Perche a me il mio mestiere piace molto. Perche è uno di quei lavori dove le cose non te le raccontano ma le vivi. Tutti hanno sotto gli occhi il mondo. Ma io credo che noi poliziotti abbiamo qualcosa in più. Abbiamo l’odore di quello che accade. Il caldo o il freddo mentre accade. Abbiamo la nostra pelle che tocca ed è toccata dalla violenza o dalla disperazione.

Non sapevo bene che nome dare a tutto questo. Poi ho sentito Papa Francesco parlare dei problemi della sicurezza. Stavano andando le immagini di Rio de Janeiro con la macchina del Papa presa d’assalto dalla gente. Poi fanno sentire lui, il Papa intendo, che mentre sorride se ne esce con una frase:  “la sicurezza è fidarsi di un popolo… io preferisco la vicinanza… una pazzia che fa bene a tutti”.

A me questa cosa mi ha fatto brillare gli occhi. Cioè mi sono proprio commosso. Che se i colleghi e ne accorgevano non avrei saputo cosa dire.

Però ho scoperto cosa amo di quello che faccio ogni giorno con questa divisa che porto addosso. Amo la pazzia della vicinanza. Della vicinanza alle persone prima di tutto. Che non è sempre facile. Anzi. E che poi quella più difficile non è quando ti vogliono fare male. Ma quando ti trovi quelli a cui il male l’hanno fatto. Sono le ragazzine di altri paesi a cui hanno portato via la loro terra e la loro dignità. Sono i vecchi senza soldi fermati al supermercato perche si sono dimenticati di pagare una scatoletta di tonno. Sono i bambini nelle case che puzzano di alcool e botte. Ecco quello che noi incontriamo nel nostro lavoro. L’umanità non come idea ma come persone. Singole. Uniche. Difettose. Non belle. Ma disperatamente vere.

Io sono uno che sta da vent’anni in polizia. Tanto tempo sulla strada. Come celerino o come uomo delle volanti. Ogni tanto a prendere le denunce dietro ad una scrivania. Ogni tanto a fare le pratiche. Insomma, uno come tanti, un poliziotto.

Che a volte si lagna dei turni e dei superiori. Che a volte ha davvero avuto paura e che sapendo di non poter scappare ha reagito usando tutta la forza che aveva. Che ogni tanto si domanda chi glielo fa fare di girare la notte senza sapere cosa accadrà ma che tutte le volte si risponde che ci sarà qualcuno che ha davvero bisogno.

E oggi di gente che ha bisogno ne trovi sempre di più. E così anche tra noi colleghi.

Allora oggi, che è San Michele, mi sono tornate alla mente quelle parole. Quella frase che ogni tanto mi ripeto per cercare di capirne tutto il senso.

“La sicurezza è fidarsi di un popolo”. Mi piacerebbe poterlo dire a quelli che attaccano il cantiere della TAV dove dentro ho lavorato, mangiato e giocato a carte con operai e camionisti. E che quando arrivano le molotov ti guardano e ti chiedono perche.

A quelli che la domenica vengono allo stadio sognando di trovare uno di noi da solo per saltargli addosso.

A quelli che per non fallire una rapina sono pronti a sparare a chiunque.

Ecco. Se uno pensa che quello sia il popolo, la gente, si frega. Ed il popolo, la gente, dovrebbe sempre farlo capire che chi fa certe cose non gli appartiene.

E se c’è un modo per migliorare le cose. Giusto un poco. Almeno per toglierci un poco di quella paura che prende tutti ogni giorno di più. Ecco. Io credo, si io credo che dovremmo tutti, proprio tutti, provare quella “pazzia della vicinanza”.

Tutte le sere, quando torno a casa, mio figlio mi chiede quanti cattivi ho preso. E tutte le sere gli dico che ho catturato qualcuno. Certe volte imbroglio e gli racconto l’arresto di un collega.

Stasera, invece, quando tornerò e mi farà la solita domanda risponderò così:

“Nessuno, figlio mio. Ma sai, c’era una manifestazione di protesta e ad un certo punto qualcuno stava per lanciarci sassi e bottiglie. Ma la gente intorno li ha visti e li ha lasciati soli. E loro, quelli che volevano colpirci, sono andati via.”

Perche un papà può rinunciare ad essere un eroe per suo figlio, solo se avrà la speranza che così, suo figlio, potrà appartenere ad un popolo che è artefice della sicurezza di ognuno.

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