La via della seta

La via della seta

Chi, almeno una volta nella vita, non ha mai sentito parlare della Via della Seta, che consentì, dal sec. II d.C., il sistematico commercio di manifatture orientali in Europa? Voglio narrarvi una leggenda cinese.

 

Racconta Confucio che, intorno al 2640 a.C., Xi Ling Shi, consorte dell’imperatore Huangdi, mentre passeggiava nel parco di corte, si fermò a osservare un bruco che, alla carezzevole pressione di un polpastrello, emise un sottilissimo filamento. L’imperatrice ne raccolse il capo e l’avvolse intorno al dito, avvertendo una sensazione di gradevole tepore, man mano che si andava formando un piccolo gomitolo.

 

La notizia si sparse fuori del Palazzo e divenne di pubblico dominio. I cinesi custodirono il segreto ma intorno all’anno 400 a.C., allorché una principessa fu presa in moglie da un principe del Turkestan l’arte della seteria valicò i confini della Cina. La giovane infatti aveva nascosto tra le pieghe della sua acconciatura nuziale alcune uova dei bachi e qualche seme di gelso, recandoli in dono al marito. Scoperto il procedimento, in Corea, India e Giappone quest’arte tessile trovò fertili bacini di sviluppo.

 

Un’altra leggenda tramanda poi che la produzione di sete a Roma iniziò al tempo di Giustiniano, il quale avrebbe incaricato i monaci cristiani itineranti di recare a Costantinopoli le uova dei bachi nascondendole nei bastoni da viaggio. Già al tempo di Marco Polo però, l’importanza tessile della Via della Seta era diventata limitata, visto che la sericultura si era ampiamente diffusa in moltissime nazioni europee. Le vie carovaniere si trasformarono così in formidabili veicoli di interscambio culturale, attraverso cui le tradizioni, le idee filosofiche e religiose trovarono novelle zone di diffusione.

 

Ma quando e perché è iniziata la storia di quella che viene definita la Via della Seta? La definizione fu coniata nel 1877 dal geografo e geofisico Ferdinand von Richthofen: uno studioso che aveva preso parte a importanti spedizioni scientifiche, toccando le propaggini estreme dell’Asia e sperimentando tutte le difficoltà e i disagi del viaggiare in quelle lontane terre. In verità, ai suoi tempi, il vocabolo seidenstrasse risultava alquanto inappropriato, giacché le antiche vie carovaniere erano state sostituite da percorsi moderni e rinnovati mezzi di spostamento e le poche rimaste venivano frequentate da bande di efferati predoni.

 

Dunque, cosa voleva definire il von Richthofen? Limitarsi a narrare un aspetto fondamentale della storia orientale o lanciare un messaggio ai suoi contemporanei? Il von Richthofen, oltre che attento erudito, era un profondo storico che seminò idee “rivoluzionarie” durante gli anni in cui ricoprì incarichi accademici. Era affascinato dalla capacità degli antichi di affrontare estenuanti tragitti tra i ghiacciai del Karakorum, l’altopiano del Pamir, i deserti, le ciclopiche catene montuose dell’Himalaya, al fine di far conoscere nella sua reale valenza di arte e cultura un mondo orientale da sempre immaginato dalla mera ottica del fantastico e del misterioso. Lo studioso discusse dei sacrifici di tanti mercanti che si spostavano tra i regni allora più sconosciuti dell’Asia centrale per raggiungere i porti ellenistici di Antiochia e Alessandria, dopo una breve sosta nei centri di raccolta di Damasco e Samarcanda. Al termine di viaggi di oltre 8.000 chilometri, il mondo orientale si faceva finalmente abbracciare dalla cultura greco-romana e le offriva le sue conoscenze matematiche, astronomiche, religiose, accettando in cambio i principi e le metodologie del mondo classico. Visse in un periodo travagliato della storia europea, allorché la politica non rifletteva le autentiche tendenze del sistema produttivo, ma veniva imposta dall’alta finanza.

 

Nel mondo germanico andava riprendendo vigore l’idea che le risorse nazionali economiche e culturali, dovessero garantire interessi specifici del Paese, secondo i principi dettati da Fichte fin dal 1800. L’internazionalismo romantico si andava perdendo, lasciando lentamente posto a un’idea di “storia” quale testimonianza del conflitto tra aree culturali diverse, tra Europa e Asia, tra la razza bianca e quelle di colore. Si iniziava cioè a intravedere una “missione storica” tedesca di difendere la frontiera della civiltà europea contro la cultura principalmente asiatica. Il von Richthofen esaltò la plasticità del genuino animo umano, disposto a recepire ciò che di buono e di giusto esso aveva prodotto in terre e culture tra loro incredibilmente distanti: una nuova spiritualità era giunta in Occidente con il buddhismo, l’islam, le dottrine avestiche, l’etica orientale si era rafforzata con il cristianesimo, le tesi nestoriane e manichee, dando luogo a nuove tradizioni e a novelle forme artistiche. Il tutto, con la mediazione della tarda grecità.

 

In ciò i nostri antenati si erano dimostrati degni prosecutori dell’ambizioso progetto di unificazione mondiale di Alessandro Magno, presto inceppatosi dopo la sua prematura morte.

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