La leggenda negativa del profeta

La leggenda negativa del profeta

Non sono cattolico né musulmano, credo in un dio-pensiero e non in una divinità persona, men che meno in un essere iperuranio che abbia assunto fattezze di carne e sangue. Ciò mi consente di restare distaccato dalle valutazioni di fede ed approcciare ai temi storici in maniera maggiormente oggettiva o, almeno, priva di condizionamenti metafisici. Tanto premesso, passo alla questione odierna.

 

La figura del Profeta dell’Islam, per quanto avvolta in alcune nebbie del mito, è stata tratteggiata con sufficiente attendibilità. Nella biografia del grande storico al-Tabari (838-923), a noi pervenuta tramite una successiva redazione iranica, Mohammad è descritto quale giovane riflessivo e non avventato, coraggioso ma non sanguinario, leale e ricco di valori etici: non un supereroe, bensì una persona comune e piena di fragilità umane, sgomenta del gravoso compito che Dio gli ha affidato rivelandosi a lui in una grotta del monte Hira.

 

Eppure in occidente, la figura del Profeta si è legata al canovaccio dantesco, allorché l’Alighieri la colloca nella nona bolgia dell’ottavo cerchio infernale insieme al cugino e genero Alì, capo degli sciiti (Inf., XXVIII, 22-36). Mohammad vaga senza requie tra i seminatori di discordia e gli scismatici, squarciato da una spada demoniaca dal mento all’ano. Dante lo ritiene colpevole di aver dato luogo a una dottrina che ha provocato una gravissima frattura nell’umanità, impedendo così il raggiungimento dell’unità religiosa. La fonte dantesca, con ogni probabilità, risiede in un testo cristiano del sec. IX che riscosse ampio successo tra gli studiosi dell’Islam e i commentatori della media età: uno scritto passato alla memoria con il nome di “Leggenda negativa del Profeta”. Mohammad sarebbe stato un povero spiantato, un arrampicatore sociale, un bugiardo affetto da epilessia. Venuto a contatto con ebrei e cristiani “spigolò da loro qualche briciola della Scrittura” e se ne servì allorché la nobile e ricca consorte Khagidia si rese conto di aver sposato un poveraccio gravemente infermo: “Allora questi tentò di tranquillizzarla, dicendole: “Ho ricevuto la visione di un angelo di nome Gabriele e, dato che non sono in grado di sostenerne neppure la vista, mi sento svenire”. Poiché nei paraggi abitava una specie di monaco esiliato per eresia, ella gli riferì la storia e gli nominò l’angelo. Per convincerla, il falso monaco le rispose: “Tuo marito ha detto il vero, si tratta dell’angelo che Dio invia a tutti i profeti”. A sentir ciò Khagidia diede credito alle parole di Mohammad e andò ad annunciare il fatto a tutte le donne della sua tribù, proclamando che suo marito era un profeta. In tal modo la notizia passò dalle donne agli uomini e prima di tutto ad Abu Bakr, colui che Mohammad nominò suo successore. Così l’eresia sommerse il paese di Aithribos, ricorrendo egli alle armi, come mezzo estremo”.

 

Simili manipolazioni gratuite, condotte con sapiente fine denigratorio non contribuirono certo a favorire il dialogo tra le due religioni. Inoltre, esse dimostrano come l’uso della storia piegata all’ideologia può arrivare a spiegare ogni cosa, senza necessità di ricorrere a lunghe e defatiganti ricerche dettagliate. Sappiamo che la storia è sempre scritta dai vincitori ma, in questo caso, nessuno è ancora uscito vincente dall’agone di contrasto che dura da secoli: ci ha rimesso la verità storica e, soprattutto, quanti vi hanno lasciato incolpevolmente le penne.

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