La leggenda di Alcesti

La leggenda di Alcesti

Alcuni giorni fa, visitando di nuovo i Musei Vaticani, ho scoperto per la prima volta un monumento funerario che avrò visto in innumerevoli occasioni. Parlo del sarcofago di Junius Paleuhodus che gli esperti datano alla seconda metà del sec. II d.C.: vi è raffigurata una giovane donna che scende nell’Ade, ma è tratta in salvo da un aitante palestrato.

 

Mi sono allora venuti in mente altri sepolcri coevi, che avevo esaminato precedentemente presso il Museo di Atene e a Villa Albani a Roma. Le raffigurazioni ivi riportate si articolano sempre sui due personaggi descritti, ai quali talvolta si affiancano una coppia di anziani e un uomo in abiti regali.

 

L’interpretazione cui sono giunto è quella che offro alla vostra attenzione.

Nella tragedia Alcesti, Euripide narra il mito della protagonista, che sposa Admeto, re di Fere in Tessaglia. Un oracolo però predice la prematura dipartita di quest’ultimo, a meno che qualcuno sia disposto a sostituirsi a lui. Poiché nessuno accetta, neppure i suoi genitori di età avanzata, è Alcesti che decide di prendere il posto del marito. Agguantata da Thanatos, viene salvata da Ercole, che sconfigge il dio della morte di fronte alla tomba della giovane e la riporta in vita.

 

Accanto a questa versione, ve ne è un’altra che si discosta soltanto nel particolare dell’intervento salvifico della dea Kore, impietosita dal volontario sacrificio dell’eroina.

Proseguendo l’analisi, ho ricavato l’origine della leggenda dalle antiche credenze religiose della Tessaglia, ove gli dèi più venerati erano proprio Admeto e Alcesti.

 

Tuttavia, il primo viene equiparato a Poseidone – ma non come sovrano dei mari, bensì degli inferi – e la seconda reca l’appellativo di Feraia – desunto dalla città di Fere – e in possesso di qualità altrettanto infernali. È dunque su questa primigenia base che si deve essere plasmato il mito dei due sposi, dei quali Admeto si umanizza e diventa il re della città, pur conservando la caratteristica di portatore della morte che non indietreggia nemmeno di fronte alla di lui consorte.

 

Nei vari sarcofaghi di cui vi ho parlato – come in numerosi altri, tutti dedicati a giovani mogli scomparse anzitempo – il mito è riproposto a simboleggiare la fedeltà coniugale e la devozione femminile per l’uomo amato. La leggendaria rappresentazione è tipica delle religioni solari (fra cui va annoverato lo stesso cristianesimo, come dimostra la datazione dei simulacri funebri), le quali si incentrano su un concetto di morte inteso come viaggio nell’aldilà, dal quale si può tornare solo se si è giudicati degni di risorgere, in virtù dello spirito di sacrificio e dei meriti acquisiti durante la vita. Ma la resurrezione può avvenire grazie all’intervento di una figura superumana che, partecipe delle sofferenze terrene e della natura divina, sia pronta a lottare contro le potenze oscure e sconfiggerle anche a costo di perdere se stessa.

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