Il Jazz Californiano, al via il ciclo di guide all’ascolto

Il Jazz Californiano, al via il ciclo di guide all’ascolto

Nuovo ciclo di guide all’ascolto a cura di Antonio Lanza su “Il Jazz Californiano”. Primo appuntamento, mercoledì 18 gennaio alle ore 19 nella sala concerti, su  Shorty Rogers e i suoi Giants. Le guide saranno articolate in una serie di incontri sulle principali figure del jazz californiano e saranno tenute dal prof. Antonio Lanza, ordinario di Letteratura italiana nell’Università dell’Aquila, membro del Consiglio direttivo della Società Dantesca Italiana, autore di trenta volumi sulla letteratura italiana del Medioevo e del Rinascimento, nonché di tutte le voci di jazz della quinta appendice dell’Enciclopedia Treccani.

La parte storica sarà affiancata da quella musicale curata dal batterista Gianmarco Lanza,  «una realtà tra i maestri internazionali della batteria», che, continuatore dello stile di Shelly Manne, ha inciso CD con due grandi artisti del West Coast Jazz quali Bud Shank e Bill Smith, oltre a quelli con il trio Malaguti-Leveratto-Lanza (tra cui The revival of West Coast Jazz) e con i suoi Lighthouse Giants con arrangiamenti di Antonello Vannucchi (Adventures in West Coast Jazz). Inoltre ha collaborato con Benny Golson, Gianni Basso e Franco Cerri.

Se esiste uno stile jazzistico che in Italia è stato sempre sottovalutato dalla critica – con la lodevole eccezione di Livio Cerri –, questo è indubbiamente il jazz californiano. E ciò per varie motivazioni.
Ingiustamente tacciato di tecnicismo e di scarsa ispirazione creativa, bollato come “jazz borghese” e disimpegnato, esso ha invece espresso i due massimi solisti bianchi del jazz moderno: Art Pepper e Chet Baker, due artisti dalla creatività possente e di assoluta originalità stilistica. Né è vera l’altra accusa: e cioè che fu uno stile esclusivamente praticato dai bianchi. Infatti, pur se è corretto affermare che gli esponenti più significativi di tale stile furono bianchi, non mancarono grandi strumentisti di colore, i quali, nativi della California od ivi trasferitisi, dettero un impulso notevole alla sua affermazione. Pensiamo ai trombettisti Joe Gordon e Carmell Jones; ai sassofonisti Buddy Collette, Frank Morgan e Harold Land; ai pianisti Hampton Hawes, Carl Perkins e Gerald Wiggins; ai contrabbassisti Curtis Counce, Leroy Vinnegar e Ben Tucker; ai batteristi Chico Hamilton, Lawrence Marable e Frank Butler.

Lo stile californiano nacque sotto la suggestione degli esperimenti cool fatti tra il 1947 e il 1950 dai gruppi di Lennie Tristano con Lee Konitz, Warne Marsh, John La Porta e Billy Bauer; dal nonetto di Miles Davis con gli arrangiamenti di Gil Evans (già creatore del suono cool con le sue partiture per l’orchestra di Claude Thornhill), John Lewis, Gerry Mulligan e Johnny Carisi; dal trio e dall’ottetto di Dave Brubeck con Bill Smith, Paul Desmond e Dave Van Kriedt. Ma altre componenti essenziali nella sua formazione furono il bebop (nel 1946-47 Charlie Parker incise alcuni dei suoi massimi capolavori per la Dial proprio in California), lo stile di Kansas City (non a caso, il trombettista basiano Harry Edison collaborò attivamente coi musicisti californiani), specie nella sua massima espressione solistica costituita dal particolare suono di Lester Young, modello fondamentale di tutti i sassofonisti della West Coast, e la personale maniera di Benny Carter, il principale ispiratore di Art Pepper. Inoltre nel 1954 uno dei corifei dell’hard bop, Clifford Brown, incise alcuni brani famosi per la Pacific Jazz con alcuni tra i migliori strumentisti West Coast.
La data di nascita ufficiale del jazz californiano è l’8 ottobre 1951, allorché Shorty Rogers, alla testa del suo ottetto denominato “The Giants”, registrò i famosi brani per la Capitol. I templi dove si esibivano i musicisti californiani furono in primo luogo il Lighthouse di Hermosa Beach diretto dal contrabbassista di Stan Kenton Howard Rumsey; quindi lo Haig di Los Angeles, dove nel 1952 si formò il quartetto senza pianoforte di Gerry Mulligan e Chet Baker, e successivamente, tra il 1960 e il 1972, la Shelly’s Manne-Hole in Hollywood.

I complessi più rappresentativi dello stile californiano sono, oltre ai Giants di Rogers, alle Lighthouse All Stars di Rumsey (con cui si esibirono, tra gli altri, Miles Davis e Max Roach) e al quartetto di Mulligan-Baker, i Men di Shelly Manne, il quartetto di Art Pepper, il quintetto di Bud Shank e Bob Cooper, i trii di Jimmy Giuffre, il quintetto di Jack Montrose e Bob Gordon, i vari gruppi di Lennie Niehaus, di John Graas, di Chico Hamilton (che lanciò Eric Dolphy, nativo della California), di Frank Rosolino, l’ottetto di Dave Pell, il quintetto dei fratelli Candoli, quello di Bill Perkins e Richie Kamuca, le orchestre di Bill Holman, di Marty Paich, di Maynard Ferguson e di Terry Gibbs.

Il successo fu enorme; ad esso contribuì in maniera decisiva il supporto di case discografiche come la Nocturne, la Pacific Jazz e la Contemporary. Già nella prima metà degli anni Cinquanta lo stile californiano si diffuse prepotentemente in tutti gli Stati Uniti, in Canada (Moe Koffman), in Australia (l’Australian Jazz Quartet/Quintet) e in tutta Europa, Italia compresa (la maniera West Coast fu adottata con risultati di alto profilo dal Quintetto/Sestetto/Ottetto Basso-Valdambrini, dal Quintetto di Torino di Dino Piana e dal Quintetto Fanni-Volonté).

Una componente essenziale nel jazz californiano sono gli arrangiamenti, firmati da alcuni tra i massimi arrangiatori della storia del jazz attivi in California: Shorty Rogers, Jimmy Giuffre, Lennie Niehaus, Bill Holman, Marty Paich, Bill Russo, Pete Rugolo, Johnny Mandel, Johnny Richards e Russ Garcia.

I musicisti dello stile californiano, in gran parte membri delle orchestre di Stan Kenton e di Woody Herman, sono i più abili in assoluto sul piano tecnico e i più colti e raffinati, forti come erano del loro bagaglio classico acquisito sotto il prestigioso magistero di Darius Milhaud, di Wesley La Violette e di Mario Castelnuovo Tedesco. Ma, al contempo, si tratta di una musica dotata di uno swing trascinante e di un lindore formale mai più raggiunto. Senza parlare dell’aspetto sperimentale, che diede vita a ricerche molto ardite, anche dodecafoniche, atonali e poliritmiche effettuate da gruppi come l’Hollywood Saxophone Jazz Quartet o da arrangiatori quali Duane Tatro, Lyle Murphy e Bob Grattinger, autori di partiture molto avanzate.

Molti in Italia pensano che il jazz californiano sia morto e sepolto da decenni. Nulla di più falso. La verità è che lo stile californiano è tuttora vivo e vitale, continuato da musicisti più giovani del calibro dei trombonisti Bill Watrous e Andy Martin, del tenorsassofonista Pete Christlieb, dei pianisti Milcho Leviev, George Cables e Mike Wofford, dei contrabbassisti Bob Magnusson e Chuck Domanico, del batterista Carl Burnett. A testimonianza dell’attuale vitalità della West Coast, nei giorni 20-23 ottobre del 2011 il Los Angeles Jazz Institute ha organizzato una grandiosa manifestazione di ben ventisei concerti dal titolo Modern Sounds per celebrare i sessant’anni dalla nascita dello stile californiano; ad essa sono intervenuti tutti i principali esponenti della vecchia e della nuova generazione.

Casa del Jazz: viale di Porta Ardeatina, 55 Roma
Info: 06/704731
Ingresso  libero

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