Gianluigi Trovesi, I Virtuosi italiani e l’ironia del Jazz. In cinquecento in Val Breguzzo per i Suoni

Gianluigi Trovesi, I Virtuosi italiani e l’ironia del Jazz. In cinquecento in Val Breguzzo per i Suoni

Grande concerto oggi di Gianluigi Trovesi alla Malga D’arnò con un viaggio all’insegna di Monteverdi e Thomas Mann, ma soprattutto della musica che sa attingere al passato per riproporlo pieno di vita e con un nuovo spirito

 

Immaginate barche e battelli e un fiume. Non battelli qualunque e nemmeno corsi d’acqua ordinari. Insomma situazioni che possono scaturire dalla penna di Mark Twain, o Alvaro Mutis, o che potete ritrovare nelle immagini di Fitzcarraldo. E lì, a guidarvi tra i flutti sconosciuti, un capitano silenzioso e all’apparenza assente fino a quando, d’improvviso, si muove, comincia a parlare e allora capite che quel silenzio e quella compostezza erano solo il fare di un sornione. Trovesi è così. Seduto sotto un cielo coperto che poi si apre al sole, oscurato a tratti dalle nubi velocissime che tagliano il cielo della val di Breguzzo. Quando imbraccia il clarinetto, o prende il microfono per raccontare cosa sta proponendo, ci si accorge che quell’omone alto un metro e novanta, seduto in modo impeccabile, è pieno di una energia e di una ironia ineguagliabile e che il suo sguardo sul mondo non è scontato. E il suo fiume, quello scelto oggi per i cinquecento saliti fino a Malga d’Arnò nonostante le previsioni di maltempo, è stato di quelli che regalano scorci da ricordare a ogni ansa. Compagni di viaggio i musicisti dell’ensemble I Virtuosi Italiani, con i quali ha voluto incrociare a suon di strumenti un giocoso duello e dialogo con i classici: sia compositori sia scrittori. A partire da quel Monteverdi, padre forse mai abbastanza celebrato, dell’opera fino a Thomas Mann. In mezzo altri musicisti, altri importanti nomi, la storia e un bel po’ di ricordi.
Si capisce subito che Trovesi vive la musica come continua ispirazione, gioco e forma di intelligenza. Il mito di Orfeo raccontato dal compositore mantovano viene introdotto e unito a una rivisitazione di una danza balcanica. I pezzi ariosi e dipinti vivono l’energia inquieta del clarinetto sempre pronto a non prendersi mai troppo sul serio. I due brani di Falconieri che seguono, pur mantenendo il forte sapore seicentesco e le atmosfere tipiche delle corti dell’epoca, si riempiono di armonie modernissime, di percussioni e improvvisazioni.
Quando poi arriva il momento della Montagna incantata, il romanzo capolavoro di Thomas Mann, che segna buona parte del programma del concerto de I Suoni delle Dolomiti, Trovesi non resiste e mescola la storia del romanzo e i suoi personaggi con i ricordi di gioventù, con la sua amata Bergamo, con la lingua di quell’angolo di Lombardia che facilmente confonde “berghem” e “bergheil”. Così forse la Montagna incantata parlava della sua città e non dello scenario del sanatorio di Davos. E il ricovero di Hans Castorp si specchia nelle ambientazioni di montagne minori già nel brano “Neve”. I numeri presenti nel romanzo diventano invece spunto per lanciare una danza bergamasca in chiave jazz. L’introduzione di “La strega e la fata”, ariosa, pensosa, malinconica e carica di pathos, sfuma nell’ironia del clarinetto mentre il noto violinista e compositore bergamasco Locatelli è occasione per avventurarsi in rielaborazioni musicali intitolate – ed è già tutto un programma – “Frammenti Locati”.
Gli applausi non mancano e Trovesi non si fa sfuggire l’occasione di scherzare spiegando che i brani proposti son già tutti bis. Non poteva ovviamente mancare l’amore, perché non manca mai in un viaggio e in una storia che si rispetti così come il campionario umano che si incrocia. E il clarinettista lo racconta in “Bestiario” diviso tra un inizio giocoso e leggero e un finale quasi “catastrofico”. Prima della fine anche un colpo di teatro con lo stravolgimento della storia del protagonista de La montagna incantata. Anziché ritrovarlo spettatore della fine di un’epoca, quella segnata dalla Grande Guerra e dalla caduta degli Imperi, Trovesi lo colloca in Messico a festeggiare tra sigari e birre l’essere sopravvissuto alla malattia e alla distruzione di un mondo. Un modo completamente diverso di guardare alla vita. E davanti alla standing ovation con cui il pubblico ha premiato il brano finale “Non è l’ottava”, lui e i Virtuosi Italiani, è corso il pensiero che per raccontare questo musicista sornione e lo splendido spettacolo de I Suoni, si sarebbe potuto cominciare tranquillamente anche dalla fine.

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